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Tutti poveri in ospedale

corridoio-pertini“Piacere, sono Carlo”. “Luca, piacere”. Ha il camicione da ospedale aperto dietro, sotto un pannolone che gli scende alle ginocchia. Penso che somiglia al figlio di Costanza che tiene i jeans al cavallo e gli si vedono le mutande con la firma. Mi verrebbe da ridere ma non rido. Questo Carlo avrà più o meno l’età mia ma sembra mio nonno. Ha il viso di cartone e la mano che ho stretto è carta vetrata. Ha un calzino sì e uno no e una cuffia verde di garza in testa. Gira per il pronto soccorso come fosse casa sua.

“In ospedale tutti diventano poveri”. Il libro di Ascanio Celestini,  Lotta di classe, l’ho finito ieri sera, prima che stanotte mi sentissi male. Venendo in ospedale ho pure pensato che qualcuno lo trovava in cima al comodino e pensava: “Questo è l’ultimo libro che aveva letto”. Al passato, e la cosa un po’ mi agita.

“Stia fermo”. “Guardi che sono fermo”. “Stia fermo le ho detto”. “Sto fermissimo. Muovo solo la bocca per parlare”. “Non parli”. Non parlo, smetto di rispondere. “Dolore al petto”. Dev’essere una domanda ma senza il punto interrogativo. Non posso parlare e neanche muovere la testa: dico di no con gli occhi. “Dolore al braccio sinistro”. Altra non domanda. Altra risposta muta.

“All’ospedale tutti diventano poveri. Perché sono padroni solo della malattia che si portano addosso. Non sei una persona, ma un osso rotto, un fegato in panne, un organo pieno di liquido abusivo.” Chissà quale malattia è Carlo. Continua ad andare su è giù per la stanza, entra e esce dalle porte. Sono qui ma non so ancora che malattia sono. “”Non ci sono segni sull’elettrocardiogramma”. Mi sento come uno che è venuto per far perder tempo e l’infermiera si stufa di cercare. Ha l’aria solo annoiata, non dev’essere arrabbiata. L’espressione è di chi sospetta che quello del lavoro sia il tempo perso. Del resto, si chiede Celestini, chi ha detto che il tempo è denaro? Un filosofo, un banchiere o un orologiaio? Mi mette un braccialetto e dice “Il medico la viene a visitare”.

Niente medico. E’ l’alba di domenica e forse è a casa, forse dorme in reparto e per un codice verde non si scende. C’è sempre Carlo che va e viene e una tipa delle pulizie. Usa degli straccetti assurdi, pochi centimetri e poi li butta. Entra e esce pure lei. Allora esco anch’io dall’ospedale senza medici e senza malattie. E’ l’ora in cui si sveglia la città di Celestini, quella che lavora anche di notte per contratti precari a 500 euro al mese. Per trasportare fiori da funerali a matrimoni. L’ora in cui si stacca il turno e qualcuno va ancora a pescare sull’Aniene. L’ora in cui arrivano le ultime telefonate dei maschi al call center, quelli che vogliono risparmiare i soldi del telefono erotico, e le puttane e i ladri tornano dal lavoro mentre Roma torna a essere una città in cui perdersi.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…