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L’informazione scientifica: andiamoci piano

Gina Kolata, giornalista scientifica del New York Times, è a cena con James Watson: “Folkman curerà il cancro entro un paio d’anni”. Lui giura di non aver detto proprio così, ma la “non notizia” finisce il giorno dopo sulle pagine del quotidiano più conosciuto del mondo. L’aneddoto raccontato da Giuseppe Remuzzi sul Corriere della Sera del 25 marzo conferma che ovunque – dal bar al NYT – le opinioni sono considerate più attraenti delle evidenze scientifiche (nel caso specifico, purtroppo, le intuizioni del Maestro della angiogenesi non hanno portato a “soluzioni” diffuse nella terapia antitumorale).

Giustamente Remuzzi sostiene che il problema è nella non disponibilità di ricercatori e giornalisti a riconoscere i limiti del proprio lavoro: tutto dev’essere “vero” per forza, senza alcun dubbio. Ma il punto è anche, o soprattutto, nell’eccesso di velocità.
Se ti capita la fortuna di ascoltare una frase di Folkman che ti può aiutare a costruire un articolo da prima pagina, non avrai tempo per verificare né per cercare una “seconda opinione”: buona la prima, insomma. È il ritmo della “fast science”, scrive preoccupata Francoise Baylis sul forum dell’Hastings Center; gran parte del giornalismo scientifico è funzionale a questo modo di produrre informazione di scarsa qualità: l’obiettivo non è contribuire ad una maggiore consapevolezza del cittadino, ma sostenere l’economia: “if the research will contribute to the economy by creating new products, new services, and new jobs, – scribe la Baylis – then the research should be pursued – the faster, the better”.

Più veloce, meglio è.

Baylis si richiama al movimento della Slow Science che ricorda da vicino la nostra Slow Medicine (che al contrario del meno intraprendente gruppo europeo non fa lo stesso intelligente investimento nei social network: questa è la pagina Facebook di Slow Medicine): la scienza ha bisogno di tempo per pensare e per leggere, per dialogare con le scienze umane e sociali, tempo per far depositare queste riflessioni. Di tempo per sbagliare.

Ecco: questo non manca mai.

Comments

2 Comments

barbara gallavotti

Vero, ma è anche vero che l’opinione di una fonte autorevole è una notizia e può essere citata: basta dire che è appunto una opinione e chiarire bene quando si riporta un risultato scientifico e quando una intuizione personale, che forse è anche una speranza

Ldf

Melissa Stone, della rivista Yale Scientific, sosteneva lo scorso anno nel proprio editoriale di congedo dalla direzione che quello del “journalism ethics is not a field of black and white”. (http://www.yalescientific.org/2011/02/ethics-in-science-journalism/) La responsabilità sociale di chi comunica la scienza, però, va tenuta in gran conto, soprattutto per non alimentare speranze infondate. Gli esperti, a questo riguardo, sono fonti … pericolose; come dice John Joannidis in un articolo sul JAMA di questa settimana: “Opinion leaders are experts whose valued utterances can exercise wide influence regardless of, in the absence of, or even against evidence.”


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In this important work with colleagues from Italy, we examine if price negotiations lead to better alignment between price of cancer drugs and their outcomes. bmjopen.bmj.com/content/9/12/… @AntonioAddis2 @fperrone62 pic.twitter.com/Nohz0Hp733

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…