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Robin Hood e i pacemaker

Giulio è un anziano primario otorinolaringoiatra di Milano. Fa attività ambulatoriale nei centri di accoglienza per migranti nonostante i suoi ottantacinque anni e diversi acciacchi. Ai suoi pazienti del primo mondo milanese chiede gli apparecchi acustici non più perfettamente efficienti, troppo ingombranti o che non sono più utili per poterli adattare alle orecchie dei vari ‘Adel, Salim o Florian. Una volta, vedendomi un po’ perplesso, mi disse “E’ normale, fa lo stesso con gli occhiali anche il collega oculista”.

La mia perplessità da primo mondo è aumentata leggendo un articolo e un editoriale (purtroppo non è accessibile gratuitamente) su Heart Rhytm, la rivista della società americana di aritmologia. “La spesa sanitaria è un peso crescente per ogni nazione e il riuso dei dispositivi medici (non solo di quelli impiantabili) è una delle numerose strategie che possono portare ad un utilizzo migliore di scarse risorse”, sostengono gli autori, Shakeeb Razak e Raymond Yee, della University of Western Ontario, in Canada. In pratica: anche i pacemaker possono (devono?) essere reimpiantati su altri pazienti una volta che sul “proprietario” non siano più utili.

Non è qualcosa di strano nè di assurdo, al punto che in quale nazione è prassi comune (Spagna, Danimarca) mentre in altre è permessa a determinate condizioni (Germania, Olanda, Danimarca, Svezia, Belgio, Slovacchia e Finlandia). Proibito in Francia e in Gran Bretagna. Negli Stati Uniti il 25 per cento degli ospedali riportano attività finalizzate al riuso dei dispositivi e in circa la metà dei casi il “riprocessamento” dei device è esternalizzato.

E’ una pratica da incentivare? Secondo gli autori sì e non solo nel senso della donazione dai paesi occidentali a quelli in via di sviluppo. Anzi, questo percorso andrebbe gestito attentamente, perché è necessario che i paesi riceventi abbiano strutture e personale sanitario formati in maniera adeguata; altrimenti si sprecano più risorse di quante se ne risparmiano. Le società scientifiche che lavorano nel campo dell’aritmologia, dicono Razak e Yee dovrebbero contribuire alla definizione di policy e procedure internazionali per non lasciare l’iniziativa a Robin Hood isolati. Nell’attesa che non salti fuori un Negroponte dei pacemaker, che inventi e produca dispositivi efficienti ma low cost capaci di soddisfare le necessità degli ‘Adel, Salim o Florian che ci sentono bene ma hanno il cuore ammalato…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…