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La sindrome del cut & paste

Pagine e pagine copiate da Wikipedia. Il libro di Chris Anderson era atteso da molti mesi e, alla fine, il titolo sembrava non si riferisse più al contenuto. Free non era il prezzo di vendita (che in America nella versione hardback superava i 25 dollari) quanto piuttosto la furbata dell’autore che aveva copiato intere voci dell’enciclopedia collaborativa senza mai citarla.

Se n’era accorto un giornalista della Virginia Quarterly Review. Subito, però, lo scivolone fu segnalato da quotidiani molto letti, come il Los Angeles Time, e l’autore fu costretto a spiegare. “Non sapevo come citare una fonte da internet” (“my inability to find a good citation format for web sources”): che, detto da uno che è stato editor-in-chief di Wired, sembra davvero la prima stupidaggine buttata là. A parte l’improbabile giustificazione, Anderson e la casa editrice corressero subito l’edizione online (quella davvero “free”) e le successive ristampe riconobbero la paternità dei brani rubati.

Una domanda, però, rimase senza risposta: il giornalista come si accorse del furto? Forse potrebbe aiutarci a scoprirlo un qualsiasi redattore di una casa editrice: tutte, chi più chi meno, sollecitate a revisionare testi sempre più spesso copiati (almeno in parte) dal web. Soprattutto da Wikipedia.
Discussa con le (incredule) figlie adolescenti, la questione sembra debba essere affrontata con pragmatismo:

  • controllare col mouse over la presenza di collegamenti ipertestuali inavvertitamente lasciati dall’autore;
  • cercare i segni (°) che compaiono spesso nei testi copiati dal web e incollati su un documento Word;
  • insospettirsi dell’erudizione di un autore soprattutto se connotata da un approccio che le Annales avrebbero definito “évenementielle”, vale a dire quasi eccessivamente sostenuto da fatti, date, nomi a scapito di un approfondimento critico;
  • usare strumenti come Dustball o Article Checker, molto semplici da utilizzare.

Resta da capire una cosa. I redattori, ormai allenati, sono in grado di scoprire diversi “incidenti” ma certamente molti furti passano inosservati: perché non giungono segnalazioni da lettori? Possibile che la fruizione dei testi sia ormai così superficiale?

Infine, una parola sulle giustificazioni degli autori smascherati: “Certamente, la voce di Wikipedia è sovrapponibile: ne sono io l’autore…” oppure “Avete fatto bene ad avvertirmi: evidentemente, chi ha redatto la voce su Wikipedia ha copiato alcuni miei fondamentali contributi scritti ormai diversi anni fa: farò valere le mie ragioni in Tribunale”. Resta la sensazione di una crescente difficoltà a scrivere seguendo un ragionamento lineare. Come scrive Paulien Dresscher in I read where I am, sembra quasi impossibile “ordinare i pensieri e formulare argomentazioni” senza vagare in modo irrequieto sulla tastiera e sul web. Siamo diventati, dice, “pancake people” (wide and thin) abbandonando una struttura mentale “cathedral-like”, densa e complessa.

Speriamo che non sia così.

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Luca De Fiore

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