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Da chi dipende l'informazione indipendente?

Scrivanie vuote, quelle di medici e farmacisti. E, da poco, neanche un ricordo di un’esperienza da incorniciare. Dell’informazione sui farmaci e dispositivi medici garantita dall’Agenzia Italiana del Farmaco per un decennio, dal 2000 al 2009, non c’è più traccia. Non soltanto è stata interrotta, ma oggi non è più accessibile alla consultazione sul sito dell’Aifa.

Oddio, scrivanie vuote mica tanto: comunque ben affollate di riassunti di caratteristiche di prodotto, dépliant e, soprattutto, di quei reprint di riviste che rappresentano ormai il “gold standard” della pubblicità farmaceutica. Trial ciechi, randomizzati, multicentrici: sempre e comunque “controllati”. Più dall’industria che dalle autorità regolatorie.

Come scrive Antonio Addis sul Sole 24 Ore Sanità (AttivitaeditorialeAIFA), “dal 2009 in poi non è stato sviluppato nessun nuovo strumento informativo anche solo simile al Bollettino di Informazione sui Farmaci e addirittura questa attività non viene più citata nei documenti programmatici dell’AIFA. Tutto ciò non trova una spiegazione in ambito normativo. Infatti, oltre al mandato dell’AIFA, che risulta ancora chiaro sull’obbiettivo di dover avere un ruolo nell’informazione indipendente sui farmaci, i riferimenti legislativi che sostengono i capitoli di spesa per consentire all’AIFA i fondi necessari per importanti attività informative sono ancora validi.”

Evidentemente, il BIF e Reazioni (la rivista di farmacovigilanza) non erano gradite da chi le riceveva. Manco per sogno. “Un’indagine commissionata dall’AIFA nel 2009 al Censis e mai pubblicata, – spiega Addis – (…)  indica come le riviste curate dall’AIFA erano unanimemente conosciute dalla netta maggioranza dei medici interpellati (rispettivamente 98% e 83% per il BIF e Reazioni). In un report di 72 pagine del maggio 2009 il Censis descrive un apprezzamento plebiscitario da parte dei medici per le riviste AIFA, con percentuali incontrovertibilmente positive (oltre il 97%).”

Quella prodotta dall’Aifa non era un’informazione indipendente, perché dipendeva fortemente dai bisogni formativi del personale sanitario e dalla domanda di salute dei cittadini. Ma garantire a medici e farmacisti un’informazione che si ponesse in una posizione dialettica (non necessariamente critica, beninteso) con quella proposta dall’industria era una scelta politico-culturale di fondamentale importanza. Anche perché, attraverso la distribuzione capillare, nelle case e negli studi del medico e del farmacista, di riviste e di libri è stata portata avanti una vera e propria rivoluzione culturale in ambito sanitario, finalizzata al recupero di un’attività essenziale e oggi quasi desueta: la riflessione critica su contenuti professionali attraverso la lettura di opere compiute e coerenti. Libri e riviste interi, ma dimmi tu.

Ti pare poco. Non è un caso che oggi l’industria abbia quasi abbandonato ogni supporto a libri e riviste prodotti da editori indipendenti (ops: dipendenti da un insieme di ricavi, non solo o non tanto dai finanziamenti aziendali). Al medico e al farmacista giungono frammenti: reprint, newsletter, e-alert, schede volanti.

Informazione in pillole, insomma. Dopo tutto, che ti aspettavi?

Comments

14 Comments

Francesca Rocchi

Da lettrice attenta del BIF e, per mia grande fortuna, anche parte della redazione dello stesso, non posso che condividere pienamente l’analisi di Antonio Addis. Sarà un caso, ma proprio oggi ricordavo con alcuni medici l’utilità di strumenti come Clinical Evidence ed Ecce. Sarà un caso?

Lucio Patoia

D’accordo completamente su quanto sostiene Antonio Addis. Il grave è che tutto questo avviene senza alcuna voce di protesta da parte dei medici, degli ordini, delle società scientifiche, dei sindacati medici e anche, per quanto ne so io (ma forse potrei sbagliare), degli assessorati alla sanità. Nella mia regione, l’Umbria, il problema informazione indipendente è stato da qualche anno messo completamente da parte dagli organi regionali. Per i nostri decisori sembra che ci siano problemi più importanti: la crisi, i problemi economici, la conseguente necessità di risparmiare. Come se la informazione distorta su farmaci, tecnologia diagnostica, presidi medici (stent, etc) non avesse nulla a che fare con la spesa, la qualità delle cure, la salute dei cittadini, i contenziosi medico-legali, il consumismo farmaceutico. Chi ricorderà ai nostri decisori l’importanza di una pratica clinica basata sulle prove di efficacia(tanto per ricordare la versione in italiano che A. Liberati dava della EBM)?

Ldf

Ragazzi, è avvenuto il miracolo: sul sito dell’AIFA sono riapparsi i numeri del Bif. http://www.agenziafarmaco.gov.it/it/content/bollettino-di-informazione-sui-farmaci
Il titolo del post potrebbe dunque subire una variazione: “Da che (e non da chi) dipende l’informazione indipendente?”

Antonio Addis

Ieri è arrivata la risposta all’articolo che avevo scritto la scorsa settimana sul Sole 24 Ore Sanità. Il Direttore Generale di un’Authority europea insieme con il DG di un’Authority nazionale ed il Presidente di quest’ultima si sono messi in fila per spiegare che ora l’informazione AIFA sui farmaci è più trasparente, economica ed efficace. Al contrario, prima era poco incisiva o addirittura ludico-ricreativa.
Magari hanno ragione loro. Secondo me bisognerebbe chiedere agli utenti. Sempre che sia rimasto ancora qualcuno interessato al tema dell’informazione sui farmaci.

Io, per esempio, sarei curioso di sapere se la nuova newsletter “Pillole dal Mondo” (vedi sito AIFA) è quello che – leggendo la risposta dei capi del regolatorio nazionale ed europeo – può rappresentare un esempio di informazione indipendente che mira ad un coinvolgimento diretto dei medici di medicina generale (MMG).

Pensare che io invece l’avrei definito un pezzo autoreferenziale che si occupa genericamente – nel primo numero – di un tema importante (i disturbi cerebrali) presentato però in maniera tale da non interessare i MMG.

Come dicevo: magari hanno ragione loro e, se così fosse, avrei fatto bene a cambiare mestiere. Non ci capivo niente.

Ldf

Esce sul Sole 24 Ore Sanità del 3 aprile la risposta di cui scrive Addis nel commento precedente. Personalmente, ho trovato l’articolo di estremo interesse, perché spinge a riflettere su questioni importanti. Eccone alcune.
1. Come misurare l’efficacia dell’informazione scientifica. Se n’è discusso molto negli ultimi 20 anni concludendo che:
a) è una questione complessa, perché una valutazione seria dovrebbe prevedere l’uso di indicatori plausibili. Il “gradimento” soggettivo dei lettori non è tra questi, per esempio. Anzi: paradossalmente, un “non gradimento” potrebbe valere come indicatore di efficacia…
b) Anche le modalità di effettuazione della ricerca e la congruità del campione rivestono grande importanza. Al riguardo, la ricerca citata sembra essere stata condotta su 1.000 MMG escludendo due componenti chiave dei destinatari della rivista, come i medici specialisti e i farmacisti. E’ noto che come i driver della prescrizione siano i primi (a torto o a ragione il MMG si trova spesso nella condizione di confermare una scelta effettuata a monte).
2. Trasparenza. Non è esatto affermare che “la strategia di informazione indipendente vigente sino al 2009 non aveva contemplato la realizzazione di un report che rendesse conto in trasparenza di tutte le attività svolte dall’Agenzia”. Il report esisteva, commissionato dalla Direzione e redatto con la collaborazione di tutte le divisioni dell’Agenzia. Il documento già impaginato e pronto per la stampa è stato tenuto in sospeso e infine bloccato (dopo il 2009). Anche in questo caso, costo uguale a zero, perché la nuova gestione dell’Agenzia non ha ritenuto doveroso riconoscere compensi per il lavoro svolto.
3. Le forme dell’informazione scientifica. Le considerazioni di Rasi et al. sono interessanti anche a questo proposito. Intorno al Bif dialogavano numerosi “esperti” provenienti dal mondo dell’accademia e della ricerca (sarebbe bello che anche qualcuno di loro intervenisse al riguardo), nonché medici e farmacisti dell’Agenzia, tutti interessati e coinvolti nel lavoro editoriale. Erano gli anni in cui Richard Smith, direttore del BMJ, avvertiva che i principali “competitor” delle riviste mediche fossero il Manchester United e i “film hollywoodiani”, a sottolineare come – nell’economia della conoscenza – fosse opportuno ripensare ai modi e ai format della comunicazione scientifica. Da quel confronto è uscita l’attuale offerta di informazione che, dal BMJ al New England, dagli Annals al Lancet, è sempre più ricca di recensioni di film o di spettacoli teatrali, commenti sull’attualità politica o quiz a premi. Il tutto, sempre o quasi anche stampato su carta: perché il 91% dei medici e farmacisti ancora la preferisce al web.

MarcoR

Trovo surreali commenti e espressioni utilizzate. L’etica impone un po’ di chiarezza per il lettore. Dichiariamo il conflitto di interessi: quanti sono stati i proventi che le società degli autori di questo blog hanno percepito da Aifa per BIF e altre attività negli ultimi 10 anni?
Grazie

vinab

Non riesco a leggere liberamente SoleSanità, quindi non posso controllare, ma la descrizione dei “rispondenti” ad Addis è incompleta: il DG EMA (Rasi) è l’ex DG AIFA, chiamato allora a sostituire Martini – vedi vecchia storia – e recentemente promosso in EMA. Il DG AIFA (Pani) è un brillante opinion leader, strettamente legato all’ex DG di cui sopra. Trovo queste informazioni necessarie per completezza di veduta…

Ldf

L’osservazione è assolutamente pertinente; tenere un blog espone ad una costante proposta di “opinioni personali”, ovviamente condizionate da esperienze, passioni, convinzioni politiche, religiose e così via. Anche in questo caso, è utile a chi legge sapere che l’autore del post (LDF) è dirigente della casa editrice che, dopo bando pubblico di gara, ha collaborato all’edizione del Bif. Mi sembra di ricordare che il ricavo annuo fosse di circa 85-90 mila euro, di cui circa il 4-5% costituiva utile d’impresa. Ben più del vantaggio economico (la mia retribuzione non varia con l’aumentare dei ricavi dell’azienda) a determinare l’interesse potenzialmente in conflitto sono le convinzioni culturali e, in senso lato, politiche. Che spero siano trasparenti ed evidenti ai lettori.
Grazie comunque dell’osservazione e del richiamo, più che opportuno.

Laura Reali

Condivido pienamente le affermazioni di Addis,
meno quelle di chi sostiene che medici e farmacisti non si interessano e preferiscono il cartaceo. Nell’estate 2009 a seguito della nomina di Rasi e di sue dichiarazioni alla stampa alquanto sgradevoli nei confronti della precedente gestione AIFA e piene di critiche al Bif, a Ecce e ai progetti editoriali e formativi AIFA, scrissi una lettera aperta di protesta a Rasi, in cui chiedevo assicurazioni e conferme. Raccolsi in poco più di 1 mese ( ed era Luglio) oltre 400 firme via mail di medici, farmacisti e altri operatori sanitari che spontaneamente aderirono al passaparola sul web. Alcune erano anche firme molto illustri.
Rasi rispose rassicurandoci che l’informazione e la formazione dell’AIFA sarebbe rimasta e sarebbe stata anzi potenziata.
Oggi potete vedere tutti che cosa è stato.
Che peccato avere mancato alle richieste di così tante persone veramente interessate e qualificate.

FR_TV

A quanto si legge dalla replica sul Sole24Ore, i fondi con cui il Bif e le altre attività editoriali erano finanziate facevano parte dello stesso fondo destinato anche alla ricerca per la cura delle malattie rare. Sinceramente mi lascia sbalordito apprendere che oltre 44 milioni di euro (!) sono stati, a mio avviso, sperperati in carta e inchiostro. Invochiamo la digitalizzazione e la dematerializzazione e poi sentiamo ancora la mancanza del pezzo di carta.
Fossi il padre di un bambino affetto da una malattia per cui ancora non c’è cura, mi sentirei molto offeso.
Forse per la prima volta siamo di fronte una pubblica amministrazione che cerca di gestire meglio le risorse pubbliche, correggendo gli sprechi.

giovanni

Sono il padre di un bimbo con una malattia rara. sono rimasto dispiaciuto nel vedere che ci sono fondi pubblici stanziati per pubblicazioni rivelatesi poi inutili che potrebbero essere dedicati ai fondi per la ricerca sui farmaci per le malattie rare per aiutare bambini che come figlio non chiedono altro che una speranza per vivere. forse chi si è occupato di queste pubblicazioni inviate da quello che leggo a medici che dovrebbero conoscere le realtà che praticano, non ha mai avuto un figlio o una persona a cui vuole bene che aspetta farmaci anche costosi e viene poi a sapere che i soldi per comprarli vengono così miseramente dirottati su altre finalità…..

Ldf

E’ un bene che su questioni così importanti ci sia confronto. I due commenti più recenti si riferiscono al costo-opportunità (per così dire) della formazione continua del personale sanitario. Per dare giudizi non soltanto basati sull’emotività, è il caso di ragionare sulla “evidenza” della necessità di una crescita professionale costante di chi deve pianificare e erogare l’assistenza. Ritenere che la spesa per la formazione sia una “sottrazione di fondi per la ricerca” è davvero sorprendente: dovremmo parlare di investimenti, non di costi.
Come leggiamo in un articolo uscito sul NEJM del 22 marzo scorso (primo autore Michael Steinman), l’investimento annuo in ECM negli USA è superiore ai 2 miliardi e 200 mila dollari. Meno della metà proviene dall’industria. In Italia non è cosi e sarebbe il caso di chiedersi la ragione dell’avarizia delle istituzioni sanitarie nazionali nell’investire nello sviluppo professionale (ed umano) dei propri operatori.

caterina

Ma stiamo scherzando?? Il Bif sarà stato fondamentale per qualcuno, così come le attività editoriali, ma è inconcepibile che i fondi facessero parte dello stesso bacino di soldi utili per la ricerca per la cura delle malattie rare.
44 milioni di euro sono forse carta straccia? io starei più attenta a definire che cosa è importante e che cosa si può evitare.
gli sprechi si devono sempre evitare: la ricerca è per molte persone l’unica speranza di sopravvivenza.

Antonio Addis

Leggendo gli interventi di chi si lamenta che le passate attività editoriali dell’AIFA siano state finanziate con fondi che sarebbero dovuti andare a supportare la ricerca per le malattie rare, ho pensato che, come responsabile degli ultimi anni del BIF, non posso evitare di intervenire. Chi scrive con rabbia e si indigna avrebbe ragione. La avrebbe però se ciò non fosse una falsità di chi, con inettitudine, ha deciso di trasformare la discussione sull’informazione indipendente in una rissa, senza risparmiarsi peraltro di spararle grosse.

I fondi per il BIF facevano parte di un fondo ad hoc che si alimentava (e si dovrebbe ancora alimentare) da tariffe che le aziende farmaceutiche pagano ogni volta che organizzano un congresso di una certa dimensione.

I fondi per la ricerca sulle malattie rare e per pagare i farmaci orfani derivano da un altro fondo individuato nella legge istitutiva dell’AIFA. Si tratta del 50% di una quota che ogni anno le aziende dedicano alle attività promozionali. Si tratta quindi di un’altra cosa di cui chi ha scritto rispondendo al mio articolo non può non sapere. Dalla stessa quota, il rimanente 50% dovrebbe essere dedicato ad attività di farmacovigilanza e promozione dell’uso razionale dei medicinali da gestire insieme con le Regioni.

Chi scrive con tanta foga sui fondi più o meno negati dovrebbe piuttosto chiedersi dove sono andati a finire i soldi che fino al 2008 supportavano dei bandi AIFA pensati specificatamente per la ricerca sulle malattie rare che (come le attività editoriali) semplicemente non c’è più.

Anche in questo caso, forse quello che manca è proprio l’informazione.


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…