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L'eleganza della ragione

Prendendo quel libro in mano ero sicuro di aver trovato qualcosa che nessuno, almeno in Italia, aveva mai visto. Tornato in Italia dalla caccia della Buchmesse, ne parlai al Professor Garattini: “Lo faccio vedere ad un nostro ragazzo che è tornato da poco da Harvard”. Era l’ottobre del 1986 e fu questo il motivo del mio primo incontro con Alessandro Liberati. Superfluo, per chi lo ha conosciuto, aggiungere che Ale non solo conosceva il libro, ma anche – e personalmente – gran parte degli autori per esserne stato allievo e collaboratore alla Harvard School of Public Health di Boston.

Era tornato dal suo primo soggiorno americano con l’occhio e la mente allenati all’esercizio, più che della “critica”, di un motivato disincanto nei riguardi della ricerca e della assistenza sanitaria. “La consapevolezza di quanto scadente sia la qualità della letteratura scientifica è acquisizione relativamente recente – scriveva presentando il libro del New England, The Medical Uses of Statistics – e per molti versi ancora da esplorare. (…) La cattiva qualità dipende non solo dalle regole editoriali delle riviste ma anche da genuini errori nella pianificazione e conduzione degli studi”. Questa sua originale consapevolezza lo ha reso negli anni una delle sponde più preziose alle quali rivolgermi per chiedere consigli, pareri, indicazioni. “Mi sembra non dica gran che di nuovo, non credi?” Era quasi sempre vero e questa sua attenzione alle cose davvero nuove ha più di una volta protetto il Pensiero.

Soprattutto ha protetto me. Sempre in modo molto discreto; più di una volta, in questi anni, ho pensato a quanto l’atteggiamento di Alessandro mi ricordasse quello di mio nonno che, il giorno che mi tenne a cresima, stando dietro e con una leggera pressione sulle spalle, mi disse sottovoce: “Guarda l’obiettivo”. Che fosse quello della Rollei per la foto ricordo o altri, più “pubblici” o condivisi, poco importa. L’importante era, ed è, non perdere di vista lo scopo, il fine ultimo del nostro agire. Questa “leggera pressione” Alessandro l’ha esercitata misurando le parole e, almeno nel nostro caso affidandole alla scrittura, più che alla voce. Raggiungere l’obiettivo è possibile solo coniugando ragione e passione; ne abbiamo parlato spesso e infine scelto queste parole come titolo di un libro costruito insieme e che abbiamo molto amato. Sosteneva che questi due strumenti – timone e vela del nostro andare – erano elementi necessari per nutrire un rapporto tra due amici che lavoravano insieme. Un rapporto fatto di dialogo, confronto e crescita, costantemente arricchito dal dubbio. Sarà per questo che le pagine che ci siamo scritte erano così piene di punti interrogativi, come quelli che condivano una sua mail, al solito notturna, di domenica 19 dicembre di sette anni fa: “Forse siamo solo incoerenti? Forse è questo il prezzo del cercare volta per volta la soluzione meno peggio? Un po’ di tutto questo?”

Nei venticinque anni di lavoro insieme mi ha sempre consigliato di “provare a nuotare senza perdere di vista le boe”. Siamo in Italia, aggiungeva, come a dire che qualsiasi galleggiante diventa meno visibile o più soggetto al moto delle onde. Colpisce la continuità del suo pensiero tra la precoce lucidità degli anni Ottanta alla più matura visione d’insieme che lo ha portato a puntare il dito, più che sulla forma dei risultati della ricerca, sulla sostanza dei condizionamenti che questa subisce: “E’ bene che il pubblico sappia che ritardi nella ricerca di cure migliori non sono una fatalità, e che una parte importante dello sbilanciamento nell’agenda di ricerca ha responsabilità che vengono anche dall’interno del mondo della ricerca. Sia per mancanza di un adeguato supporto alla ricerca pubblica e indipendente da parte dei sistemi sanitari, sia per un progressivo «scivolamento etico» che ha caratterizzato il comportamento della professione medica e delle sue rappresentanze scientifiche”. Era … certo che con l’incertezza si dovesse comunque fare i conti (“è parte integrante del progresso scientifico ed è ineliminabile dalla pratica della medicina”) ma non ha mai tollerato che la convivenza col dubbio potesse essere un effetto collaterale dei condizionamenti economici o politici di chi fa ricerca. In fondo, Alessandro ha sempre detto “semplicemente” cose giuste. Un giorno, alla fine di una riunione, un noto “esperto, accademico, presidente” mi prende per un braccio e fa “Liberati: è così chic”. La risposta venne spontanea: “Ascoltare cose ragionevoli fa apparire elegante chi le dice, soprattutto se non si è abituati”.

Negli ultimi anni parlavamo spesso della necessità di definire le “urgenze”, con me che cercavo di dissuaderlo dal pronunciare quell’abusato anglicismo di “prioritarizzazione”, spiegandogli senza successo che tanto valeva dire “stabilire le priorità”, che con la sua erre arrotata veniva anche più facile. Ma ecco un’altra cosa di cui è stato maestro; pur con inevitabili, eventuali incidenti di percorso, è stato capace di mettere ordine con giudizio tra le cose della vita: gli affetti, l’amore, il lavoro. Per questo ogni occasione di ritrovarsi era preziosa, per l’intensità dell’amicizia, la sincerità del raccontarsi, la verità degli sguardi e dei gesti. Erano occasioni ricche di un “prima” e di un “dopo”, come la passeggiata estiva da Roma a Bagno Vignoni per andarlo a trovare dove con Mariangela recuperava energie dopo una primavera spossante: un’alternanza di allegria e di pianto guidando, pensando e fotografando i campi della Val d’Orcia.

La dimensione del viaggio: è forse quella che meglio descrive la personalità di Alessandro. A riguardare lettere e mail, a ripensare alle telefonate, non ce n’è una che non sia da una stazione o un aeroporto, da un hotel di Singapore o da una locanda in Patagonia. Ragione, passione, lucida incertezza anche sul luogo dove potremo dormire stanotte. Come scrive Paolo Rumiz, è bello ed è saggio conservare una piccola valigia pronta sotto il letto dove dormiamo. O, meno laicamente, tenere la cintura ai fianchi e le luci accese. Lui ha seguito il consiglio e, lasciandoci, ci ha salutato con un ultimo sguardo di dolcezza, quasi a dirci “a voi che proseguite nel viaggio, sia lieve la terra”.

Comments

7 Comments

Romondia Arturo

E’ lo spirito dell’uomo veramente immortale:sta a noi raccoglierlo, renderlo, oltre che immortale, anche vivo e,così, diventeremo anelli di una staffetta senza fine.
“ragione e passione” ed andremo con passo leggero!
Ho rubato le foto, mi sembrano una perfetta metafora della vita, con piani diversi, esplorabili, che finiscono nel cielo, così lontano e misterioso.

Giorgio Dobrilla

In tante occasioni, Liberati ed io ci siamo sfiorati senza mai però conoscerci di persona per un motivo o per l’altro. Avevo con lui sintonie e condivisioni assolute. Mi riconosco così pienamente nelle parole di LDF. E’ un’altra cocente amarezza in un periodo di amarezze infinite.

Gianfranco Misuraca

Ho avuto il piacere, meglio, la gioia di conoscere Alessandro Liberati molti anni fa. A Gubbio. Un corso di metodologia della ricerca clinica organizzato non ricordo più da chi.
L’ho incontrato alcune altre volte, di sfuggita. Ma quella volta non si dimentica. Eravamo molto giovani e passammo insieme alcuni giorni chiusi in un albergo con “Geremia” Stamler che aveva imposto una dieta di sole verdure e legumi conditi con olio d’oliva, senza sale, e pesce bollito.
Una sera ci portarono a cena in un’osteria a mangiare salumi e formaggi, a bere vino e una incredibile quantità di grappa.
Alessandro arrivò durante la cena e dopo un po’ cominciammo “pazziare” con goliardate di tutti i tipi. Forse a causa dell’elevato tasso alcolico (Geremia non c’era quella sera). O forse perché restasse un bel ricordo.
L’oste scrisse una simpatica lettera nella quale sosteneva che quel consumo di alcol non era mai stato raggiunto nella sua osteria, nemmeno quando gli avventori erano gli operai dei cementifici di Gubbio.
Il giorno dopo Alessandro cambiò registro e diventò un rigoroso professore di metodologia.

La notizia di questa morte mi ha colpito molto. Per il valore della persona che ci ha lasciato, ma anche per la felicità di quella sera.

Gianfranco Misuraca
UO di Cardiologia
Ospedale dell’Annunziata
Cosenza

SAVERIO MARINI

Ho conosciuto qualche anno fa Liberati in occasione di un corso di aggiornamento all’Istituto superiore di sanità. Ne ebbi subito un’impressione positiva perché condividevo con lui l’idea di una medicina fatta per l’uomo ed incentrata sugli interessi dei malati. In questo senso la sua ultima commovente lettera a Lancet è il sunto del suo specchiato impegno di ricercatore e un prezioso testamento per tutti noi. Che riposi in pace.

Fabio Pace

Ho conosciuto tanti anni fa Alessandro, quando lui era di ritorno da uno stage in Svizzera, dal mio maestro Andrè Blum, che me lo segnalò per un paper metodologico che dovevo scrivere, e per il quale mi diede un grosso aiuto. L’ho rivisto poche altre volte, sempre in occasioni scientifiche, ma ricordo la sua lucida intelligenza mista ad una grandissima umanità. RIP

giorgio simon

Per chi ha letto le lezioni americane di Calvino, il capitolo “Leggerezza” mi ha spesso fatto venire in mente Alessandro. Sempre giovane, sempre ironico, sempre rigoroso, mai scontato.

Marina Cerbo

Ho conosciuto Alessandro molti anni fa e ho avuto modo di collaborare con lui saltuariamente. Ho sempre imparato qualcosa.Non sono molte le persone con le quali si possono condividere idee senza spendere tante parole e lui era una di queste, mi mancherà


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…