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Toccati dal medico

Quando Cesare, l’altra sera, mi ha chiesto di togliere la camicia e ha iniziato ad auscultarmi il petto ho provato un senso di sollievo. Ho avuto conferma che si stesse prendendo cura di me e sono sicuro che questo contatto abbia anche influenzato il risultato della misurazione della pressione. Per una volta, niente ipertensione da camice bianco.

Mentre procedeva la percussione pensavo alla spilla sul camice dei medici dell’ospedale pediatrico di Roma: invita i ragazzini a chiedere “Dottore, ti sei lavato le mani?”. Chissà se qualcuno la fa, ‘sta domanda, se trova il coraggio di chiedere al medico se ha le mani pulite, se questo straordinario strumento è tenuto in ordine, pronto ad essere usato.

A visita finita, torno a pensare alle mani del dottore guardando la bellissima TED Conference di Abraham Verghese, docente di Theory and Practice of Medicine a Stanford. Già il titolo, A doctor’s touch, lasciava ben sperare: 18 minuti, come tutte le TED, durante i quali l’esposizione di un problema (la progressiva distanza tra il medico e il malato) era sostenuto da ricordi e aneddoti, ricostruzioni storiche e, cosa più importante, modi possibili per sciogliere questo nodo. La soluzione è a portata di … mano, è il caso di dire. Verghese è convinto che, proprio attraverso il contatto tra le dita del medico e il corpo dell’ammalato, sia possibile riannodare il filo di un’intesa di per sé salutare. Fa l’esempio della donna sofferente di cancro della mammella che sceglie di non farsi assistere nel “migliore centro degli Stati Uniti” perché “non le hanno toccato il seno”. Si sono accontentati, per così dire, di valutare la sua storia clinica, di esaminare i dati biomolecolari, di osservare con la massima attenzione l’imaging diagnostico. A lei, però, non bastava, perché cercava qualcosa in più.

Ascolto Verghese mentre ricorda uno dei dipinti più classici della professione di medico, The doctor, conservato alla National Gallery; qui è lo sguardo intenso del curante che si sostituisce alla mano. Metto in pausa il video per andare sul suo sito e poi su Amazon per vedere qual è l’ultimo libro di questo medico che scrive. Scopro che, all’inizio degli anni Novanta, ha tolto il camice bianco per andare a studiare scrittura alla Iowa University. C’è un Writers’ Workshop, là, che ha l’aria di essere davvero interessante.

Torno alle mani e alla campagna dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per motivare medici e infermieri a curare la propria igiene: solo 4 su 10 lo fanno abitualmente e in maniera corretta; questa mancanza di compliance è dovuta il più delle volte alla lontananza del lavandino o all’assenza di un detergente appropriato. C’è uno strumento di autovalutazione, sul sito dell’OMS, utile per capire quanti anni luce dista il proprio servizio dagli standard che potrebbero garantire sicurezza.

Voglio tornare a guardare Verghese, ma prima di riavviare il video leggo la sintesi delle 25 cose che le mani possono aiutare a capire circa la salute del malato: Exam techniques every doctor should know. E’ sul sito della Stanford University. Così scrive Verghese: ““I view the bedside exam as ritual, and rituals are about transformation. The person becomes vulnerable and invests great authority in another. The patient disrobes and allows touching — that is a very significant ritual. If the other person’s skills are not up to the investment of authority, nothing happens.” E ripenso alla mia sensazione di calma provata durante la visita leggendo cosa dice un altro medico dell’università californiana, Daniel Sedehi, docente di Medicina Interna: “For the patients, physical contact — the laying on of hands — has therapeutic benefit, for psychosocial and physical reasons,” Sedehi says. “My belief is that the physical exam allows patients to relieve some of their stress. If they’re not talking to and seeing their physician, they’re kind of left in the dark. I think our culture has been that people expect the physician to examine them. Without that, the emotions may run wild.”

Chiudo la TED conference. Bellissima. Seguirla è stato un piacere durato ben oltre i minuti del video. Adesso so diverse cose che ieri non sapevo. Ho avuto la conferma di una cosa letta in treno stamattina, scritta/detta da Erwin Blom: “With digital media I can get customized content and therefore more of what fascinates me and less of what don’t interest me. And digital media are dynamic and can be current at any moment”.

In conclusion: “I read more than ever”.

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Maria Pigaiani

La persona ammalata che si rivolge a un medico è fragile. Pensiamo all’inizio della nostra vita; non lo ricordiamo. Ma tutti conosciamo che l’unica cosa che rassicura un neonato è il contatto fisico con chi si prende cura di lui. Perché nei momenti di fragilità dovuti alla malattia, il contatto fisico non dovrebbe rassicurarci e tranquillizzarci?


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…