Press enter to see results or esc to cancel.

Fanno Eco a Umberto

Questo è un post noioso perché parla di una cosa di cui si discute molto ma che interessa a poche persone: che fine faranno i giornali e le riviste? Tra vent’anni, cosa e come leggeremo?

Le persone molto colte, da anziane, diventano barbose. Prendi Umberto Eco: tanto era fantasioso da giovane, tanto è monotono oggi, a ripetere a ogni piè sospinto che no, il libro non farà la fine delle carrozze trainate dai cavalli e che – scherziamo? – sopravvivrà certamente alla furia di internet. Di persone ripetitive ne ha sentite anche la redazione di The Scientist che ha voluto dedicare una sorta di dossier al futuro dell’editoria scientifica. Gli ha dato addirittura la copertina del fascicolo di agosto: ti credo, è un numero sfigato, quello estivo, e tanto vale destinarlo a qualcosa che possa tenere occupati quei ricercatori rimasti a sorvegliare i topi negli stabulari dei laboratori deserti.

A Umberto fanno eco (o Eco?) alcuni dei personaggi coinvolti nel forum del Scientist. Susan King, per esempio, è una irriducibile protettrice del ruolo degli editori; sentiamo cosa dice: “The value-add that publishers provide through services like supporting peer review; enhancing the global accessibility of scholarly communication in standardized formats; enabling the discovery of knowledge through innovative web-based platforms, tools, and interlinked content; protecting the integrity and reliability of the scholarly record; and preserving the scholarly record for future generations have costs that must be paid for in some way.” Un parere tutto sommato prevedibile, considerato il suo ruolo di Vice Presidente della American Chemical Society Journals Publishing Group.

Di parere opposto Michael Eisen, docente a Berkeley: “If the entire publishing industry disappeared tomorrow, science would be immeasurably better off. It might take us a few weeks to recover and build a new system optimized for modern science and electronic communication. But if we did it right, it would not retain any features of the current system.” Incavolato nero, il ragazzo, eh? Se l’industria editoriale sparisse domani sarebbe un bene per tutti e in poche settimane il sistema funzionerebbe a meraviglia senza conservare nulla degli attuali percorsi dello scientific publishing. Percorsi che attraversano terreni delicati come la peer review, l’open access (e il finanziamento della pubblicazione) e l’impact factor.

Su utilità e affidabilità della revisione critica si continua a polemizzare: “Peer review is not impervious to error or bias, but government agencies, publishers, universities, and scientists continue to review and refine the peer-review process to assure the highest levels of impartiality, transparency, and integrity”, sostiene John Vaughn, Executive Vice President della Association of American Universities. Niente affatto, anzi: la peer review avvelena la scienza: “Peer review as practiced in 21st-century biomedical research poisons science. It is conservative, cumbersome, capricious, and intrusive. It slows down the communication of new ideas and discoveries, while failing to accomplish most of what it purports to do. And, worst of all, the mythical veneer of peer review has created the perception that a handful of journals stand as gatekeepers of success in science, ceding undue power to them, and thereby stifling innovation in scientific communication. Among the problems that need to be addressed is the unreasonable amount of time the process takes.” E’ sempre quel diplomatico di Michael Eisen a fare il criticone.

Riguardo l’open access, due le questioni principali: 1) se le università pagano per pubblicare si sottraggono risorse alla ricerca e questo non va bene; 2) la qualità delle riviste open access è in caduta libera anche perché è difficile rifiutare un articolo se la decisione di respingerlo coincide con la rinuncia ad una fonte di finanziamento. E’ il caso di dire che, di questi tempi, non si butta niente. D’altra parte, dicono Randy Scheckman e Mark Paterson, fondatori della nuova rivista ad accesso aperto eLife, “it also makes sense for the costs associated with the communication of research to be considered one of the costs of the research itself, leading to a model whereby research grants include expenses for publication fees in open-access journals.”

Knowledge is to be shared, and played with in the sunlight. It’s the only way it grows.” L’auspicio di Patrick Taylor, del Children Hospital di Boston e docente a Harvard, è condivisibile, ma tantissimi nuovi editori di periodici open access pubblicano riviste semi-clandestine: altro che visibilità e trasparenza.

Beh, ma insomma, e allora? Allora niente. Agosto è finito e, almeno su questo fronte, si riparte da dove eravamo rimasti.

Comments

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tweet

There are no specific therapies against #COVID19 in hospital, they will not magically appear in GP clinics or at home.

Tag Cloud

Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…