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Quei presuntuosi degli editori

Ancora non è chiaro se le applicazioni di “social discovery” siano un flop o una gran figata. Di che si tratta? Tramite degli algoritmi che succhiano informazioni dai social network, le app ti presentano o segnalano persone con le quali potresti/dovresti avere affinità o interessi in comune.

Fai conto che hai confessato a Facebook che ti piacciono le donne, la Roma e i Beatles (non necessariamente in quest’ordine eh). Beh, se ti sei scaricato la app, il tuo cellulare inizia a vibrare non appena ti capita a portata di sguardo una ragazza lupacchiotta e fissata col giro di basso di Day Tripper. Attesissime al South by Southwest di inizio primavera, chi si era scaricato le app ha fatto presto a pentirsi: un delirio di avvisi per farti incontrare con colleghi, ex fidanzate, potenziali future fidanzate, appassionati degli stessi autori musicali letterari teatrali calcistici e chi più ne ha più ne metta. Ne ha parlato, brevemente ma bene, Andrew Keen su The Atlantic, qualche settimana fa.

“Ultimately, apps that claim to engineer serendipity seem more likely to do the reverse. Their main offense is not ubiquitous surveillance, but that they stand to destroy surprise and, with it, true serendipity. Rather than enriching our lives with unexpected encounters and genuine strangers, they threaten to take the mystery and the magic out of people we don’t know”.

Leggendo Keen (e rileggendolo su Internazionale del 6 luglio), mi è tornato in mente un articolo uscito sul Wall Street Journal il 29 giugno scorso: Your book is reading you. Ecco il paragrafo chiave: “In the past, publishers and authors had no way of knowing what happens when a reader sits down with a book. Does the reader quit after three pages, or finish it in a single sitting? Do most readers skip over the introduction, or read it closely, underlining passages and scrawling notes in the margins? Now, e-books are providing a glimpse into the story behind the sales figures, revealing not only how many people buy particular books, but how intensely they read them.”

I nuovi device, vitalizzati dalle innumerevoli app disponibili, permettono di acquisire un numero praticamente illimitato di informazioni. Ogni nostro comportamento è tracciato e, se tutto è ben organizzato, anche classificato e, di conseguenza, ricercabile e analizzabile. Il giornalista del WSJ traduce questa realtà in una opportunità straordinaria offerta agli editori (così come ai fabbricanti di automobili o di mille altri prodotti). I più prudenti temono per le conseguenze sulla privacy degli utenti. I più realisti, però, si chiedono: sono utilizzate queste informazioni? In campo editoriale, poco o punto. C’è chi, come Sourcebooks, pubblica i propri titoli in una sorta di versione Beta, invitando i lettori online a modificare i contenuti e a inviare commenti, che gli autori possono tenere presnti al momento di mandare in stampa l’edizione definitiva. O chi, come Coliloquy, che permette ai lettori di modificare il plot della storia che stanno leggendo. Ovviamente online, su Kindle.

Dietro al termine “social discovery” ci sono un sacco di opportunità interessanti. Che si scontrano, però, con due problemi. Primo, analizzare i dati costa molto più che raccoglierli. Ma è il secondo, l’ostacolo più alto: gli editori sono molto presuntuosi.

Anche se si circondano di molti consulenti, preferiscono sbagliare di testa propria.

 

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…