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La malinconia ci passa (tardi) di sera

Da una quarantina di minuti ascolto il racconto torrentizio di qualcosa che immagino possa riguardarmi, a fidarsi delle parole che qua e là riesco a cogliere. La mia sindrome di Méniere non mi aiuta e neanche il buio pesto del giardino che ci ospita, il cui perimetro è a malapena descritto da una serie di lumini cimiteriali.

Se il tutto si fosse svolto nella solita pizzeria di quartiere, i problemi di illuminazione sarebbero svaniti ma non quelli di comunicazione, considerato il frastuono che normalmente caratterizza le cene di classe di fine anno. Un rapido conto e si capisce come contribuiscano a movimentare l’economia: tra elementari, medie e superiori ci sono in Italia oltre 6 milioni di alunni; se la metà di loro si ritrovano a cena a giugno (senza contare che nella scuola primaria alle cene partecipano anche i genitori), una spesa media di 20 euro a persona dà la bella cifra di 60 milioni di euro. Unite ai saggi di musica, recitazione, ginnastica e danza sono una delle tradizioni cui (inspiegabilmente) è più difficile rinunciare, nonostante gran parte dei partecipanti accolga la comunicazione dell’invito con un espressione da funerale (e dire che le cerimonie funebri hanno il pregio di essere più brevi e sicuramente più giustificate).

Di anno in anno la sofferenza aumenta con la sola eccezione di quei padri che, superata la soglia critica dei 16 anni dei propri figli, si sentono finalmente tranquilli nell’ammirare le doti delle compagne di corso delle proprie pargole senza essere trafitti dagli sguardi severi di mogli e, soprattutto, suocere.

Ma la sofferenza aumenta anche, e questa volta è vero, per colpa di internet. Accade infatti che la prossimità (di quartiere, scolastica, parrocchiale, scoutistica, di partito) sia sempre meno sufficiente per costituire un motivo di interesse. Troviamo i nostri “prossimi” in giro per il mondo, scegliendoli con cura a seconda di cio che scrivono (siamo tutti Scholarizzati), dicono (siamo tutti YouTubizzati), fotografano (siamo tutti Flickrizzati), presentano (siamo tutti Slidesharizzati), preferiscono (siamo tutti Deliziati). Questa è una delle ragioni per cui nel quartiere, a scuola, al lavoro, in parrocchia, nel partito ci sentiamo più soli.

Un libro di Sherry Turkle ha suscitato consenso generale: recensioni su grandi giornali, interviste prestigiose (anche se grazie al cielo spesso abbastanza critiche), una TED conference. Un diluvio di pagine (432!) per spiegare come il social web amplifichi la nostra solitudine. Un ragionamento perfetto che, però, va ribaltato: i social network sono la conversazione di cui sentiamo il bisogno oggi, scrive Jonathan Lehrer sul New York Times. Però ci rendono più esigenti, condizionano la nostra disponibilità ad accontentarci.

Capovolgendo Celentano, la malinconia ci passa di sera (tardi, molto tardi) quando possiamo tornare a discutere di impact factor con chi preferiamo anche se sta a diecimila chilometri di distanza. Ah, sì, perché era di impact factor che mi parlava, al buio, quel signore sconosciuto.

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Va beh, mi hanno invitato a farlo girare... So’ ragazzi, questi di @forwardRPM , come fai a dirgli di no? twitter.com/forwardRPM/sta…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…