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Coscienze, topless ed editori

L’hanno definito un tormentone estivo. Per alcuni, però, dev’essere stato piuttosto un tormento dovuto all’incertezza tra rispondere e far finta di nulla, nell’attesa che la burrasca fosse passata. Il sasso nello stagno lo ha tirato Vito Mancuso, teologo ma soprattutto autore Mondadori, alle prese con un problema di coscienza: è giusto continuare a pubblicare con una casa editrice la cui proprietà confeziona leggi su misura per consentire alla propria azienda di risparmiare milioni di euro di tasse?
Alla domanda di Mancuso hanno risposto in pochi, alcuni in modo stravagante (“chiederò un parere al pubblico del festival della Letteratura”, ha detto Augias) altri con accenti nostalgici (è dal 1965 che pubblica con Mondadori e mai Piero Citati penserebbe di cambiare squadra), altri ancora dicendo che sì, anche loro aspettano una risposta da Segrate in merito all’ultimo scandaloso regalo ricevuto dal nostro Parlamento.
Risposta che, peraltro, è arrivata, sempre sul quotidiano La Repubblica, all’indomani dell’intervento di Mancuso. Una risposta con firma “aziendale”, non senza toni aggressivi nei confronti non del proprio autore, ma del giornale che aveva ospitato l’articolo.
Le repliche più ingenue, per certi aspetti, sono quelle degli autori che hanno sostenuto di non voler tradire il progetto culturale di Mondadori, Einaudi e delle altre tante sigle editoriali di proprietà del nostro Premier. A questo punto, la questione si complica, se non altro perché…
1. Sembra difficile parlare di “progetto culturale” in assenza di una sua esplicitazione: qualcuno – in Mondadori, all’Einaudi o alla Piemme, per dire – si è mai di recente esposto formalizzando percorsi, obiettivi internedi, finalità ultime di tale “progetto culturale”?
2. Aprendo il sito Mondadori si coglie al volo l’articolazione della “galassia comunicazionale” che va dai libri ai periodici fino alla realtà internazionale Mondadori Random House; ma un elemento unificante salta agli occhi, quello dell’andamento azionario che – registrato in tempo reale – offre una sintesi di lampante evidenza: dalle riviste di gossip a Panorama, dai libri di Geronimo Stilton ai Tascabili Einaudi, tutto fa brodo, e il brodo è un brodo molto ricco.
3. Evidentemente, in molti si sentono autori einaudiani e non Mondadori (qualcuno, come Nicolò Ammaniti, si considera scrittore a Segrate e cittadino all’opposizione, mah…) ma è possibile che, in un’azienda, convivano più “progetti culturali”? Qual è la mission aziendale, quella che suggerisce di pubblicare Fabio Volo o quella che manda in libreria Coetzee o McEwan?
In una precedente occasione, il Presidente della Mondadori, Marina Berlusconi (sì, quella del “topless da urlo” offerto agli italiani dalla rivista “Chi”: in quale altro Paese del mondo il direttore di una rivista pubblicherebbe fotografie del proprio datore di lavoro nudo?), consigliò Roberto Saviano di non criticare il padre (di Marina) ma di apprezzare il “pluralismo” della Mondadori, capace di dar voce a tutti. Far coesistere autori culturalmente diversi non è un problema nuovo, nel mondo editoriale, questione dibattuta nella stessa Einaudi (negli anni Cinquanta, alcune scelte editoriali furono molto discusse all’interno del comitato editoriale) così come in altre realtà, per esempio Adelphi; ma far convivere nello stesso catalogo Piero Angela e Simona Ventura è “pluralismo” o altro?

È altro. È un modo per far soldi, innanzitutto, ma è anche  il tassello di una strategia più raffinata in cui “ogni cosa è uguale all’altra e dunque tutto (più o meno) va bene, madama la marchesa…” E’ la strada maestra per L’egemonia sottoculturale di cui parla Massimiliano Panarari. In un libro, caspita, pubblicato da Einaudi…

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3 Comments

Salvatore

Mondadori è un patchwork e soprattutto un’azienda privata che mira al profitto. Il profitto non ha nulla di male. Il problema è l’etica del profitto. Nessuno tra gli intervenuti su Repubblica ha realmente risposto al problema. Scalfari ha risposto che lui tanto non lavora direttamente per Mondadori, ma per Einaudi (che però fa parte del gruppo). Mancuso ha detto che lui ne fa una questione di amicizie e rapporti con editor ecc.
Il punto è: in qualità di autore mi sta bene pubblicare (ed esser pagato) da un’azienda che ha un debito di oltre 300 milioni di euro, ma che – per ragioni “strane” – dovrà rispondere di solo 8,5 milioni? Se la risposta è sì, cade la questione etica (che sia Einaudi, Mondadori, Bompiani ecc.). Il pluralismo è dettato da scelte editoriali che mirano al soldo, ossia al pubblicare quel che penso mi faccia vendere di più senza perdere credibilità nel settore, più che a una politica editoriale. Nulla di male. Basta saperlo e ricordarselo.

simona

a proposito di mission aziendale, sebbene il padrone sia il medesimo – ahimè e varrebbe forse la pena ricordare in che modo lo sia diventato… – il catalogo di chi pubblica Coetzee, McEwan, Dyer,la Szabo etc etc non è lo stesso che accoglie Volo, Vespa e la Ventura…
se in effetti si fa fatica ad individuare un progetto culturale in Mondadori, nella casa editrice Einaudi questo progetto lo vedo ancora, specie in chi i libri li pensa. “per un umanesimo scientifico ” e ” l’atlante storico della letteratura italiana” sono due esempi di come si continui, nonostante tutto, a cercare di arricchire di contenuti un prestigioso catalogo. poi, certo, anche in Einaudi ci sono episodi che fanno temere (ultimo il caso Saramago): l’autocensura ritengo sia il problema più serio….
poi una chiave di lettura ulteriore della vicenda fiscale: la concorrenza sleale verso chi fa editoria rispettando le leggi,
qualcuno ne ha scritto?

michele dalla

Chi compra libri in Italia, è una minoranza. Acculturata, tendenzialmente più consapevole. Forse, una minoranza che in maggioranza voterebbe a sinistra. Tanto vale allora lucrare anche sui gusti di costoro. Il Cavaliere ricorda l’editore del quotidiano (anzi, dei quotidiani) pubblicati nel megastudio del Truman Show. Tutti possono comprarli, tanto sono all’interno della loro riserva, per quanto vasta. Credo abbia ragione Mancuso, ma per altri motivi: ancora, non esiste solo la Mondadori (con la matrioska Einaudi all’interno) nel panorama editoriale italiano. Chi resta, offre un pezzetto di foglia di fico al Regime che può vantarsi – come il Fascismo con “Primato” – di rispettare le idee di tutti. E ci mancherebbe anche che gli editor Mondadori intervenissero sui testi, censurando!


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Luca De Fiore

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