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Lasciare i luoghi comuni

Chiara lavora nella Cardiologia di un ospedale di Roma. La scorsa settimana, essendo chiuso per lavori il consueto passaggio verso la Radiologia, è stata costretta ad un giro più ampio. “Ho impiegato più o meno il triplo del tempo – mi spiega – ma sia per aver incontrato un collega che non vedevo da un pezzo, sia per le associazioni di idee nate durante il percorso, credo di essere riuscita a risolvere un caso che mi tormentava da qualche giorno”.

Il suo racconto mi fa tornare in mente quello di Mary Mitford. Erano gli anni del terzo decennio dell’Ottocento, tra il 1824 e il 1835. Mary aveva la passione della scrittura, quella “narrativa di villaggio” così in voga, all’epoca. Ne scrisse cinque, di volumi, racchiusi nel titolo Our village, che il Project Gutenberg ha messo gratis online. Il villaggio era quello di Three Mile Cross e ancora oggi, se lo cerchi su Maps, lo trovi indicato subito a sud di Reading. [Vedi qui la mappa]

Che bel nome per una citta: Leggendo.

Insomma: la narrativa di Our village è un esempio di letteratura che si sviluppa secondo un andamento circolare rispetto al punto di osservazione dell’autrice, invece che lineare; Mary indugia sulle caratteristiche “country walks”, passeggiate in campagna ogni volta in una direzione e con scopi diversi: l’osservazione del paesaggio, la raccolta dei fiori, il gioco con gli animali, la ricerca di frutti. Questa esperienza del territorio fu radicalmente cambiata dalla riorganizzazione della campagna inglese prodotta dal sistema delle recinzioni, le famose enclosures di inizio Ottocento. Girovagare nella campagna (errare) diventò più difficile; ugualmente, le strade rettilinee che costeggiavano le proprietà resero meno frequente sbagliare strada (errare). In un passaggio del genere, anche la velocità del movimento conta, eccome: “gli uomini liberi possono percorrere la strada che conduce a relazioni sociali produttive solo alla velocità di una bicicletta”, sosteneva Ivan Illich. O di un cavallo, avrebbe precisato Mary.

In un bel libro di qualche anno fa, Franco Moretti spiega come il seguire percorsi lineari (e le routine giornaliere, gli itinerari consueti, predeterminati) definisca l’ambito della “mentalité”. Al contrario, distogliere lo sguardo dalla consuetudine, integrare il dovere con il piacere di una distrazione, allungare percorsi è dare voce alle passioni, ai propri interessi, ai desideri. È, dice Moretti, “ideologia”. Questo dualismo tra una “mentalité” prevedibile e una “ideologia” esposta alle meraviglie (più che ai rischi) delle divagazioni è davvero molto suggestivo. Ci pensavo l’altra sera quando qualcuno sosteneva che le serate di “Quello che (non) ho” erano caratterizzate da un approccio “ideologico”. In realtà, era una osservazione perfetta nella sua precisione: quelli di Ettore Scola sul quaderno, di Marco Paolini sui treni, di Vittorio Magrelli sulla poesia non erano altro che sconfinamenti, digressioni che superavano gli steccati entro i quali la “mentalité” ci confina. E’ una dialettica che sollecita collegamenti a tante altre riflessioni: per esempio a quelle di Marc Augé che sosteneva che ciò che andrebbe considerato “esterno” alla rete delle connessioni globali è proprio “il locale”, ciò che di più “interno” sarebbe logico immaginare.

La sfida da raccogliere è – almeno ogni tanto – quella di smetterla di procedere entro i confini: lasciarsi contaminare, dare ascolto a punti di vista/professionalità diverse, mettere in discussione certezze. Solo così potremo tornare a provare stupore. E’ una cosa che manca alla medicina di oggi: sempre più costituita da percorsi predefiniti le cui traiettorie si pretende siano determinate esclusivamente dalla tecnica, mai dalle passioni.

Così, cambiare strada in ospedale, per Chiara, può rivelarsi un’opportunità. Dilungarsi, dilatare il tempo, anche “errare” è la strada più tortuosa e “migliore”. Anche in amore, aggiunge Chiara, prolungandone il tempo, non avendo fretta, salendo e scendendo sulle chine del corpo. Ma questo non c’entra con DottProf.

Fonti: Franco Moretti. La letteratura vista da lontano. Torino, Einaudi, 2005.
Ivan Illich. Elogio della bicicletta. Torino: Boringhieri, 2006.
Marc Augé. Tra i confini. Città, luoghi, interazioni. Milano: Bruno Mondadori, 2007.

Comments

2 Comments

luciano

In fondo, è quel che la medicina si ostina a non accogliere dalla pratica psicoanalitica, e che anzi le rimprovera: di procedere per associazioni di idee, in un procedimento caotico e irriproducibile. Le due pratiche potrebbero invece convivere e le digressioni e le anse dell’analisi potrebbero utilmente permanere accanto alle “Prospettive Nevskj” della medicina tradizionale.

Felice Di Lernia

Lettura utile e piacevole. I riferimenti antropologici di questo articolo sono già una bella pratica di sconfinamento… In passato ho utilizzato molto il concetto/utilità di lasciare i luoghi comuni (anche intesi proprio come percorsi abituali in senso stretto) nell’ambito dei percorsi sul burnout…


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Luca De Fiore

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