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Il comunicato stampa della banda del buco

tunnelAl tuo medico di famiglia qualcosa non torna, leggendo i tuoi esami, e ti parla della possibilità di fare una colonscopia. Ti dice due parole in croce e non ti fai un’idea splendida della mattina che ti aspetta in ospedale. E’ così che quando apri il Corriere (della Sera, perché quel giorno hai comprato la Gazzetta) leggi con entusiasmo dell’ultimo strillo della moda: la videocapsula endoscopica (caspita, che nome).

L’articolo sul Corrierone è pilotato da comunicato stampa del Policlinico Gemelli, ripreso anche da un lancio dell’agenzia Adnkronos intitolato Addio colonscopia, studio promuove videopillola: “Fare una colonscopia potrebbe diventare, in un futuro non troppo lontano, facile come bere un bicchiere d’acqua.” Il Corriere della sera riprende la notizia in maniera un po’ più prudente:  “La videocapsula per lo studio del colon: sperimentata in Italia al Policlinico Gemelli di Roma, potrebbe sostituire la colonscopia.” Una delle firme dello studio, Guido Costamagna, garantisce che “la videocapsula sembra essere in grado di studiare accuratamente il colon con un enorme vantaggio rispetto alla colonscopia tradizionale: di non provocare assolutamente dolore”. Poco importa, infine, che costi un sacco di soldi: “Si tratta, poi, di una tecnica costosa, più cara della colonscopia, ma questo può cambiare se la tecnologia prende piede”.

Tutto è nato dal New England Journal of Medicine, che ha appena pubblicato uno studio multicentrico (che vuol dire che ci sono un sacco di firme sotto l’articolo e che una cifra di ospedali è pronta per somministrarti una cinepresa per via orale) sulla videocapsula endoscopica. Nelle intenzioni di chi ha tirato fuori i soldi per fare la ricerca (ovviamente i produttori del dispositivo), potrebbe essere un’alternativa alla colonscopia tradizionale  per la diagnosi delle lesioni del colon.

Chiedi a qualcuno che ha letto l’articolo. Sono stati trattati 300 pazienti con patologia del colon conclamata o sospetta. Risultati: la videocapsula ha una sensibilità del 64 per cento nell’identificare polipi di dimensioni pari o superiori a 6 mm; del 73 per cento in caso di adenomi in stadio avanzato di 6 mm o più grandi; del 74 per cento nel caso di tumori. La sensibilità si è rivelata migliore con una preparazione più accurata dell’intestino. Conclusioni: l’editoriale che accompagna l’articolo osserva che la bassa sensibilità della videocapsula nell’identificare adenomi di grandi dimensioni è fonte di preoccupazione. Per questa ragione e per la necessità di una migliore pulizia intestinale (e le conseguenti noie per il paziente) conclude che “la capsula endoscopica non può attualmente essere raccomandata”.

A differenza di quello sul NEJM che di firme ne ha pure troppe, l’articolo sul Corriere non è firmato. Non dice che lo studio è stato finanziato dalla Given Imaging. Non viene detto che la Given Imaging produce la videocapsula e neanche che diversi autori hanno percepito compensi dalla Given e da altre aziende Un bell’esempio di informazione scientifica, non c’è che dire.

C’è poco da fare: i comunicati stampa dei centri di ricerca e degli ospedali incentivano i consumi sanitari. Per lo meno, sono fatti male, come sostiene il BMJ: “A recent evaluation of press releases from academic centres found that a large percentage overstated the importance of the findings and failed to mention aspects of the study that limited the clinical relevance of the results.”

Ancora una volta non c’è conflitto, ma convergenza di interessi: i medici scrivono, gli editori pubblicano, i centri ospedalieri fatturano prestazioni più costose, le aziende vendono i propri prodotti.

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Voi adesso andate in edicola e comprate @Internazionale e leggete anche la pubblicità. Quella che trovate in quarta di copertina, di @nen_energia, perché è scritta bene. Molto bene. pic.twitter.com/y4ANTT6Exp

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…