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Articoli taroccati made in China?

Cosa ci sarà in questi container?

Magliette, ventilatori, orsacchiotti di stagno, tablet con alfabeto mandarino, piumini arancioni, accessori griffati Dolcissimi e Gabbanissimi, telefonini Nocchia, scarpe Nyke o Adydas?

Tutto: di sicuro. Ma anche articoli “scientifici”.

Una ricerca di Helen Zang, direttore dei periodici della Zhejiang University della città della Cina occidentale Hangzhou, ha mostrato che il 31 per cento degli articoli passati al vaglio dello strumento di analisi testuale CrossCheck è frutto di un lavoro di copia o di plagio. “L’unica cosa vera è la truffa”, ha ammesso Zang in un’intervista.

 

Non è una novità, se a marzo del 2007, un editoriale del Lancet avvertiva: “high investment brings high expectations. While all science needs adequate funding, to thrive it also requires openness, collaboration, and freedom. Unrealistic expectations can lead to stress, poor quality work, plagiarism, and fraud. All of these, however uncommon, have tarnished the reputation of science in China and show the need for more effective governance.”

Se possibile, la situazione è oggi peggiorata, perché…

  1. il numero dei ricercatori e dei clinici cinesi aumenta ad un ritmo superiore al 15 per cento l’anno (dati della Association for STM Publishers);
  2. in una realtà altamente competitiva come quella cinese, i finanziamenti sono strettamente vincolati alle pubblicazioni;
  3. da parte loro, gli editori assecondano questo bisogno di visibilità creando nuovi periodici, sempre più specializzati e improbabili: concepiti per chi scrive, non per chi legge;
  4. ad una grande produttività non fa riscontro la qualità di quanto pubblicato: come leggiamo sull’articolo prima citato, “Thomson Reuters’ Science Watch website notes that China isn’t even in the top 20 when measuring the number of times a paper is cited on a national basis.” E’ la regola del GIGO: Garbage in, garbage out. Se la ricerca è scadente, l’output scientifico lo sarà altrettanto.

A questo punto, ha senso continuare così? Probabilmente no: ridimensioniamo il valore della letteratura scientifica e riconosciamo che la peer review ha fatto il suo tempo. E’ semplicemente impotente, come capita qualche volta a una certa età…

 

 

 

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Luca De Fiore

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