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Che fine faranno i libri?

Il Pensiero cambia sede: la nuova è un open space nella periferia romana. Spazio aperto con muri esterni (ovviamente) ma senza pareti interne. Una delle domande è apparsa chiara già all’indomani della decisione: che fine faranno i libri? Lo stesso interrogativo rilanciato da un librino visto domenica vicino alla cassa della libreria benevolmente aperta per la passeggiata domenicale: Che fine faranno i i libri? Il pamphlet di Francesco Cataluccio non vale i sei euro del prezzo di copertina (per 60 piccole pagine); da una citazione all’altra, l’autore ricade ripetutamente nell’errore che un medico ragionevole evita accuratamente di compiere: esplicitare ripetutamente una prognosi, declinandola per tutte le categorie interessate dalla cosiddetta filiera del libro (dall’autore al libraio, dall’editore al promotore, dal tipografo al grafico). Che fine faranno i libri? Al Pensiero la domanda ha la radicalità della concretezza: non avremo più spazio per i 10 mila volumi della nostra biblioteca, fatta di libri che dagli anni Quaranta gli editori di tutto il mondo hanno scambiato, proposto, suggerito ad una piccola ma in fin dei conti importante casa editrice scientifica italiana. Che fine dunque faranno i nostri libri? Per capirlo è utile l’articolo di Ken Auletta sul New Yorker di Aprile, Publish or perish (sì, titolo tutt’altro che inedito…). Pieno di informazioni, retroscena, dichiarazioni di protagonisti.

1. Le vendite degli e-books valgono oggi tra il 3 e il 5 per cento del mercato, ma nel 2009 sono cresciute al ritmo del 177 per cento l’anno e non tarderanno a raggiungere una quota tra il 25 e il 50 per cento delle vendite totali di contenuti librari.

2. La competizione tra Amazon (con il Kindle), Apple (con l’iPad) e altri attori come Barnes & Noble che sono sul punto di lanciare sul mercato i propri device per la lettura di testi è probabile che sconvolga l’equilibrio economico dei rapporti tra editori, autori e lettori, modificando i rapporti di forza tra gli attori del sistema culturale.

3. La digitalizzazione dei contenuti librari modifica radicalmente il contesto in cui il libro agiva: oggi e ancor più domani la competizione non sarà più tra una lettura e l’altra, ma tra la lettura e altre forme di intrattenimento culturale: televisione, musica, cinema e – principalmente – internet.

Markus Dohle, chairman e CEO di Random House, una delle più famose case editrici del mondo, dichiara: “If you want to make the right decision for the future, fear is not a very good consultant”. Perfetto. Ma come usare questa frase al momento di decidere “che fine faranno I nostri libri?”

1. Conservarli comunque, anche se ciò volesse significare oscurare le finestre che corrono lungo tutto il perimetro della nuova sede del Pensiero, sentendoci così rassicurati dalla garanzia di continuità della nostra esperienza editoriale.

2. Imballarli e tenerli da parte anche a costo di spendere parecchio per l’immagazzinamento del denaro che avremmo potuto investire nella produzione di contenuti nuovi, da pubblicare in forma di libro o diversa.

3. Liberarsene, regalandoli ad una biblioteca scientifica; dopo tutto, quanti autori o collaboratori del Pensiero hanno consultato la nostra biblioteca nel corso degli ultimi trent’anni?

Libri come difesa, come àncora, come conferma di libertà: che fine faranno i libri?

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Va beh, mi hanno invitato a farlo girare... So’ ragazzi, questi di @forwardRPM , come fai a dirgli di no? twitter.com/forwardRPM/sta…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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