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	<title>dottprof.com &#187; Twitter</title>
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	<description>Tecnologia, comunicazione e risorse in medicina: tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere...</description>
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		<title>Farmaci e web tra EBM e biografie</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 15:24:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prova a fare una ricerca che riguardi la cardiologia sul computer di un’adolescente: saprai tutto su Johnny Depp e poco sullo scompenso. I risultati che Google ti restituisce sono &#8220;informati&#8221; dalle nostre ricerche precedenti. Soprattutto per questo, il computer che usi al lavoro è veramente &#8220;tuo&#8221;, più ancora di quello di casa ma forse un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/12/Ragazza_divani.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2144" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Ragazza_divani" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/12/Ragazza_divani-150x150.jpg" alt="" width="130" height="130" /></a>Prova a fare una ricerca che riguardi la cardiologia sul computer di un’adolescente: saprai tutto su Johnny Depp e poco sullo scompenso. I risultati che Google ti restituisce sono &#8220;informati&#8221; dalle nostre ricerche precedenti. Soprattutto per questo, il computer che usi al lavoro è veramente &#8220;tuo&#8221;, più ancora di quello di casa ma forse un po&#8217; meno di quello che porti a spasso per il mondo nello zaino.</p>
<p>Qualsiasi <em>device</em>– dal notebook al cellulare – è diventato personale: siamo passati <strong>dal personal al <em>personalized</em> computer</strong>. Erano 100 milioni nel 1993, i PC , quando nascevano il web e la EBM. Un miliardo nel 2008 e saranno 10 miliardi nel 2020, quando sarà scomparsa la distinzione tra i dispositivi e telefono, cinepresa e televisione saranno lo stesso oggetto. Oggi il 30 per cento dei medici statunitensi ha un iPad e il numero raddoppierà tra sei mesi. La tecnologia si diffonde perché si adatta alle esigenze di un’utenza che –scrive Clay Shirky – “dà valore di per sé all’essere connessi”.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/12/Ragazza-txt.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2145" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Ragazza txt" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/12/Ragazza-txt-150x149.jpg" alt="" width="130" height="129" /></a>In una contesto fortemente caratterizzato da due driver – personalizzazione e condivisione – gli spazi del social network saranno <strong>il luogo dove l’informazione su salute/malattia si tradurrà in conoscenza condivisa</strong>. E&#8217; un percorso che riguarda il medico, il farmacista o il dirigente: già oggi i &#8220;social media&#8221; sono piattaforma per esperienze di e-learning o per sperimentali progetti di ricerca condotti con lo strumento  inventato da Zuckerberg. Non mancano anche opportunità di studio e approfondimento: pensiamo alla presenza su Facebook del <em>Drugs &amp; Therapeutics Bulletin</em> o alla attività delle <em>Sanford Guides</em> su YouTube e Twitter. Una volta “partecipati” dati e risultati della ricerca escono irrobustiti dal confronto tra pari.</p>
<p>Si aprono così opportunità formative per il personale sanitario ma anche per il cittadino. Un paziente “empowered” che chiede e al tempo stesso  offre risposte utili alla sua salute diventa <strong>alleato nel percorso verso l’appropriatezza</strong>. E’ un esercizio superfluo interrogarsi sulla “qualità” dei contenuti discussi nel social web; piuttosto, le istituzioni dovrebbero cogliere la sfida di misurarsi pariteticamente con la Rete, come esercizio di&#8230;</p>
<ul>
<li>Ascolto</li>
<li>Valutazione della propria capacità persuasiva</li>
<li>Trasparenza.</li>
</ul>
<p>Finito il tempo della “informazione” sui farmaci:<strong> l’unica strada è la “comunicazione” sulla salute</strong>. Interattiva, multi direzionale e nella quale l’«esperto» è l’outlier: quello che “vive” le cose, non che sostiene di conoscerle.</p>
<p>Nato con l’EBM, il web, anche in questo frangente ne favorisce la crescita invitando a prestare maggiore attenzione a quel “gradino” della medicina basata sulle prove troppe volte dimenticato: l’importanza primaria del valore che ciascuna persona assegna ai diversi elementi che definiscono il proprio benessere o malattia. Grazie al web tornano in gioco le biografie – di malati ma anche di medici, infermieri, dirigenti &#8211; , contaminando in maniera feconda il dato biologico esito della clinica e della ricerca.</p>
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		<title>Internet in (cattiva) salute</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 15:15:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non perde occasione, Tim Berners Lee, per ricordare che lui, il web, l’aveva messo su per “far lavorare insieme la gente”. Difficile ritrovare questa intenzione iniziale nei due libri che ho appena letto. La ricostruzione su Sanità e web di Walter Gatti è ampia e originale: la storia di internet nei suoi rapporti con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non perde occasione, Tim Berners Lee, per ricordare che lui, il web, l’aveva messo su per “far lavorare insieme la gente”. Difficile ritrovare questa intenzione iniziale nei due libri che ho appena letto.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/ipad_iphone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2134" title="ipad_iphone" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/ipad_iphone-300x199.jpg" alt="" width="178" height="118" /></a>La ricostruzione su <em>Sanità e web</em> di Walter Gatti è ampia e originale: la storia di internet nei suoi rapporti con la sanità italiana è tracciata attraverso molte interviste, che talvolta hanno il sapore di conversazioni confidenziali. Quella di Eugenio Santoro, invece, è una panoramica più sistematica; non a caso la scansione del libro è “per generi” tecnologici. Più italiano il libro di Gatti. Più internazionale quello di Santoro. Neanche il più distratto dei lettori potrà uscire da queste pagine senza essersi fatto un’idea: ma quale? Un quadro così articolato si presta alle conclusioni più diverse. Ecco alcune possibili chiavi di lettura.</p>
<ul>
<li>Medicina e web: l&#8217;Italia non sconta ritardi: dal 1995 alcune importanti realtà istituzionali e soprattutto aziende profit sono su internet. Con poche eccezioni, però, l’urgenza rispondeva all&#8217;obiettivo di “essere sul web”:  <strong>l’assenza di pensiero strategico</strong> e di programmazione ha condizionato l’avvio di molte esperienze; in più di un caso, questo peccato originale non è stato scontato. Sembra impossibile ma c&#8217;è ancora chi vive internet come  &#8220;un male necessario&#8221;.</li>
<li>L’offerta disordinata e il diffuso analfabetismo del personale sanitario hanno indotto un <strong>uso immaturo di </strong><strong>internet</strong>; c&#8217;è poco da fare, ma la sottoscrizione di servizi professionali a pagamento, l’uso del web per progettare e sviluppare progetti di ricerca o per l’e-learning sono ancora poco frequenti.</li>
<li>Aprendo un sito, pochi si sono chiesti “Di cosa ha bisogno chi userà i miei servizi?” Tutti si sono invece domandati: “Che valore aggiunto può dare internet alla mia azienda, società scientifica, ordine professionale?” Nessuno ha capito che un servizio online ha senso solo se <strong>migliora la qualità della vita professionale</strong> (e di conseguenza anche quella personale). Il primo risultato è che il web non solo non ha aiutato come avrebbe potuto l’organizzazione del lavoro degli operatori, ma qualcuno lo vive addirittura come una complicazione.</li>
<li>Il secondo effetto di questo approccio è <strong>la povertà di investimenti non dettati dall’industria farmaceutica</strong>; tra le poche eccezioni, la straordinaria stagione di in-formazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco, non a caso bruscamente interrotta. Sul libro di Gatti, Roberto Turno, del <em>Sole 24 Ore</em>, scrive giustamente di “editori che non sanno vivere della propria capacità informativa e devono dipendere da finanziamenti delle imprese” farmaceutiche che a loro volta “disperdono potenzialità informative ed economiche”.</li>
</ul>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Santoro_Copertina.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2120" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Santoro_Copertina" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Santoro_Copertina.jpg" alt="" width="125" height="190" /></a>Il libro di Gatti è prezioso per il medico e il farmacista che avranno la pazienza di leggere tra le righe chi e come lo vuole fregare: tracciandone i comportamenti di navigazione, precisando il suo profilo in maniera sempre più accurata e vendendolo all&#8217;industria nei modi più vari, coinvolgendolo in finte survey (retribuite&#8230;) al solo scopo di promuovere i farmaci cosiddetti “maturi” che non giustificano più le visite degli informatori farmaceutici.</p>
<p>Purtroppo, una vera “rete” è di là da venire e il web è ancora visto per lo più come una biblioteca: fa rabbia che, a distanza di tanti anni, i libri stiano ancora tutti per terra come diceva John Allen Paulos.</p>
<p>La sensazione (la speranza?) è che queste cianfrusaglie digitali possano presto essere rese  marginali dalle reti spontanee che strumenti come Facebook e Twitter possono aiutare a far crescere. Con buona pace dei siti di prodotto dai nomi improbabili o delle superflue vetrine di associazioni, enti e ordini professionali. Gatti è prudente e non a caso dà spazio alle opinioni di chi, come Nicholas Carr o Gordana Kalan Zivec, enfatizzano i rischi più dei pregi del web.</p>
<p>Ho il sospetto, piuttosto, che i danni non siano causati dai social network ma dall&#8217;informazione a senso unico e non trasparente; e a questo riguardo i principali cattivi maestri alloggiano nelle redazioni dei giornali tradizionali.</p>
<p>Due libri utili, da leggere e su cui riflettere: uno a tracciare i meridiani, l’altro i paralleli di <strong>una geografia della medicina su internet</strong>, ancora in cattiva salute.</p>
<p>Gatti W. Sanità e web. Come Internet ha cambiato il modo di essere medico e malato in Italia. Milano: Springer, 2011. 326 pagine. Euro 26,00</p>
<p>Santoro E. Web 2.0 e social media in medicina. Come social network, wiki e blog trasformano la comunicazione, l’assistenza e la formazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2011. 360 pagine. Euro 25,00. <a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=564">Vuoi leggerlo?</a></p>
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		<title>Chi ricerca usa Twitter più Facebook</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Aug 2011 10:42:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Su Repubblica del 13 agosto Maurizio Ferraris scrive sulle &#8220;comunità documentali&#8221;: Facebook è l&#8217;emozione e Twitter la ragione. L&#8217;urgenza di semplificare aumenta col caldo agostano? Uno studio del Charleston Observatory, Social media and research workflow  (University College of London e Emerald, dicembre 2010) ci dice qualcosa in più di come gli strumenti del social web sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/the-social-network-movie-main.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1950" title="the-social-network-movie-main" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/the-social-network-movie-main-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>Su <em>Repubblica</em> del 13 agosto Maurizio Ferraris scrive sulle &#8220;comunità documentali&#8221;: Facebook è l&#8217;emozione e Twitter la ragione. L&#8217;urgenza di semplificare aumenta col caldo agostano?</p>
<p>Uno studio del Charleston Observatory, <a href="www.ucl.ac.uk/infostudies/research/ciber/social-media-report.pdf"><strong>Social media and research workflow</strong>  </a>(University College of London e Emerald, dicembre 2010) ci dice qualcosa in più di come gli strumenti del social web sono usati da chi fa ricerca (comprende anche l&#8217;ambito sanitario, clinico e sperimentale):</p>
<ul>
<li>le funzionalità collaborative hanno preso piede nell&#8217;ambiente accademico di quasi tutte le discipline;</li>
<li>l&#8217;uso non dipende dall&#8217;età ma dalla maggiore/minore disponibilità/curiosità per l&#8217;innovazione;</li>
<li>le persone più lente a cambiare usano prima strumenti più vicini a quelli tradizionali, come Skype, Google Docs o Google Calendar;</li>
<li>gli &#8220;early adopters&#8221; (vedi la classica figura di Rogers) scelgono i blog, i social network e i microblogging.</li>
</ul>
<p>Insomma: <strong>chi usa Twitter è molto spesso la stessa persona che usa Facebook</strong> e che ha un blog. Quindi, Ferraris, come la mettiamo? I diversi strumenti soddisfano le differenti facce della nostra personalità, narcisista e razionale? Può darsi.</p>
<p><img class="alignleft" title="Italo Calvino " src="http://www.wuz.it/mm/102/00006089_b.jpg" alt="" width="92" height="115" />Ma può anche essere che Facebook, Twitter &#8211; come anche YouTube o Flickr &#8211; siano ciò che serviva per <strong>tornare a raccontarsi</strong>. E anche la ricerca o, in generale, il proprio lavoro può essere oggetto di narrazione. Così si concludevano le <em>Lezioni americane</em> di Italo Calvino: &#8220;Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d&#8217;esperienze, d&#8217;informazioni, di letture, d&#8217;immaginazioni? Ogni vita è un&#8217;enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, <strong>un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato</strong> e riordinato in tutti i modi possibili&#8221;. Quindi, anche con Twitter e Facebook, no?</p>
<p>Piuttosto, ciò che sembra più difficile è uscire dalla prospettiva dell&#8217;io individuale, portando queste comunità documentali &#8220;al di fuori del self&#8221;, per usare di nuovo un&#8217;espressione cara a Calvino&#8230;</p>
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		<title>Twitter e la rivoluzione (sanitaria)</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 13:15:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La gente che usa Twitter produce qualcosa come 130 milioni di tweet al giorno. Durante il Super Bowl, lo scorso fine settimana, i messaggi sono stati 4 mila al secondo; poco, in confronto ai 6 mila tweet prodotti dai giapponesi allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre scorso. Un grande business potenziale, per un&#8217;azienda che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/02/twitter.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1514" title="twitter" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/02/twitter-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La gente che usa Twitter produce qualcosa come 130 milioni di tweet al giorno. Durante il Super Bowl, lo scorso fine settimana, i messaggi sono stati 4 mila al secondo; poco, in confronto ai 6 mila tweet prodotti dai giapponesi allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre scorso.</p>
<p>Un grande business potenziale, per un&#8217;azienda che inizia a guadagnare. Lo ammette, non senza qualche reticenza, il chief executive Dick Costolo al Mobile World Congress di Barcellona; grande prudenza, anche per non rovinare un giocattolo che ha conquistato 200 milioni di utenti per tre caratteristiche:<strong> “simple”, “instantly useful”, “always available”</strong>. Giocattolo, dicevamo, ma è solo divertimento?</p>
<p>Mica tanto. E&#8217; stato addirittura Richard Horton a spiegare &#8220;per filo e per segno&#8221; <strong>come usare Twitter per seguire il dibattito sulla riforma sanitaria</strong> in Gran Bretagna. Chi pensa che il microblogging serva solo a monitorare le rivoluzioni in Nord Africa sbaglia di grosso, sembra voler sottolineare il direttore del <em>Lancet</em>: è solo su Twitter che puoi renderti conto dell&#8217;incredulità con cui hanno reagito i telespettatori del programma <em>Question Time</em>, sulla BBC, quando il ministro Caroline Spelman ha sostenuto che &#8220;in questo Paese qualcuno ha il doppio delle probabilità di morire di infarto rispetto alla Francia&#8221;&#8230;</p>
<p>Horton ha scelto il <a href="http://www.bmj.com/content/342/bmj.d948.extract">BMJ </a>(attenzione, però, che il primo autore dell&#8217;articolo è Martin McKee, docente alla London School of Hygiene and Public Health) per dare ai lettori una mappa per usare Twitter per informarsi di politica sanitaria; in sostanza, di chi essere follower? Di Muir Gray (@muirgray &#8211; il suo blog è <a href="http://muirgray.net/">The Third Healthcare Revolution</a>), John Appleby (@appleby123) o Ben Goldacre (@bengoldacre), opinionista del <em>Guardian</em> (il suo blog è <a href="http://www.badscience.net/">Bad Science</a>).</p>
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		<title>Facebook non è lo spinterogeno: dillo al NEJM</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 15:15:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Trecentocinquantamilioni di utenti di Facebook e Twitter: può mancare l&#8217;industria farmaceutica dai social network? Se lo chiede il New England Journal of Medicine nel commento Pharmaceutical marketing and the new social media. Caspita quanto sono preoccupati i due autori, Jeremy A. Green e Aaron S. Kesselheim. Il modo in cui i due docenti del dipartimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/12/Londra-2009-051.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1355" title="Londra 2009 051" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/12/Londra-2009-051-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Trecentocinquantamilioni di utenti di Facebook e Twitter: può mancare l&#8217;industria farmaceutica dai social network? Se lo chiede il <em>New England Journal of Medicine</em> nel commento <a href="http://www.nejm.org/doi/pdf/10.1056/NEJMp1004986">Pharmaceutical marketing and the new social media</a>. Caspita quanto sono preoccupati i due autori, Jeremy A. Green e Aaron S. Kesselheim. Il modo in cui i due docenti del dipartimento di Farmacoepidemiologia e Farmacoeconomia della Harvard School of Medicine si accostano all&#8217;argomento mi fa venire in mente quando, ogni volta che mi sembra che la mia macchina abbia un problema, mi viene da pensare &#8220;mi sa che è lo spinterogeno&#8221;. Era l&#8217;unica cosa che sapevo riconoscere sotto il cofano della mia Seicento e mi aspetto che, toccandolo in un certo modo, tutto possa risolversi. Chi è disposto a spiegare a Green e Kesselheim che la Seicento non la fanno più e anche di spinterogeni in giro non ce ne sono più molti?</p>
<p>L&#8217;articolo entra nel merito degli aspetti regolatori della comunicazione farmaceutica, dal Pure Food and Drug Act del 1906 all&#8217;introduzione del &#8220;brief summary of risks&#8221; che dal 1985 deve accompagnare qualsiasi informazione sui medicinali provenga dalle industrie verso i consumatori. L&#8217;articolo tocca vertici di inaspettata comicità quando arriva a richiedere che una dichiarazione dei conflitti di interesse accompagni i post su Facebook e su Twitter.</p>
<p>Già adesso, l&#8217;industria farmaceutica (ma anche alimentare, turistica, dello spettacolo) non ha bisogno di &#8220;andare sui social network&#8221;; già il verbo di moto fa trasparire una distorsione di fondo: chi pensa che Big Pharma possa &#8220;colonizzare&#8221; Facebook parte da un&#8217;ottica di migrante digitale, non di natural born digital.  <strong><em>L&#8217;industria</em></strong> <em><strong>è nei social network</strong></em> perché è fatta di persone (product manager, informatori scientifici, medici, dirigenti) che <strong><em>sono i social network</em></strong>.</p>
<p>Forse, la lettura di Clay Shirky (<em>Cognitive surplus</em>) avrebbe potuto aiutare Green e Kesselheim&#8230; &#8220;This is the paradox of revolution. The bigger the opportunity offered by new tools, the less completely anyone can extrapolate the future from the previous shape of society. So it is today. The communication tools we now have, which a mere decade ago seemed to offer an improvement to the twentieth-century media landscape, are now seen to be rapidly eroding it instead. A society where everyone has some kind of access to the public sphere is a different kind of society than one where citizen approach media as mere consumers&#8221;. In sostanza: è tutto cambiato e credere che strumenti che andavano bene (?) in una situazione diversa possano rivelarsi utili anche oggi è un&#8217;ingenua illusione.</p>
<p>Infine: tornando allo spinterogeno, qualcuno si fiderebbe a leggere cosa ne penso io delle centraline elettroniche digitali? Non credo, anche perché sarebbe l&#8217;opinione di qualcuno che ha visto un motore per l&#8217;ultima volta venti anni fa. Un po&#8217; come di due autori dell&#8217;articolo: provate a cercarli su Facebook e su Twitter e vedrete che dinamismo&#8230;</p>
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		<title>Bloggers senza frontiere</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 12:36:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Passa uno dietro di te che leggi questo post e ti chiede: &#8220;Di che parla &#8216;sto blog?&#8221; Ehi, è a te che sto dicendo, rispondi: di che parla DottProf? Se dici &#8220;di medicina&#8221; sbagli. Facciamo prima: qualsiasi risposta sarebbe sbagliata. Per definizione, internet non accetta più categorie. Inclassificabile, come i compiti del compagno dell&#8217;ultimo banco. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/02/User-web-2.0-wordpress-256.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-874" title="User-web-2.0-wordpress-256" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/02/User-web-2.0-wordpress-256-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Passa uno dietro di te che leggi questo post e ti chiede: &#8220;<strong>Di che parla &#8216;sto blog?</strong>&#8221; Ehi, è a te che sto dicendo, rispondi: di che parla DottProf? <strong>Se dici &#8220;di medicina&#8221; sbagli</strong>. Facciamo prima: qualsiasi risposta sarebbe sbagliata. Per definizione, <strong>internet non accetta più categorie</strong>. Inclassificabile, come i compiti del compagno dell&#8217;ultimo banco. Che senso ha allora un&#8217;idea come <a href="http://www.pixelsandpills.com/tweeder/">The Health Tweeder</a>? Nessuno. Ma ripartiamo dal via.</p>
<p><strong>Graficamente è un orrore ma fa un certo effetto</strong>: un insieme di Petri dishes ciascuno a rappresentare una disciplina della medicina e contenente le &#8220;cellule&#8221; nel brodo di coltura (fa pure un po&#8217; schifo). Ogni cellula un tweet. Quella che ne ha di più è la <strong>Psichiatria </strong>(269 ad oggi, 11 febbraio), seguita dalla <strong>Pediatria </strong>(170) e dall&#8217;<strong>HIV </strong>(168). Se segui il link del disco, col mouse over si apre sulla colonna accanto  l&#8217;elenco dei microblogs dedicati a quell&#8217;argomento (a scriverlo è molto più complicato che a vederlo). Il punto non è tanto (o non solo) nel fatto che <strong>la determinazione delle categorie è arbitraria</strong> (c&#8217;è Psichiatria ma anche Sleep Disorders&#8230;), è che ci risiamo con <strong>la mania delle liste</strong>. Di questi tempi va molto di moda discuterne: dopo che anche il Louvre ha messo in mostra l&#8217;arte e la creatività del catalogo e dalla curatela della mostra da parte di Umberto Eco, ne è nata anche una strenna natalizia.<strong> La smania di elencare è inseparabile da un sentimento di incompiutezza</strong>. Lo scrive anche UE nel libro: &#8220;La realtà è che noi non diamo, se non raramente, definizioni per essenza, ma più sovente per lista di proprietà. Ed ecco che pertanto tutti gli elenchi che definiscono qualcosa attraverso una serie non finita di proprietà, anche se apparentemente vertiginosi, sembrano approssimarsi maggiormente al modo in cui nella vita quotidiana (e non nei dipartimenti scientifici) definiamo e riconosciamo le cose&#8221;.<br />
Non cogliendo l&#8217;essenza delle cose finiamo col fare qualcosa di inutile. Forse momentaneamente rassicurante, ma sostanzialmente superfluo. Come un censimento.</p>
<p><strong>Dai tempi di Erode i censimenti non hanno mai portato niente di buono. Classificazioni, categorie, steccati. Confini. Lasciamoli perdere.</strong><strong> E se qualcuno ti chiede: &#8220;Di che parla Dottprof?&#8221; Te lo dico io cosa rispondere: della necessità di non costruire frontiere.</strong></p>
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		<title>Twitter e Facebook inibiscono i sentimenti?</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 21:48:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Uscirà la prossima settimana sui Proceedings of the National Academy of Science (PNAS) come &#8220;early release online&#8221; un articolo di ricercatori della University of Southern California che hanno studiato con metodiche di imaging cerebrale le reazioni neurologiche di utenti volontari di siti di social web. I risultati sembrano dimostrare che il formarsi di giudizi morali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-322" title="laptop-sospeso" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/04/laptop-sospeso-150x150.jpg" alt="laptop-sospeso" width="120" height="120" />Uscirà la prossima settimana sui Proceedings of the National Academy of Science (<a href="http://www.pnas.org/">PNAS</a>) come &#8220;early release online&#8221; un <a href="http://www.telegraph.co.uk/scienceandtechnology/science/sciencenews/5149195/Twitter-and-Facebook-could-harm-moral-values-scientists-warn.html">articolo </a>di ricercatori della University of Southern California che hanno studiato con metodiche di imaging cerebrale le reazioni neurologiche di utenti volontari di siti di social web. I risultati sembrano dimostrare che il formarsi di giudizi morali richiede un tempo che il susseguirsi incessante di informazioni e notizie non riesce a garantire. &#8220;Quando entrano in ballo le emozioni, ha dichiarato Antonio Damasio, primo autore della ricerca e direttore del Brain and Creativity Institute dell&#8217;Università americana, l&#8217;unica cosa che possiamo dire è: non così in fretta&#8221;. Secondo Manuel Castells, che insegna Sociologia nella stessa Università, si tratta di uno studio destinato a lasciare il segno nella comprensione dei meccanismi della percezione umana nell&#8217;ambiente della comunicazione digitale.</p>
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		<title>Twitter e il marketing della chirurgia</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Apr 2009 17:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Che stai facendo?&#8221; di solito lo chiedi a un amico. Se invece la domanda la fai a un chirurgo che sta operando finisce come allo Sherman Hospital di Elgin, in Illinois. Mentre l&#8217;équipe chirurgica praticava un&#8217;isterectomia laparoscopica su una donna quarantottenne, due tipi della Demi &#38; Cooper seguivano in diretta l&#8217;operazione: più di 370 aggiornamenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-236" title="laparoscopia mininvasiva su Twitter" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/04/laparoscopia-150x150.jpg" alt="laparoscopia" width="120" height="120" />&#8220;Che stai facendo?&#8221; di solito lo chiedi a un amico. Se invece la domanda la fai a un chirurgo che sta operando finisce come allo Sherman Hospital di Elgin, in Illinois. Mentre l&#8217;équipe chirurgica praticava un&#8217;isterectomia laparoscopica su una donna quarantottenne, due tipi della Demi &amp; Cooper seguivano in diretta l&#8217;operazione: più di 370 aggiornamenti via Twitter, per 1.071 followers. Mica male come operazione promozionale. Eh sì, perché la Demi &amp; Cooper è il produttore del robot Leonardo da Vinci per la chirurgia mini invasiva utilizzato per l&#8217;intervento. Entusiasmo sulla <a href="http://www.dailyherald.com/story/?id=283620&amp;src=5">stampa locale</a> &#8230;</p>
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