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Basta un poco di zucchero

Secondo il Devoto, l’origine è onomatopeica, da ps…ps insomma. Non più soddisfacente la consultazione dei quattro volumi del dizionario etimologico Zanichelli. Il verbo “pisciare”, insomma, non deriva da altre parole, tantomeno da “pesci”, come “piscina”. E se pisciare derivasse da piscina?
È uno dei dubbi che resta alla chiusura delle Olimpiadi di Londra. Phelps, carico di medaglie, sostiene che in vasca pisciare è la prassi. Tanto c’è il cloro. Dubbi, dicevamo, pochi, e molte certezze: impossibile giocare ad acchiapparella con un giamaicano, pure gli ostacolisti più forti hanno il proprio tallone d’Achille, anche i marciatori possono marciarci, il beach volley è uno sport per spettatori maschi e maturi, gli italiani sono bravissimi se si tratta di sport dove ci si muove poco o punto: scherma, tiro, arco vanno benone, ma se si tratta di alzare le chiappe e correre la questione diventa difficile.
Altro dubbio che ci portiamo dalla cerimonia inaugurale: Boyle, il regista della splendida Open Cerimony, è un pericoloso sovversivo? Probabilmente sì, sostiene gran parte della stampa conservatrice britannica, irritata dalla apologia del National Health Service. Il NHS è una “amazing thing to celebrate”, ha dichiarato quasi dovesse discolparsi dall’aver schierato oltre 600 infermiere e più di 300 ragazzini rimbalzanti su altrettanti lettini a sbarre. I lettini, tutti belli smontati e infilati in otto container, sono partiti per due ospedali in Tunisia: regalo dell’organizzazione, dell’azienda Tait Technologies e del lavoro di 15 volontari che li hanno “puliti” dagli sbrilluccichii necessari alla mondovisione.
Restano quelli che il Guardian ha definito “momenti di sovversiva lucidità” e, sinceramente colpito dalla cerimonia, ho chiesto ad un amico a Londra: “Hai visto anche tu quello che ho visto io?” “Chi se lo aspettava? Le cerimonie inaugurali delle olimpiadi degli anni passati ci avevano abituati a mirabolanti effetti speciali o a fantasmagoriche coreografie; pensa alle olimpiadi statunitensi del 1996 o a quelle di Pechino. Di certo, nessuno aveva pensato a celebrare conquiste civili o a mettere un tema etico al centro dell’attenzione. A Londra sono state celebrati il world wide web, innovazione decisiva che ha rivoluzionato tempi e modi della comunicazione, e il servizio sanitario nazionale, approccio universalistico al governo della salute delle persone. È stata ‘sfruttata’ un’audience planetaria per pagare un tributo a conquiste che contengono in sé stesse un messaggio etico di equità, segnando l’avanzamento della civiltà e scegliendo innovazioni che non significano predominio o sfruttamento.”
Dopo questa corrispondenza, ai dubbi se ne aggiunge un altro: sarà anche il nostro inviato a Londra un pericoloso sovversivo, anche più di Boyle? Di sicuro sì, se aggiunge: “Come se in un’olimpiade romana una parte importante dell’inaugurazione fosse dedicata alla celebrazione della Scuola di Franco Basaglia”.
Antonio Addis si rassegni, almeno per ora: nella capitale (minuscola) stiamo ancora a celebrare il generale Graziani, altro che Basaglia. Una cosa, però, potremmo impararla da Boyle: alcune importanti cose nuove possono essere introdotte senza clamore, senza troppa pubblicità o fanfare. Se ci riuscirà di fare qualcosa di nuovo ed importante, per esempio per la sanità italiana, dovremmo vincere la tentazione di fare proclami. Anzi, converrà bonariamente tranquillizzare i più conservatori: non è un’impresa difficile ed è riuscita perfettamente a Boyle.
Impariamo da una delle decine di Mary Poppins piovute dal cielo: basta un poco di zucchero e la pillola va giù.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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