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Potreste pubblicare di meno?

Ogni anno creiamo 1.200 miliardi di gigabyte di informazione. Fa più effetto se pensiamo che una cartella con mille foto in buona risoluzione, più o meno, fa un giga. Ogni cinque anni, questi numeri si stanno moltiplicando per dieci.

Il bicchiere è mezzo pieno se consideriamo i vantaggi: ne vengono in mente molti, ognuno scelga ciò che preferisce. E’ mezzo vuoto, però, non tanto per i rischi di violazione della riservatezza quanto per la preoccupazione che la sovrabbondanza di dati finisca per distanziare dalla conoscenza. Raccogliere dati è semplice, ma selezionarli, archiviarli, indicizzarli, classificarli, aggiornarli e soprattutto contestualizzare l’informazione è molto più complicato.

Le riviste scientifiche contribuiscono molto a questa sovrabbondanza di dati; rappresentano circa il 75 per cento dell’editoria periodica accademica (Morris, 2007). Quelle attive e dotate di plausibili meccanismi di controllo di qualità dei contenuti sono più o meno 20 milae aumentano di numero al ritmo del 3 per cento ogni anno. Non solo: cresce anche la loro foliazione. Non può essere casuale che una delle lamentele più frequenti ricevute dal BMJ riguardasse l’eccesso di offerta di informazioni: “Can’t you close down for a few weeks and give us all a rest?” (Smith, 2012)

Gli articoli aumentano per dare spazio alla domanda di visibilità, in primo luogo proveniente dai Paesi asiatici e dell’est europeo. Più pagine, dunque, per chi scrive e inevitabilmente costi più alti di produzione, dovuti soprattutto al processo di peer review (considerata la rejection rate di molte riviste, almeno due terzi del lavoro di revisione critica è a perdere…). Tutto ciò si riflette in maggiori costi di abbonamento e in una drastica riduzione degli abbonamenti cartacei da parte delle istituzioni e di quelli personali, che consentivano al lettore di sfogliare la rivista dall’inizio alla fine. Evidentemente, che la gente legga o no importa poco: infatti, nonostante tutto e in un mondo che soffre, la più grande tra le case editrici scientifiche, Elsevier, cresce: il fatturato 2011 aumenta del 2% ma è strabiliante soprattutto l’utile, che raggiunge la percentuale del 37% sugli investimenti.

La frase con cui la direzione del Lancet si schiera contro il Research Works Act (che, se approvato dal Congresso statunitense, impedirebbe alle istituzioni di vincolare i propri studiosi a rendere accessibili gratuitamente i propri lavori a prescindere dal copyright detenuto dagli editori) chiarisce molte cose: “A scientific publisher’s primary responsibility is to serve the scientific community” (Lancet, 2012). Anche le più stimabili tra le riviste scientifiche internazionali vedono il proprio interlocutore principale in chi fa ricerca, non in chi assiste il malato o tutela la salute del cittadino.

C’è una bella differenza. Da una parte poco più di sette milioni di persone che fanno ricerca, scrivono e si leggono a vicenda. Dall’altra, il resto del mondo scientifico, sempre più distante dalla letteratura biomedica.



Morris S. Mapping the journal landscape: how much do we know? Learned Publishing 2007;4:299-310.

Smith R. You have a duty to complain. BMJ Blogs 2012, 15 febbraio.

The Bookseller, 16 febbraio 2012. http://www.thebookseller.com/news/elsevier-increases-sales-and-profits.html

The Lancet. The Research Works Act: A damaging threat to science. Lancet 2012;15 febbraio.

Comments

1 Comment

franco galanti

I vantaggi del pubblicare meno oggi sarebbero straordinari: ci sarebbe + tempo per il dialogo la verifica di qualità (BioTechnology Assessment), la Narrative Based Medicine e spt l’affinamento delle skills, … ma in realtà questo articolo accenna a più questioni bioetiche e mediche cruciali in poche righe, per le quali selezionare criticamente è l’unica soluzione odierna, data la montagna oraria di stimoli all’aggiornamento medico on line. A parte il mitico 12/09/2001, in cui vennero denunciati falsi clinico-scientifici e passarono (era destino) quasi inosservati, mi chiedo se la vecchia definizione di QA di A.Donabedian (la qualità è una disciplina localitstica parziale e relativa, non possa far risorgere la necessita di ricerca sanitaria in modo affatto distinto da quella cosiddetta ‘scientifica’


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Va beh, mi hanno invitato a farlo girare... So’ ragazzi, questi di @forwardRPM , come fai a dirgli di no? twitter.com/forwardrpm/sta…

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Luca De Fiore

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