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Se James Bond si mette il camice…

emergency_roomSalva un mafioso da un cancro allo stomaco ma non da un chirurgo ciarlatano e maldestro; sgomina una banda di aguzzini di giovani donne dell’est e protegge la propria ragazza dall’attacco degli squali; getta dalla finestra il figlio del capomafia al quale si era ribellato, ma per liberarsene per sempre deve privarsi di una parte di sé: è il mio eroe dell’estate, ha l’ironia di James Bond e il camice bianco di un qualsiasi medico di Pronto Soccorso. Quanto impiegherà Josh Bazell a riporre lo stetoscopio nel cassetto per scrivere a tempo pieno? Eh sì, perché l’autore di Vedi di non morire (ottimo titolo italiano dell’originale Beat the reaper, un libro scritto benissimo e tradotto ancora meglio) è medico come il protagonista del libro; 350 pagine da leggere in un giorno ipnotizzati come davanti a un bel film.

Camici bianchi per modo di dire: sempre schizzati di sangue, piscio e vomito, in un reparto dove non soltanto accade l’ordinario (un ER senza dottori snob e dottoresse seducenti) ma che diventa il teatro di inseguimenti, agguati e omicidi: quelli volontari sono i più nobili perché gli altri – non premeditati – mostrano il volto famigerato della sanità a stelle e strisce, fatta di assicurazioni ingorde, chirurghi impostori e studenti inaffidabili, vere e proprie mine vaganti nelle divisioni ospedaliere. Bella idea quella del New York Times di dare alla recensione del libro il titolo Brown’s Anatomy: Bazell seziona i sistemi della malavita e medicina ed è proprio averli fatti a fette – come in una scansione di diagnostica per immagini – che permette di comprenderne le dinamiche e le relazioni tra le parti. Una dissezione anatomica, richiamata non a caso da una nota autoriale alla Gray’s Anatomy, a giudizio di Bazell troppo poco frequentata dai giovani medici del suo paese.

Nel mondo di Brown e Bazell (o di Brown-Bazell?) non ci sono pause, il tempo è compresso sia quando si tratta di minuti sia quando è la Storia a essere la scena nella quale si svolge l’azione. Le soste ci rendono vulnerabili esponendoci ai pericoli (e nel caso di Peter, a vendette o rappresaglie); il movimento (ma non la fretta) è una delle condizioni della modernità. Insomma, tutto il contrario del mondo di Harry Rent, radiologo californiano, che non a caso non ne azzecca una. E’ il protagonista di Harry, rivisto, libro di Mark Sarvas (non è medico) pubblicato da Adelphi. Capace di sprecare anche l’unica vera botta di culo che gli capita: una ragazza bella e ricca cade in bicicletta e finisce nel suo studio per una radiografia al braccio. Harry farà tardi anche al suo funerale, perso a fantasticare appresso alle forme nei jeans di una ventenne cameriera del bar. Anche in questo caso è la sanità americana a sfoltire i protagonisti: Anna (la moglie ciclista) resta sotto i ferri di un’operazione di chirurgia estetica che avrebbe dovuto ridisegnarle le tette per recuperare le attenzioni di Harry. Al di là delle critiche che il libro ha suscitato (“Harry non solo non è stato rivisto, ma neanche riletto,” ha commentato il New York Times biasimando ripetizioni e incongruenze), il concentrato di luoghi comuni e la prosa scolastica rendono il libro simile all’epitaffio inciso su una parte degli States, quella in cui le “emergenze” si affrontano col coltellino svizzero, superfluo pegno d’amore dei due protagonisti.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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