Società scientifiche e il Medioevo dell’integrità

La cornice è quella di una grande azienda ospedaliero-universitaria italiana: da diversi mesi è in corso un piano triennale anticorruzione che coinvolge diverse centinaia di operatori sanitari. A turno e periodicamente, si riuniscono per incontri a tema che alternano momenti in plenaria e lavori di gruppo per la redazione di documenti da portare all’attenzione della direzione aziendale.

E’ la volta di un confronto sulle criticità potenziali nei rapporti tra il personale dipendente dell’azienda e le società scientifiche. L’obiettivo è di mettere in luce le opportunità che possono nascere da queste collaborazioni, sia a livello individuale, sia per l’azienda. Allo stesso tempo, si intenderebbe sottolineare i rischi, personali e aziendali. Sebbene il “piano” sia intitolato alla “anticorruzione“, chi collabora con i responsabili aziendali a questo insieme di attività formative preferisce capovolgere l’approccio: è la promozione dell’integrità dell’istituzione che interessa, a partire dalla valorizzazione della correttezza dei comportamenti dei singoli professionisti.

Le società scientifiche svolgono un ruolo sempre più importante nella sanità di oggi: basti pensare alla funzione centrale che è stata loro assegnata dalla legge sulla responsabilità professionale. Sono spesso molto attive e hanno grande visibilità, ma c’è qualcosa che non va: il loro numero cresce senza motivo (sembrerebbe per obbedire a logiche che poco hanno a che fare con le loro finalità statutarie che si concentrano sulla formazione, l’aggiornamento e la ricerca) (1) e entrano in conflitto competitivo rivendicando ciascuna un proprio primato. Basta vedere cosa sta succedendo nella corsa per entrare a far parte dell’elenco previsto dal decreto del 2 agosto 2017 applicativo della legge Gelli.

 

 

Le opportunità per la sanità pubblica che nascono dal lavoro delle associazioni professionali sono note: per esempio, il coordinamento di importanti attività di ricerca così come le più recenti esperienze promosse dall’American Board of Internal Medicine Foundation (ABIM) e organizzate in maniera quasi sistematica nell’iniziativa Choosing wisely ripresa anche in Italia dal progetto Fare di più non significa fare meglio. Anche i rischi però sono noti: un’attività di lobbying talvolta troppo spregiudicata, qualche eccesso nella facilitazione delle carriere accademiche di alcuni iscritti, relazioni molto ravvicinate e non sempre trasparenti con industrie farmaceutiche, di tecnologie e del settore alimentare.

 

 

Come governare queste relazioni così che l’equilibrio sia favorevole sia per il professionista, sia per l’azienda? In primo luogo ricordando che ciò che importa di più è proteggere l’integrità del servizio sanitario regionale o nazionale: è in gioco la qualità dell’assistenza e delle strategie di sanità pubblica, molto prima che la moralità del singolo operatore che, dopotutto, è una questione che riguarda la coscienza individuale. Secondo, facendo crescere la consapevolezza del rischio: anche piccoli doni creano una complicità che può rivelarsi imbarazzante o pericolosa. Terzo, non considerando impossibile la scelta di rinunciare a compensi e regali. Come osservava il citatissimo articolo di Rothman uscito sul JAMA nel 2009, “per conservare l’integrità può essere necessario fare qualche sacrificio” (2). Ma quasi sempre ne vale la pena.

 

In un momento di pausa, nella grande aula magna si sente un commento: “Questo qui vole farci torna’ al Medioevo”. Voglio farli torna’ al Medioevo. Per un attimo mi vedo come Troisi che si copre il pacco scendendo nella piazza del paese di Vitellozzo. Non si tratta di fare crociate per demonizzare la collaborazione tra la sanità pubblica e l’industria privata. La cosa complicata è fare andare d’accordo chi ritiene che il servizio sanitario possa non aver bisogno dei finanziamenti privati (e il corollario, la sanità integrativa) – perché basterebbe un sistema sociale e sanitario che consumasse meno medicina – con chi è convinto che progresso e innovazione passino necessariamente per un’intesa tra pubblico e privato – perché il volano del benessere è lo sviluppo economico. Come se gli obiettivi della sanità pubblica e delle imprese private coincidessero.

Non c’è di mezzo solo il domani del SSN. Su questo si decide la possibilità di un’intesa tra Partito democratico e la Sinistra più autentica del paese. Sulla convinzione che sollecitare una riflessione sullo sviluppo equivalga a un ritorno al Medioevo si decide, in fin dei conti, il domani dell’Italia.

 

  1. Vercellini P, Viganò P, Frattaruolo MP, et al. Proliferation of gynaecological scientific societies and their financial transparency: an Italian survey. BMJ Open. 2016;6: e008370. doi:10.1136/ bmjopen-2015-008370.
  2. Rothman DJ, McDonald WJ, Berkowitz CD, Chimonas SC, DeAngelis CD, Hale RW, Nissen SE, Osborn JE, Scully JH, Thomson GE, Wofsy D. Professional medical associations and their relationships with industry: a proposal for controlling conflict of interest. Jama 2009;301(13):1367-72.

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