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Aiuto, il multitasking!

Piers e Bronte sono i due fratelli americani protagonisti di un articolo del Time che 5 anni fa lanciava l’allarme sul “pericolo multitasking”: ragazzini e adolescenti fanno troppe cose tutte insieme e, oltre a farle male, gli va il cervello in pappa. Almeno, così sostiene qualcuno.

E’ una questione intrigante e, per farsi un’idea, conviene studiare quello che parecchi ricercatori hanno prodotto negli ultimi anni. Non si può dimenticare però che, da quando mondo è mondo, i ragazzini hanno fatto più cose contemporaneamente: alle elementari, facevo i compiti con la tivvù accesa e la testa alle figurine dei calciatori (quando non sbucciavo piselli in cucina) e al liceo … non facevo i compiti ascoltando Cat Stevens e preparando volantini per lo sciopero del giorno dopo. Gli adulti non sono da meno; diversi studi, “vecchi” di 10 anni, confermano che il 95 per cento della popolazione “multitaska” almeno in una fase della giornata o per circa 8 ore al giorno (Kenyon, 2010): il lavoro domestico si aggiunge alla cura dei figli, il telefono ad internet, la televisione all’ascolto della musica. Che c’entra? penserà qualcuno sostenendo siano cose diverse. Invece c’entra: 1) non è detto che il cervello dei nostri figli non sia preparato al multitasking; 2) bisogna intendersi su cosa intendiamo con “multitasking”; 3) è probabile che qualcuno che se la prende col multitasking in realtà sia preoccupato per altro.

Quest’ultimo sospetto me l’ha confermato l’editoriale di Giorgio Tamburlini su Medico e bambino: Sei connesso? Parla di “mutazione antropologica” che avrebbe prodotto nuove generazioni “diverse dalla nostra”  (magari). “Si comunica quando si è a scuola, quando si studia, quando si guarda la TV e quando si è a tavola”. Di nuovo: magari. E ancora: “ci si lancia sui PC per chattare. In un internet caffè, in treno e perfino in biblioteca, se si butta l’occhio su cosa stanno facendo centinaia di ragazzini la risposta è: Facebok o telefonino, o entrambi”.

Non conosco gli internet caffè friulani: mi sorprenderebbe fossero frequentati da “centinaia di ragazzini” ma, se anche fosse vero, vogliamo stupirci che un cliente di un internet caffè (più o meno cresciuto) stia su Facebook? Cosa dovrebbe fare, leggere Leopardi? Ancora: da utente gold delle Ferrovie italiane sono certo di una cosa: è praticamente impossibile stare su web viaggiando in treno salvo che nei benedetti dieci minuti di sosta a Santa Maria Novella; anche la wireless di Trentalia è un miraggio. Giorgio: dove li hai visti centinaia di ragazzini sul treno che stanno su Facebook?

Non potendo credere che ciò che preoccupa sia “la comunicazione totale” (che GT arriva a definire “una sorta di pornografia della comunicazione”) ho il sospetto che il timore sia piuttosto “la connessione quasi perenne con un universo virtuale” che riduce i momenti di silenzio e di riflessione. Non avendo nei paraggi Piers e Bronte, ho chiesto a Rebecca (17) e Celeste (14) che ne pensassero dell’articolo. Risposta: solo chi non sta su Facebook può pensarlo come qualcosa di virtuale; FBK sono i miei amici, soprattutto quelli che vivono a Genova e a Milano, i compagni di scuola e il “gruppo” dove ciascuno posta i propri dubbi e le incertezze sui compiti a casa…

“Telefonini e social network (…) entrano come un virus nelle attività quotidiane”, scrive GT. Telefoni mobili e reti  non “entrano” ma sono parte del mondo reale, che è fatto da gente che parla e da gente che sta in silenzio, che sta sola o è connessa e, soprattutto, da gente ricca e da persone povere. Qui sta il punto: nella ricchezza materiale e culturale delle famiglie dei bambini e degli adolescenti.

La tecnologia può avere sui bambini effetti positivi o negativi (Bavelier, 2010) ma soprattutto – come scrive Kevin Kelly nel suo bellissimo libro – ci dà “la possibilità di scoprire chi siamo e soprattutto chi potremo essere”. E non c’è niente di peggio di scoprire di essere poveri e di avere un futuro poco felice: si finisce davvero a fare i solitari al cellulare o a giocare col Gameboy.

Tamburlini G. Sei connesso? Medico e Bambino 2011;2:76-7.

Kenyon S. What do we mean by multitasking? Exploring the need for methodological clarification in time use research. Int J Time Use Res 2010;1:42-60.

Patriarca A, et al. Use of television, videogames, and computer among children and adolescents in Italy. BMC Puclic Health 2009;9:139. doi:10.10.1186/1471-2458-9-139

Bavelier D, et al. Children, wired: for better and for worse. Neuron 2010;67:692-701.

Kelly K. Quello che vuole la tecnologia. Torino: Codice Edizioni, 2011.

Comments

6 Comments

alberto tozzi

Non ho paura di FB per i ragazzi e ne esploro curioso le modalità d’uso da parte loro. Mi pare che sia più un modo per sostituire le chiacchiere che noi facevamo sul muretto con la differenza che il numero di persone in contatto e la velocità con cui si trasmettono le notizie sono molto più alti. Mi dispiace invece che nessuno approfitti della dimestichezza che hanno i ragazzi con internet per insegnare loro come cercare efficacemente le informazioni, come approfondire e non fermarsi a Wikipedia. Mi stupisce che uno strumento così formidabile venga completamente trascurato nei curriculum formativi. Eppure potrebbe esserci una ricaduta strepitosa legata alla possibilità di condividere e di lavorare in gruppo a distanza. I ragazzi sono pronti ma bisogna che qualcuno accenda l’interruttore.

Luca De Fiore

Confusioni, strumenti, virtualità, arricchimento, confronti
Un dibattito sui rischi da internet che si sviluppa su web: bellissimo. Che se aspettavamo di parlarne insieme ad un tavolo con una ribolla potevamo anche diventare così vecchi che – non solo facebook – ma pure internet non c’era più.
1. Non sottovaluto la questione sollevata da Giorgio. Anzi, proprio perché è un argomento delicato dovremmo evitare di fare confusione. Un conto sono i danni da cellulare; altro è la permanenza dei ragazzi su internet; altro ancora la dipendenza da videogames. Tre questioni diverse che meriterebbero – forse – tre editoriali diversi.
2. Mischiando cose diverse si rischia di indicare ai lettori un falso problema: il pericolo della pervasività della tecnologia. Al contrario, quella che ci offre la stagione presente è un’opportunità straordinaria, che purtroppo non è sufficientemente nota a medici e dirigenti sanitari: e se facebook fosse anche una piattaforma utile per studi collaborativi? e twitter un formidabile strumento per l’ealerting in epidemiologia?
3. Non è detto che, utilizzando internet, i ragazzi vivano mondi virtuali. Scambiano informazioni, esperienze, opinioni, soluzioni di “compiti a casa” con amici veri, con fidanzate reali o inseguite (comunque non solo sognate, come le mie ai tempi). Questo è un nodo critico (digitale=virtuale) difficile da sciogliere da parte di chi, come me, non è digital born.
4. La comunicazione degli adolescenti (su internet ma non solo) non è detto sia semplificata. E’ diversa dalla nostra. Se vogliamo, è più ricca (non a caso si usa l’espressione “enhanced communication”), perché integra testi, video, immagini, file audio…).
5. Alberto Tozzi (nel commento al post di dottprof.com (http://dottprof.com/2011/03/aiuto-il-multitasking/) si augura sia possibile “insegnare (ai ragazzi) come cercare efficacemente le informazioni, come approfondire e non fermarsi a Wikipedia.” D’accordo con Alberto, ma attenzione: “insegnare” a patto di essere disposti ad apprendere da chi, in quell’ambito, ne sa almeno quanto noi.
A proposito, Giorgio, quanti ragazzi ci sono tra gli esperti del gruppo di lavoro dell’OMS?

David Frati

Content is (quasi) the king

Vorrei contribuire al dibattito con un input breve ma per me importante: troppo spesso quando si affrontano temi del genere ci si focalizza (dicendo cose magari anche ragionevoli o addirittura giuste) sulla forma e troppo poco sul contenuto dei mezzi di comunicazione. Un errore – o meglio una miopia – che ho visto applicata in passato alla televisione (e probabilmente decenni fa è stata applicata al telefono e al cinema), poi a Internet, poi alla telefonia mobile, oggi ai social network e domani Dio solo sa a che cosa.

I giovani passano le ore davanti al computer o alle consolle di gioco, è indubbio. Dobbiamo esercitarci sulle strategie da ideare e poi apllicare per fare in modo che queste ore diminuiscano e che i teenager considerino ‘meno importanti’ questi mezzi di comunicazione nell’ambito del loro relazionarsi? Come volete, anche se potrebbe essere un tentativo vano, condannato in partenza a essere una battaglia da retroguardia.

Ma vogliamo anche sottolineare che è importante lottare perché il contenuto dello stare connessi sia di qualità più elevata? “Content is the king”, diceva Bill Gates nel 1996. Altri hanno successivamente messo in discussione questo assioma, ma io credo sia ancora valido. Se un 15enne (o un 40enne) passeggia per prati, boschi, musei e biblioteche tanto meglio. Ma se un 15enne (o un 40enne) sta 10 ore al giorno ‘connesso’ vogliamo adoperarci perché abbia accesso a contenuti di qualità, perché scambi link che suscitino riflessione, perché goda di entertainment intelligente, perché soprattutto abbia gli strumenti culturali per costruirsi un gusto e un’identità, per capire come muoversi sul Web, come cercare e trovare qualcosa che davvero valga la pena trovare e inoltrare agli amici?

Personalmente farò di tutto perché mia figlia (che oggi ha 4 anni) in futuro coltivi rapporti umani veri e non virtuali, faccia attività fisica e non vegeti davanti a uno schermo, e così via – ci mancherebbe. Ma cercherò anche di fare in modo che sappia sfruttare meglio possibile il meraviglioso strumento che è il Web.

Anche il mestiere di genitore e di educatore deve diventare 2.0, credo.

Facebook e i ragazzi « Hit Pediatria

[…] editoriale su Medico e Bambino. Un post sul multitasking su dottprof. Alcuni commenti sul ruolo di Internet, la sua pervasività e l’abuso da parte dei nostri […]

Salvo Fedele

Caro De Fiore, cerchiamo di prendere il meglio delle preoccupazioni dell’editoriale di Medico e Bambino: l’uso di facebook da analfabeti digitali, il tempo sottratto a più vasti orizzonti nel web. Guardiamo l’esempio positivo offerto dalla rivista: la disponibilità costante al confronto anche con posizioni diverse, l’uso estremamente positivo di facebook (materiale interattivo in ogni angolo, lettori autorizzati al confronto, niente rigidi steccati). Non hanno scritto (letto) neppure un abc prima di esprimere la loro autorevole opinione, sono davvero un esempio di come non si usano le nuove tecnologie.

Salvo Fedele

Sempre a LDF volevo segnalare l’utilizzo possibile di facebook oltre che per studi collaborativi come piattaforma di discussione e interazione di comunità di pratica orientate alla formazione sul campo.

Ho recentemente reso pubblico un post sui prerequisiti necessari a interagire su facebook per queste finalità che segnalo alla sua attenzione:

http://on.fb.me/hcGSwB


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