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“Nun se ponno frega’ i libbri.” E manco leggerli

Francoforte 2008“Anvedi il pupo, carino che è, guarda, ci hanno pure i calendari, vieqquà che ne mettiamo un paio nella borsa”. “Vieqquà tu, che nun se ponno frega’ le cose, mannaggia, ce so’ pure le guardie, so’ quelle vestite de chiaro, nu lo vedi che ce stanno a guarda’…” “Ma dai, il calendario dei pupi nei fiori, anvedi che carini, pensa come starebbe bene in bagno…”. La scena è la solita: martedì sera nelle Halle della Fiera del libro di Francoforte, dove si aggirano inservienti, elettricisti, venditori di piante ornamentali, poliziotti ed editori di tutto il mondo alle prese col montaggio dei propri stand. E con il saccheggio degli stand dei colleghi. Infatti, la sera prima dell’inaugurazione è il momento migliore per far sparire le “cose” degli altri. Libri, d’accordo, ma più ancora l’infestante gadgettistica che colonizza ormai i corridoi della Fiera: calendari, blocnotes, cartine geografiche pop up, segnalibri, microscopiche lampade snodabili che si arrampicano sui libri, pupazzi che riproducono gli eroi della letteratura per ragazzi così come sconosciuti personaggi in cerca di editore. E i calendari di Anne Geddes, concupiti dalla moglie dell’editore che si è auto-concesso la vacanza premio alla Buchmesse.

“Anvedi quanti libbri, ma chi le legge tutte ‘ste cose?” “Te lo dico io: nessuno”. Il marito della signora è un po’ pessimista, ma i dati delle librerie statunitensi mettono inquietudine al marketing editoriale d’oltreoceano e obbligano gli account dei foreign rights agli straordinari in Fiera: meno 4 per cento di vendite rispetto alla settimana corrispondente dell’anno scorso quando la crisi già imperversava. Secondo qualcuno è colpa degli hardcover: i libri rilegati costano troppo e sarebbe meglio puntare decisamente sui tascabili.

Tra un po’ smetteranno di leggere anche i recensori, quel manipolo di irriducibili intellettuali che per decenni si è cimentato nella missione impossibile del salvataggio del libro. Tra i grandi giornali degli Stati Uniti, solo il New York Times ha mantenuto una rubrica di commento dei nuovi libri; sopravvivono alcune testate specializzate, coma la New York Review of Books (NYRB) o la London Review of Books (LRB), e proseguono gli spazi settimanali concessi anche nel nostro Paese da quotidiani coma La Stampa o la Repubblica.

Chi congiura contro il libro? Se lo sono chiesto anche i giornalisti ed accademici che si sono incontrati a Princeton, dando luogo ad un “good-humoured debate” raccontato da Peter Stothard nel suo blog. Tornando alla domanda: chi rema contro i libri?

  1. Forse gli editori stessi, che ne pubblicano troppi e non spendono per pubblicizzarli sui giornali (così che i supplementi o le pagine letterarie chiudono).
  2. Gli autori, che non sanno più come interessare il proprio pubblico.
  3. I critici, che – quando va bene – dicono di cosa parla il libro ma non commentano il punto di vista dell’autore e non suscitano più dibattiti.
  4. Il web, che propone un’offerta infinita di contenuti impedendo a qualsiasi cosa più lunga di 260 parole di essere notata.
  5. Il governo, motore della crisi economica che disincentiva i consumi culturali.

A Princeton, l’editor del Times Literary Supplement ha portato dei numeri: il suo giornale ha segnalato in un anno poco più di 1800 libri, il 70 per cento dei quali non ha trovato spazio né sulla NYRB, né sul NYT, né sul supplemento libri del Guardian. In generale, della moltitudine di titoli che angoscia la signora romana in pelliccia pochi trovano spazio sui giornali. I libri italiani sono per lo più ignorati; dei 394 romanzi recensiti sulla LRB, 229 non erano di autori inglesi:  65 americani, 29 francesi, 14 spagnoli, 12 tedeschi, 10 russi. Italiani? Valli a trovare…

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Va beh, mi hanno invitato a farlo girare... So’ ragazzi, questi di @forwardRPM , come fai a dirgli di no? twitter.com/forwardrpm/sta…

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Luca De Fiore

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tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…