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Rebekah e Catherine, donne sull'orlo di una crisi…

Determinazione, tenacia, pellaccia: nessun dubbio siano doti condivise da Rebekah Brooks e Catherine DeAngelis. Meno probabile che la quarta caratteristica essenziale per un leader, il cuore tenero, trovi spazio nel petto di entrambe.

Da qualche giorno continuo a pensare in parallelo alle vicende di queste due donne.

  • La prima, chief executive di News International è stata il più giovane giornalista che abbia diretto un quotidiano britannico.
  • La seconda è la prima donna ad aver diretto il JAMA, la rivista settimanale dell’American Medical Association.
  • La prima è stata costretta alle dimissioni da uno scandalo senza precedenti.
  • La seconda, presentando spontaneamente le proprie dimissioni, ha interrotto una sequenza di 14 editor allontanati prima del tempo dalla direzione di una delle più conosciute riviste scientifiche del mondo.

Nelle passate settimane, entrambe hanno scritto alcune righe di commiato dai propri lettori.

  • Rebekah: “As chief executive of the company, I feel a deep sense of responsibility for the people we have hurt and I want to reiterate how sorry I am for what we now know to have taken place.”
  • Catherine: “I hope I have lived up to your expectations to lead an outstanding editorial team to deliver a journal that has helped you directly or indirectly to do better research, teach more effectively, and most importantly, take better care of patients.”

L’impressione è che sia l’una, sia l’altra siano consapevoli di lasciare un ambientino complicato. Come ha dichiarato un giornalista anonimo all’Huffington Post a proposito della redazione di Murdoch, “it was no place for anyone to pipe up and say: ‘This doesn’t seem ethical to me.’ That would have made you a laughing stock.” Qualche difficoltà, però, anche al JAMA, se consideriamo le difficoltà della DeAngelis per far digerire un nuovo modo di condurre il giornale: “It took about 18 months to convince authors that JAMA clearly was editorially independent and worthy of publishing their best papers.”

La cosa che non torna, però, è un’altra.

  • Rebekah si congeda garantendo un futuro migliore (maggiore indipendenza e rispetto di lettori e protagonisti della vita pubblica).
  • Catherine saluta avvertendo che qualcosa potrebbe cambiare, ma in peggio: “I fear that this success, which depended a great deal on editorial independence, might now be in jeopardy”.

E’ una paura che non è passata inosservata (vedi per esempio il post di Tom Jefferson sulle Riviste in agrodolce…). La ragione del rischio che si corre la spiega nel migliore dei modi George Monbiot sul Guardian (riferendosi a un commento di Janet Daley sul Sunday Telegraph): “I giornalisti britannici sono embedded nell’ambiente sociale e culturale delle persone che dovrebbero sorvegliare. Sono affascinati dalle lotte di potere tra le élite ma non mostrano alcun interesse per il controllo che le élite esercitano sui cittadini. Ma questa è solo una parte del problema. Daley non si è spinta fino a nominare la forza che più condiziona i giornalisti: gli interessi dei padroni dei giornali.”

“I’m not God and I’m not the FBI”, disse Catherine nel 2006 all’ennesimo caso scoperto di conflitto di interessi non dichiarato da un autore del JAMA. Nè Dio né poliziotto e, se continua così, come direttore di un giornale ci fideremmo (forse) solo del primo.

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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