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Il lavoro editoriale è impagabile

“A distruggere i libri, più che l’Inquisizione o la censura, sono gli stessi editori che li hanno pubblicati con tutte le speranze, l’attenzione e l’amore del mondo”. Parola di uno che se ne intende (di libri e evidentemente anche di distruzioni) come Oliviero Ponte Di Pino, direttore editoriale di Garzanti.

Sapendo di poter contare su tanti “lettori forti” tra i propri aficionados, il quotidiano il manifesto ha proposto una ampia panoramica sullo stato dell’editoria italiana, invitando a raccontarla in prima persona alcuni noti e meno noti protagonisti del mondo editoriale. In questo modo, le doppie pagine del quotidiano comunista hanno preso quell’inconfondibile profumo di carta che tutte le persone intervenute hanno confessato di amare più di ogni altra cosa (del resto non era poi tanto difficile, dal momento che sempre di carta è fatto anche il quotidiano no?). Quella degli addetti al lavoro editoriale è una passione contagiosa al punto di sembrare aggressiva: votati ad una Guerra Santa culturale che trova pace solo nel sapere diffusi, comprati e letti i testi personalmente più amati.

Dalla lettura delle testimonianze traspare un costante conflitto con un pubblico sempre troppo distratto, poco incline a dare valore alle suggestioni più raffinate; insensibile al lavoro meticoloso, paziente, instancabile e fatto di revisioni, controlli, “punti fuori dalle virgolette”, sintassi per le quali si perde il sonno. Poco importa se nessuno se ne accorgerà, se questa abnegazione risulterà invisibile, al punto di non poter neanche essere riconosciuta pubblicamente dal ringraziamento di un autore ben tradotto o editato. Un lavoro impagabile (in senso letterale).

E mal pagato. Come qualcuno si è premurato di sottolineare in un commento ad uno dei primi contributi pubblicati online sul sito del giornale, l’editoria vive di stagisti, di contratti in nero, di tempi pieni pagati come part-time. Si sfruttano i ragazzi, insomma, o si rinuncia ad assumere giovani (per impossibilità o prudenza) tenendo fuori “il nuovo” da un ambiente che proprio di innovazione (e quindi di giovani) dovrebbe vivere. Ma non solo: l’editoria vive di professori universitari che usano di fatto il tempo accademico per lavorare al libro proprio o a quello degli altri; di dirigenti medici (nel caso dell’editoria professionale) che confondono pubbliche virtù (la ricerca o la clinica) con interessi privati (la pubblicazione, molto spesso a pagamento con fondi pubblici). Publish or perish, si diceva una volta, così che accanto all’ossessione per il particolare, il mondo editoriale sembra affetto da un’altra patologia: la bulimia.

Non si lavora mai per sottrazione, ritenendo che l’offerta culturale non sia mai sufficiente e che il lettore sia imprendibile  per incompletezza di proposte, per inadeguatezza di scaffali mai troppo pieni. Da filtro, l’editore si è fatto imbuto: ecco che alla “russistica” si deve aggiungere la “polonistica” e a questa la “boemistica” fino agli imperdibili versi di profeti di microscopiche realtà locali o alle prose dei “cagnolini lungo la strada”… Preda di un invincibile horror vacui anche il grafico – pardon: l’art director – al quale lasciare bianche la seconda e la terza di copertina “sembrava uno spreco oltre che un’ipocrisia” (perché mai, “ipocrisia”?). Quindi, oltre a “dipingere la facciata” (la copertina), ecco la scelta di “inserire immagini pertinenti al testo, senza dover rispondere al gravoso compito di vendere”.

“Senza dover rispondere al gravoso compito di vendere”: non è inutile ripetere questa frase che accenna ad una questione evidentemente ancora vissuta in certi ambienti come secondaria o, addirittura, poco elegante. Vendere o, riprendendo l’apertura, proteggere i libri pubblicati dall’umiliazione del macero. Non sarei ottimista sulle sorti di gran parte dei progetti citati in questa bella serie di articoli del manifesto, che conferma la sensazione di quanto l’editoria italiana sia in ritardo rispetto a quella di altri paesi. E’ sufficiente confrontare le qualifiche degli autori dei contributi con quelle delle posizioni editoriali per le quali c’è domanda, oggi, a Londra, Boston o New York: e-commerce web designer, web analytics manager, knowledge editor, SEO titles editor, iPad platform publisher, e-publishing modeling analyst…

E se sotto le Alpi non sapessimo neanche cosa fanno, ‘sti signori?

Fonte: la serie sul manifesto è in parte disponibile free anche sul sito del giornale: www.ilmanifesto.it/

 

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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