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Guardare bambini guardare

Fotografare figli e figlie di altri è diventato impossibile. Più di una legge, oltre a regolamenti, documenti di consenso, “carte di Treviso” e di chissa quanti altri posti non soltanto impedisce la pubblicazione di immagini di minori, ma rende di fatto difficilissimo scattare una foto a un bambino che non conosciamo.

E se fossero norme sbagliate costruite sotto la pressione di una delle tante “emergenze” dei nostri anni? Regole così condizionanti che ci frenano anche solo nell’osservazione di un bambino per strada, in un parco, sulla spiaggia: finiamo per sentirci noi stessi osservati e, alla fine, giudicati. Tutti voyer con lo scatto pronto. Come quella volta che due signore mi urlarono “Chiamiamo le Guardie!” mentre guardavo le mie, di figlie, giocare ai giardinetti.

Regole così condizionanti che stanno modificando l’occhio dei fotografi. Quelli veri, di fotografi, intendo. Prova: vai sul sito della Magnum e cerca <child*>. Potrai sfogliare una galleria di decine di migliaia di immagini che riguardano l’infanzia. E non si tratta solo di reportages giornalistici; negli anni passati, grandi fotografi hanno raccolto in “album” foto scattate nel corso di decenni, non essendo poi cosi frequenti le “serie” fotografiche sui bambini: molto più spesso, raccontando la storia di una guerra o di un dopoguerra, di una Sicilia in bianco e nero o di una miniera drammaticamente colorata, l’occhio del fotografo ha incontrato lo sguardo del bambino e ne ha lasciato la traccia. Un esempio straordinario viene dai reportages di Josef Koudelka sui gipsies, in cui bambini e adolescenti sono fieri della loro condizione e capaci di una contagiosa e spavalda allegria.

Sguardo che ora fatichiamo a ritrovare. Ad eccezione delle immagini di tipo dichiaratamente ritrattistico, molte delle 50 esposizioni dei Rencontres de photo di Arles ci dicono di fotografi trattenuti, timorosi, che sembrano rinunciare a scattare in direzione dell’occhio del bambino. Ragazzini di spalle fotografati dai genitori (Brigitte Bauer), che camminano a quattro gambe (Melanie Pottier), che leggono nascosti dai capelli (Annie Leppala) o col volto comunque coperto (ancora la Bauer). Non è un problema il pisello di Patrick che affiora dall’acqua, ma lo diventa il volto di Anakeesta, nell’enclave premoderno documentata da Lucas Foglia (se vuoi vedere di che si tratta clicca sull’ultima foto della Galleria qui sotto).

Regole condizionanti, che si sposano con l’insicurezza nel sostenere lo sguardo dei ragazzini. Non siamo più capaci di guardare negli occhi i nostri figli? Sappiamo solo guardare i ragazzi guardare?
Un mondo che non affronta in modo convinto – socialmente e clinicamente – l’abuso di bambini, ma – piuttosto – reprime la bellezza di lasciare traccia e rendere pubbliche gioie, dolori, allegrie e vivacità dell’infanzia, finisce per fare del male a sé stesso. La Convenzione dell’ONU sui diritti dell’infanzia (1989) sostiene che in tutte le azioni riguardanti i minori l’oggetto di primaria considerazione deve essere ‘il maggior interesse del bambino’. Lasciare che le uniche immagini pubbliche dell’infanzia siano quelle pubblicitarie non significa fare l’interesse dei bambini. Finiremo per convincerci che l’universo dei bambini coincida realmente con quello dell’infanzia al tempo stesso consumatrice e testimonial di prodotti alimentari, cosmetici o di abbigliamento. Bambini in vetrina, disumani anche se mostrano occhi e sorrisi.

Riprendiamoci il diritto e la gioia di fotografare bambini. Per non perdere con l’infanzia, come disse con semplicità in un’intervista Agota Kristof, anche il buonumore.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…