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Pubblicità agli (im) pazienti

compresse_dollari2I medici sono incerti: da una parte, sembra che il paziente più informato segua meglio le prescrizioni, dall’altra è più pressante e “chiede” le terapie. Poi, c’è informazione e informazione; ora che anche in Europa si discute dell’opportunità di permettere alle industrie farmaceutiche di pubblicizzare i medicinali ai cittadini salgono in superficie un sacco di domande. Fare pubblicità significa informare? Il sistema sanitario ce la farebbe a resistere all’aumento della spesa che inevitabilmente il “direct to consumer advertising (DTCA)” comporta? (Mintzes, 2003) Il servizio sanitario non ne guadagnerebbe gran che (Weissman, 2004): siamo sicuri che per l’industria, invece, sarebbe un buon affare?

Seth Godin dice che per scendere per davvero sul terreno del DTCA l’industria dovrebbe prendere il coraggio a due mani e dialogare con i pazienti: con quelli che chiedono semplicemente informazioni e con i tanti che si lamentano per effetti indesiderati di maggiore o minore gravità. Un bel numero verde sulle pubblicità e a parlare non dev’essere un risponditore automatico ma una persona cortese, disponibile e attenta. Il marketing direttamente “dai” consumatori si può fare? No, perché costa troppo. E allora? Allora devono prepararsi a un problema nuovo, quello dei consumatori (im)pazienti che iniziano a mettere in rete i fatti propri: ovunque. E sarà un bel problema. Sarebbe meglio rispondere alle telefonate, perché l’alternativa, dice Godin, sono “angry tweets and angry blog posts”.

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Cosa stiamo imparando da #COVID19? Nei prossimi giorni uscirà l'intervista a @MedBunker su cosa dovrebbe cambiare nella comunicazione scientifica. Qui una piccola anticipazione. @dottoremaevero @RobiVil @lucadf pic.twitter.com/eW1NUdhqvk

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…