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Dai santi e poeti ai navigatori per la medicina

In un’alba così bianca, sul treno per Milano, leggo Lorenzo Moja e Rita Banzi sull’International Journal of Clinical Practice: “Healthcare professionals and providers should start to perceive the function of publishing differently, with publishers as rendering services and vendors”.

Uno dei migliori articoli dell’anno, suggerito da Arabella (grazie!), con indicazioni esplicite ma anche significati più nascosti che le diverse letture personali possono o meno rendere manifesti. Anche se i paesaggi che frequentano sono familiari, una nebbia fitta avvolge spesso le strade battute dal medico: ghiacciate e bianche come questa Padania di capannoni alberi stecchiti comignoli fumanti appena intravisti. Libri e riviste servono a poco al “point of care”: quando non sai che fare non è là che trovi la risposta. Meglio cercare nelle sintesi di informazioni basate su prove: Micromedex, UpToDate, Clinical Evidence, Dynamed, a loro volta “informate” da revisioni sistematiche. Il valore di questi strumenti dipende dalla loro accessibility (termine scivoloso: forse un misto di accessibilità, disponibilità e fruibilità) e dalla qualità delle informazioni (concetto difficile: dov’è e cos’è la “qualità”?).

I protagonisti della medicina non son più santi e poeti ma navigatori. Ciò premesso, gli autori si difendono bene dal rischio di rispondere alla curiosità di chi legge e spontaneamente chiede: “qual è lo strumento migliore?” Niente da fare: (fortunatamente?) nessuno funziona sempre e a perfezione soprattutto perché nessun medico (o infermiere, farmacista, psicologo o dirigente) da solo col suo “navigatore” può funzionare sempre e a perfezione. Quella del miglioramento della Qualità delle cure è una sfida di sistema che si vince in gruppo usando i “servizi” adatti (più che “migliori”) proposti dai “publishers”. E qui torniamo alla frase iniziale e alle conclusioni di Moja e Banzi: “The publishers’ mission is changing (…) Publishers should find a balance between information consumed at the point of care (…) and fidelity to a cumulative and extended approach to information.” Abbi pazienza, ma qui veniamo al dunque: “Final users should value both dimensions: the action ‘what to do’ and the reference content ‘why we do'”.

Gli editori (anche qui però funziona meglio il plurale: le persone che lavorano nelle case editrici) devono cambiare obiettivo e il fine del loro lavoro dev’essere proporre cornici interpretative all’interno delle quali proporre servizi. E’ una cosa che mi sembrava di aver già sentito e infatti eccola qua: “La crisi, cosa vuoi che l’abbia vissuta. Non esageriamo, di crisi la Einaudi ne ha avute tante e se l’è sempre cavata.(…) i libri che facciamo sono un servizio pubblico, servono alla gente”. Giulio Einaudi, la crisi e il servizio. Pubblico, lo definiva nella sua presunzione di onnipotenza.

Il primo salto è nel pensarlo oggi come un servizio personale, non tanto al medico/farmacista/infermiere quanto al cittadino/malato/paziente. Il secondo e postmoderno salto è nel dimenticare il primato del libro. Editori e redattori devono aiutare “a distinguere tra ciò che serve a informarsi e documentarsi, ciò che invece è di supporto alla formazione e allo studio individuale, ciò che è funzionale all’intrattenimento e allo svago, ciò che mette in comunicazione con gli amici e i coetanei”. Quella che Giovanni Solimine definisce la plurimedialità (in contrasto con multimedialità che vuol dir nulla oggi) è lo strumento per … “dimenticare la priorità del libro” così da valorizzare in modo di volta in volta diverso i contenuti generati da autori individuali o collettivi.

Fonti: Moja L, Banzi R. Navigators for medicine: evolution of online point-of-care evidence-based services. In J Clin Pract 2011;65:6:11.

Einaudi G. Tutti i nostri mercoledì. Bellinzona: Casagrande, 2001.

Solimine G. L’Italia che legge. Roma-Bari: Laterza, 2010.

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Luca De Fiore

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