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Librai indipendenti e mezze stagioni

Non ci sono più né gli uni né gli altri. Spariti, come i sapori di una volta (ah, quelle fragole di quando ero bambino non le ho più ritrovate. E quelle pesche in Turchia). Elizabeth Strout vince il premio Bancarella e l’intervista su Repubblica riesce a non dire nulla del libro, perdendosi in una tanto nostalgica quanto inutile celebrazione dei librai indipendenti. Aridaje, con questa “indipendenza”. L’articolo me l’ha dato Simona, libraia purtroppo assai poco “indipendente” dal momento che nella gestione del suo punto vendita Einaudi i margini di manovra sono pochissimi (novità “a sorpresa” come tempi e quantità, sconti non negoziati e così via).

Ci mancava proprio, questa intervista alla Strout. Ora sappiamo che…

  1. i librai italiani non conoscono l’inglese,
  2. i librai indipendenti “non sono mai i meri venditori di un prodotto”,
  3. esistono alcuni librai negli Stati Uniti che consigliano libri da leggere (capperi!),
  4. in certi “paesini americani” i librai “guidano concretamente le persone verso ciò che può aiutarle ad approfondire il significato e le ragioni del loro stare al mondo” (bum!),
  5. i grandi editori, “in modo ovvio e triste”, sono fortemente interessati alla pubblicazione di libri che sembrano loro ben commerciabili (i piccoli editori no, invece).

L’unico libraio che in 50 anni mi ha consigliato dei libri ha gusti diversi dai miei: così, i suoi sono stati “sconsigli” più che suggerimenti. La cosa migliore è come fa Simona che ti dice “questo l’ha preso Raffaela: appena la vedo le chiedo com’è e te lo dico”. Si riferisce al libro che sto sfogliando: L’egemonia sotto culturale, di Massimiliano Panarari. Libro che finisce nello zainetto senza attendere pareri: oggi lo leggo e magari capisco pure perché nell’Italia di Simona Ventura è meglio decidere da soli senza chiedere consigli.

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Luca De Fiore

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