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Piccole cose o fuoriclasse

Malcolm Gladwell è uno degli intellettuali americani che contano. Il suo primo libro (2000) si intitolava “The tipping points: how little things make a big difference” e non ho potuto non pensarci leggendo il lungo articolo sul New Yorker di metà maggio: The treatment. Il racconto (o “un” racconto) di come funziona la ricerca farmacologica in oncologia. Piccoli passi avanti (o indietro) sono discontinuità di straordinaria importanza. Dopo averle lette (e rilette) la sensazione è che queste pagine comunicano, per forma e sostanza, una serie di notizie.

1. In Paesi più fortunati del nostro esistono ancora intellettuali che approfondiscono e intervengono in maniera originale su riviste (di carta: l’articolo non é disponibile gratis su web) prestigiose.

2. Ampie rassegne come questa di Gladwell hanno ancora qualcosa da dire, soprattutto quando gli autori sono capaci di convincere i lettori che vale la pena proseguire la lettura. In altre parole: non si vive solo di articoli brevi.

3. Quando persone intelligenti si esprimono con libertà, sostengono opinioni più o meno condivisibili, ma si percepiscono onestà e trasparenza (Gladwell cita numerose aziende ma vive della propria credibilità, dal momento che gran parte dei suoi ricavi deriva dagli “speaking engagements”).

L’articolo è uscito un paio di settimane prima dell’apertura del congresso dell’American Society of Clinical Oncology. Un evento atteso da oltre 30 mila partecipanti e seguito online da diverse migliaia di specialisti di tutto il mondo. Non può essere casuale il calendario di pubblicazione dell’articolo, anche perché Gladwell cita ripetutamente eventi accaduti nelle passate edizioni dell’ASCO. Sottolineando luci e ombre degli esiti della ricerca, ma ricordando più di una volta quanto siano importanti le cure al paziente sofferente di cancro nel contesto complessivo della assistenza sanitaria.

Qualcosa di simile, anche se meno seducente dal punto di vista letterario, arriva da un pronunciamento degli oncologi italiani diffuso proprio in apertura di convegno: “La manovra finanziaria abbasserà la qualità di cura per i malati oncologici”, sostengono. “Non solo: le strutture già pesantemente in sofferenza, soprattutto al sud, correranno il rischio di chiudere. (…) Ma il nostro ruolo è offrire soluzioni e la risposta è creare un sistema di rete, in modo che un centro possa supplire alle eventuali carenze dell’altro. Il vero risparmio in oncologia si ottiene lavorando sull’organizzazione”. Perbacco: finalmente tre parole che, l’una all’altra collegate, possono indicare una strada diversa: sud, soluzioni, rete.

La posizione ufficiale degli oncologi italiani è stata ripresa da diversi quotidiani ma ha suscitato commenti differenti tra gli specialisti presenti al congresso. Da una parte i timori che i tagli alla spesa si traducano tout court in una esclusione dei nuovi farmaci dai prontuari Regionali o aziendali (taglio che si ripercuoterebbe negli investimenti promozionali e, quindi, nel 2011 niente ASCO ospiti dell’una o dell’altra azienda). Dall’altra, la fiducia che lo sguardo dell’Associazione sia sinceramente più preoccupato della possibile riduzione del personale o degli investimenti nell’assistenza domiciliare.

Gladwell ha iniziato con l’importanza delle “piccole cose” per arrivare all’ultimo libro Outliers, tradotto in italiano col titolo Fuoriclasse. L’impressione è che l’oncologia non abbia farmaci capaci di meritare un appellativo del genere; e che, anche a livello gestionale, sia necessario pensare ad altro, piuttosto ad un network che comprenda diversi livelli di assistenza e che prenda decisioni di politica sanitaria e cliniche sulla base di valutazioni indipendenti di costo-efficacia di ciascuna opzione diagnostica e terapeutica.

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There are no specific therapies against #COVID19 in hospital, they will not magically appear in GP clinics or at home.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…