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Ricche, accessibili e gratuite

Ricche accessibili e gratuiteNiente cadute di stile: stiamo parlando delle riviste scientifiche. Sono sempre di più (23 mila? 25 mila?) e crescono al ritmo del 3 per cento ogni anno. I ricercatori aumentano (tranne che in Italia: del resto, avendo già tutto – monumenti, chiese, coppe dei campioni in bacheca – a che serve cercare ancora?), di topi ce n’è in abbondanza e quindi si scrive e si fa carriera. Ricche, accessibili e gratuite: non tutte, però. Quelle che sposano la filosofia dell’open access, senz’altro. A pagare però sono sempre gli stessi: le istituzioni, in altre parole noi cittadini, vuoi nella veste di abbonati, vuoi in quella di autori che sostengono (direttamente o tramite le proprie istituzioni) il costo della pubblicazione.
Ma la filosofia del gratuito (la cosiddetta “economia del dono”) ha trovato nell’industria farmaceutica un’antesignana. Da anni è lei che ha distribuito volumi, monografie, estratti e supplementi di ogni genere, ai medici di tutto il mondo. Esiste un tale bisogno di riviste che la più grande (per dimensione) casa editrice scientifica del mondo ha pensato bene di clonarne un po’ per accontentare una grande (nel nome) industria farmaceutica. Crescete e moltiplicatevi: noi editori abbiamo preso alla lettera la raccomandazione perdendo di vista l’utente finale, il lettore. Ci siamo accontentati anche noi di endpoint surrogati.
Se ne è parlato anche al convegno del Gruppo Italiano dei Documentalisti dell’Industria Farmaceutica e degli Istituti di Ricerca Biomedica; un’occasione utile di confronto, perché di queste cose si parla troppo poco. Ed è anche divertente scoprire che è vero che la maggioranza degli editori si agita al solo sentire il nome di Google (figurarsi poi quando al nome di quelli di Mountain View si associa anche il loro decalogo tra l’anarchico e il visionario). Che quando parliamo di Scienza abbiamo in mente cose diversisissime e che il panorama della divulgazione scientifica in Italia offre un quadro di sorprendente complessità (interessante la relazione di Alba L’Astorina, del CNR di Milano). Che i blog in medicina sono una risorsa inesauribile e che non discutono quasi mai di clinica, ma di vissuti, esperienze, introspezioni (bravo Eugenio Santoro). Per chi vuole, ecco la mia presentazione
Comments

2 Comments

Paolo Subioli

Fa molto piacere constatare che c’è chi ragiona in questo modo, anche in ambito così difficile e delicato come quello dell’industria medica (di cui l’editoria mi pare si possa considerare una componente).
Mi piace, in particolare, il concetto della comunità scientifica che legge e che studia, e così fa bene alla salute.
Internet sta cambiando molte cose, ma non è facile per tutti accettarle. Chi scaricava musica è stato trattato per anni da ladro e pirata. Poi si è capito che è solo per merito di questa pratica di pirateria di massa che l’industria discografica ha cominciato a rinnovarsi, vendendo anche la musica on line e, soprattutto, che potevano emergere nuovi modelli di business, più adatti alle esigenze non solo dei consumatori, ma anche degli artisti.
Bella anche la presentazione!

Elio F. Gagliano

La letteratura medica gratuita ha un costo gravoso per la conoscenza medica obiettiva. Infatti, le case editrici scientifiche sono in balia dell’industria farmaceutica che progetta e finanzia ricerche e pubblicazioni che fanno comodo al proprio mercato. Ne scaturisce un lavaggio cerebrale dei medici che si acculturano secondo gli interessi delle case farmaceutiche.


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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