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Le verità fragili dell'industria farmaceutica

Londra: torna Laura e racconta della retrospettiva su Damien Hirst, uno dei più acclamati artisti contemporanei: fino al 9 settembre è in corso “a brilliant Tate show”, come ha scritto il Sunday Times.

Sempre da Londra: nell’area blog del BMJ (che tra big Pharma e medicine complementari sta diventando un po’ troppo ecumenica), trovo un post di Stephen Whitehead. Il presidente della Association of British Pharmaceutical Industries chiede un atteggiamento indulgente nei confronti dell’industria farmaceutica: non nega le responsabilità di quest’ultima (per errori commessi in passato, sostiene) ma sottolinea che anche gli altri stakeholder della sanità non sono dei santi. Scrive: “I welcome close scrutiny, and it is the very nature of modern science to question everything, but instead of criticising my industry for things that happened in the past, we should look at where we are today, and how we can continue to improve. Industry has made great strides in recent years, and the wider research community recognises the need to improve too.”

Cagliari: conversando con Tom Jefferson, finiamo a parlare di un anniversario importante: quarant’anni dalla prima pubblicazione del classico libro di Archie Cochrane, Efficienza ed efficacia. Quell’antipatico di Sun Tzu decide di fare l’apocalittico e, nonostante sia un libro del Pensiero, ne sconsiglia la lettura (guarda che tipo…) raccomandando invece quella di Pharmageddon, di David Healy. E’ la storia di una tragedia, anzi, di una serie di tragedie che, a ripercorrerle tutte insieme, si resta senza parole. Il paradigma dell’EbM non è più una garanzia? E’ quello che sostiene anche Healy: “Doctors claim to be shielded by guidelines and evidence based medicine from company marketing — seemingly unaware that companies are now the most enthusiastic advocates of guidelines and evidence based medicine.”

Roma: lascio Tom alle sue letture e arriva un post di Richard Smith che, neanche a farlo apposta, chiede: “Vi vengono in mente altri artisti associati alla morte, oltre Damien Hirst?” Gli chiedo se ha visto e come gli è sembrata la Pharmacy riallestita alla Tate Modern e, in risposta, mi dice della sua sorpresa nel vedere tanti giovani visitatori tra le pillole e gli alambicchi. Eppure, la morte è “la” presenza nelle sale dello splendido museo londinese e anche la farmacia, gelida e immobile, è un presentimento della fine: “I’ve always seen medicine cabinets as bodies – ha dichiarato Hirst al Guardian – but also like a cityscape or civilization, with some sort of hierarchy within it. It’s also like a contemporary museum of the Middle Ages. In a hundred years time this will look like an old apothecary. A museum of something that’s around today.”

“Like medicine, however, these attempts to think a way around death are eternally doomed to failure”, ha commentato il quotidiano inglese. Doversi misurare con la morte è un lusso, mi viene da pensare, che può permettersi un artista, non l’industria.Purtroppo, troppe volte il valore aggiunto di un farmaco si misura in giorni o in settimane; non riuscendo a legarsi alla vita invece che alla morte, hai voglia di mandare in vetrina dirigenti blogger a chiedere clemenza: potranno fare ben poco per riabilitare un’industria che ha così danneggiato la propria credibilità.

“Fragile truth”: è il titolo di un’opera di Damien Hirst. Un semplice scaffale di medicinali.

 

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“Uno degli aspetti centrali della proposta è che l’eredità universale sia spendibile in modo non condizionato. È importante perché credo sia fondamentale dare ai giovani libertà, fiducia e responsabilità”. @RebeccaDeFiore a proposito di una delle 15 proposte del @DD_Forum. pic.twitter.com/qBvCLhe75y

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…