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L’elaborazione del letto

Quelli del BMJ promettono di dirtelo entro 20 giorni. Altri, come al Lancet, sono meno precisi: “faremo in fretta, promesso”. Presto o tardi, quando la redazione di una rivista ti risponde che il tuo articolo non lo pubblicherà né ora né mai è un brutto colpo. Roba da finire sul lettino dello psicoanalista, ha pensato Danilo Di Diodoro.

Sul blog Scire, ha invitato a esprimersi Walter Bruno – psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana – che ha interpretato il processo (invio del contributo, ricezione della risposta, replica) in maniera originale: “C’è, nell’inviare un articolo, il desiderio di sottoporsi all’esame, non di evitarlo, di mettersi alla prova, nel tentativo di integrare il conflitto tra il narcisismo iniziale (voglio essere amato per quello che sono) e quello più adattativo (voglio essere amato per quello che faccio).” Inevitabilmente – dice Bruno – il rifiuto o la richiesta di “minor or major revisions” innescano un processo di elaborazione del lutto e tanto migliore sarà il lavoro sul lutto svolto dall’autore, tanto maggiori saranno le probabilità di apportare modifiche e integrazioni che renderanno possibile l’accettazione dell’articolo. Il ragionamento non fa una piega.

Al contrario, è assai spiegazzato tutto ciò che ruota intorno al processo di accettazione e pubblicazione dei lavori (cosiddetti) “scientifici”. Il medical publishing perde ogni giorno di credibilità e le modalità di svolgimento e la mancanza di trasparenza del percorso della peer review sono sicuramente tra le ragioni dello scetticismo di chi, come Richard Smith, vorrebbe mandare tutto al diavolo. Anzi, già l’ha fatto: “The naïve concept that the «top journals» publish the important stuff and the lesser journals the unimportant is simply false. People who do systematic reviews know this well. Anybody reading only the «top journals» receives a distorted view of the world (…). Unfortunately many people, including most journalists, do pay most attention to the «top journals». So rather than bolster traditional peer review at «top journals», we should abandon prepublication review and paying excessive attention to «top journals». Instead, let people publish and let the world decide. This is ultimately what happens anyway in that what is published is digested with some of it absorbed into “what we know” and much of it never being cited and simply disappearing.”

Fin qui, Richard Smith in uno dei suoi numerosi affondi contro la revisione tra pari (o dispari). Ma qual è il rapporto – se esiste – tra “prestigio” della rivista e “acceptance rate“? Una tipa fissata col medical publishing come Liz Wager ha proposto in un suo libro i dati seguenti sulla probabilità che un articolo sia accettato dalle diverse categorie di riviste mediche:

  • prestigious-general journals 5-20%
  • prestigious-specialist journals 10-30%
  • other specialist journals 30-50%
  • new titles, obscure journals 40-70%
  • pay journals 70-90%

Somiglia ad una classifica, ma è abbastanza approssimativa sia nelle definizioni sia nell’assegnazione di punteggi così variabili. Proviamo a vedere se i diretti interessati ci dicono qualcosa di più utile sulla (eventuale) relazione tra acceptance rate (AR) e Impact Factor, dai più usato (davvero impropriamente) come indicatore affidabile di qualità di una rivista:

  • New England Journal of Medicine: AR 6% – IF 50
  • Lancet: AR 5% – IF 38
  • JAMA: AR 9% – IF 31
  • Annals of Internal Medicine: AR 6-8% – IF 17
  • BMJ: AR 7% – IF 13

Bene. Nessuna relazione visibile neanche utilizzando questi criteri. Come sempre, la tentazione è quella di dar retta a Richard Smith e capovolgere la frittata:

  • La peer review non funziona: una nuova revisione confermerebbe solo il 12% dei lavori già accettati (Garfunkel, 1990); anche il più preparato dei referee non si accorge di “major problems” che, di conseguenza, passano inosservati anche alla direzione della rivista (Callaham, 2003);
  • La peer review può davvero essere una lotteria ma chi perde di sicuro (energie e tempo soprattutto) sono i revisori;
  • La peer review costa un sacco di soldi: quasi 2 miliardi di dollari, globalmente: troppi, se pensiamo a ciò che ha scritto Drummond Rennie: “There seems to be no study too fragmented, no hypothesis too trivial, no literature citation too biased or too egotistical, no design too warped, no methodology too bungled, no presentation of results too inaccurate, too obscure, and too contradictory, no analysis too self-serving, no argument too circular, no conclusions too trifling or too unjustified, and no grammar and syntax too offensive for a paper to end up in print.”
  • Non è vero che la peer review non ha alternative: Internet offre molte opportunità per una post-publication peer review aperta, trasparente e continuativa.

Tornando al lettino dello psicoanalista, è probabile che oggi – essendo quella di pubblicare un’esigenza burocratica più che culturale – il contraccolpo emotivo degli autori “respinti” sia meno intenso. E l’amor proprio sarà tutelato anche dal sapere che, in fin dei conti, la “sindrome di Ulisse del manoscritto scientifico” farà sì che,alla fin della fiera, un porto accogliente, quell’articolo, lo troverà certamente. In attesa dell’auspicata fine della peer review, dal lettino dello psicoanalista la questione torna sul computer dei referee.

Più che di elaborazione del lutto, si sente la mancanza di una migliore elaborazione del letto.

 

 

Comments

2 Comments

paolo subioli

Articolo interessante, grazie.
Riportando certe considerazioni ad un livello più generalista, sono molto contento di leggere ogni giorno le notizie non su un quotidiano specifico, ma su un’ampia di fonti diverse, grazie ad internet e le sue stupende tecnologie, tra cui – in questo caso – i feed RSS.

Laura Reali

Past eemplicemente fantastico, ironico e razionale quel tanto che basta e ahimè 🙁 terribilmente vero


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In this important work with colleagues from Italy, we examine if price negotiations lead to better alignment between price of cancer drugs and their outcomes. bmjopen.bmj.com/content/9/12/… @AntonioAddis2 @fperrone62 pic.twitter.com/Nohz0Hp733

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…