Le scorciatoie dell’imaging

In una vecchia scrivania ritrovo un diario di mio padre. 16 maggio del 1969, lavorava al progetto di una rivista che si sarebbe poi intitolata Medicina illustrata: “Ci credo molto, anche se costa troppo”. Le immagini erano un lusso per gli editori. Gli autori che le volevano nei loro articoli dovevano pagarne il costo perché trasferire fotografie …

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Quanto costa stare male

Nel 2015, la casa farmaceutica Amgen ha aumentato il prezzo dell’antinfiammatorio Enbrel del 26 per cento. Pfizer ha ritoccato del 10,6 per cento medio il prezzo di 60 medicinali nel suo listino. Ron Cohen, dirigente della Acorda Therapeutics spiega così queste decisioni: “Our way of insuring that we can survive and develop these programs and …

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Cure fast o slow: cosa ci riserva il 2016?

Si può provare disagio nel leggere la storia dei coniugi Mary e Richard Padzur sul New York Times. Mary è morta il 24 novembre per un carcinoma ovarico. Rick è stato per 16 anni chief oncology della Food and Drug Administration (FDA). Da quando la moglie si è ammalata di cancro le approvazioni dei nuovi medicinali …

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Cardiologi aggressivi coi colleghi e non coi pazienti

Un medico inglese ogni tre è stato oggetto di comportamenti rudi o aggressivi da parte di colleghi. I peggiori? Radiologi, chirurghi e cardiologi. Attenzione, siamo nel campo della aneddotica, ma perché non cogliere l’occasione per farsi qualche domanda? Lo pensa anche Larry Husten che su Cardiobrief ha dedicato un breve post rinviando alla lettura dello …

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EBM: altro che crisi, servono più prove

La crisi della EBM è nella precarietà dei gradini su cui poggia il percorso clinico proposto all’inizio degli anni Novanta dai clinici e dagli epidemiologi di Oxford e della McMaster: trovare le evidenze nelle riviste, nelle banche dati, nei point-of-care tools, valutare con occhio critico le prove raccolte, filtrarle alla luce della propria esperienza clinica, condividere le decisioni …

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Medico e malato: a cosa danno valore?

Lui è un medico universitario e insegna alla Duke, negli Stati Uniti. Si interessa di clinica, bioetica e di quella interessante cosa che si chiama Behavioral Economics. Sa anche scrivere bene: cura un proprio blog e collabora con regolarità al sito della rivista Forbes. È Peter A. Ubel: sua moglie Paula ha un cancro della …

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A forza di torturarli i dati … migliorano

Immagina di desiderare tantissimo di fare l’amore con quella donna (proprio quella donna e proprio fare l’amore eh). Arriva un tuo amico e ti invita a fare un esperimento: per cento giorni di seguito le chiederai un appuntamento, la metà delle volte telefonandole e l’altra metà aggiungendo alla telefonata un messaggio con whatsapp. Alla fine dei tentativi scoprirai …

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Ricerca e letteratura scientifica: che casino

Un vero casino. Questa la definizione con cui – nella sua relazione al congresso della Associazione Alessandro Liberati Network Italiano Cochrane – John Ioannidis ha sintetizzato la situazione attuale dell’attività di ricerca e della produzione di letteratura scientifica. Il direttore del Meta Research Innovation Center dell’università di Stanford ha offerto una panoramica di straordinario interesse che ha riproposto in ordine logico i risultati di alcune delle principali ricerche da lui coordinate o pubblicate negli ultimi anni da altri ricercatori.

[ti interessa conoscere meglio di cosa si occupa il METRICS diretto da Ioannidis? Segui il link e arriva al sito.]

No registration, no replication, no publication. John Ioannidis

La ricerca clinica sembra orientata alla negazione. A farla breve, ecco i problemi principali. In primo luogo, circa la metà degli studi ha dei limiti metodologici importanti: quesiti di ricerca mal concepiti, risultati non generalizzabili, premesse condizionate da punti di vista soggettivi, progetti avviati senza considerare altri eventuali studi sullo stesso argomento che già siano stati condotti. Secondo, in circa un quinto dei casi lo studio tradisce il protocollo: cambiano in corso d’opera i criteri di eleggibilità dei pazienti e il campione viene “contaminato”. Terzo, i finanziamenti influenzano i risultati degli studi e, in circa il 70 per cento dei casi, non sono dichiarati. Quarto, in circa il 20 per cento dei casi la potenza statistica degli studi non è tale da garantire risultati significativi. Quinto, gli studi non sono riproducibili (in uno studio condotto in ambito oncologico lo era quasi il 90% delle ricerche).

C’è poi l’ampiamente noto problema della non pubblicazione dei risultati degli studi. Circa la metà delle ricerche, infatti, non viene pubblicata, per il veto dei finanziatori, o per una sorta di “pudore” dei ricercatori stessi, o anche per il mancato interesse delle riviste, soprattutto nel caso di studi che producono risultati negativi, vale a dire non favorevoli all’intervento sperimentale studiato. E se l’articolo vede la luce? Ebbene, anche in questo caso i risultati sono spesso mal presentati e i metodi descritti in maniera lacunosa o imperfetta. I contenuti sono presentati in maniera da enfatizzare ciò che si ha interesse a sottolineare, l’abstract non sintetizza fedelmente la ricerca o i comunicati stampa inviati ai media sono preparati in modo da sopravvalutare i risultati ottenuti.

Pubblicato e disseminato, l’articolo è pronto per essere … fatto a fette dagli stessi autori che, a partire da uno stesso dataset di risultati, spesso cedono alla tentazione della pubblicazione duplicata su riviste diverse (la cosiddetta salami science). Se non ci pensano gli autori, lo fanno i loro colleghi: non passa giorno non salti fuori un caso di plagio sulla letteratura internazionale anche “autorevole” o comunque indicizzata…

Il risultato è uno spreco intollerabile di risorse economiche e umane (quasi sempre le due cose coincidono). Ioannidis ha riproposto gli studi di Chalmers e Glasziou e il dossier pubblicato sul Lancet nel gennaio 2014, partendo dai risultati del suo studio del 2005 uscito su PLoS Medicine, Why most published research findings are false. Il quadro dipinto a Torino è desolante e molti dei presenti hanno reagito con incredulità e rassegnazione. Eppure, la possibilità di invertire la rotta esiste, anche se i correttivi metterebbero in discussione le fondamenta del sistema di produzione e condivisione delle conoscenze. In estrema sintesi, sarebbe necessario…

  1. privilegiare la ricerca clinica collaborativa e multicentrica
  2. premiare e fare crescere la “cultura delle riproducibilità” degli studi
  3. registrare ogni ricerca disegnata e avviata in database accessibili pubblicamente
  4. adottare dei metodi statistici … decorosi
  5. standardizzare definizioni e strategie di analisi dei dati
  6. utilizzare dei valori di soglia statistica più appropriati e stringenti
  7. migliorare la qualità del disegno degli studi, il processo di peer review, l’attività di reporting dei metodi e dei dati e la formazione del personale coinvolto nella ricerca.

Più facile a dirsi che a farlo. Per disinnescare una situazione esplosiva, bisognerebbe anche ripensare un sistema che premia molto più la quantità della produzione scientifica che la sua qualità.

Altrimenti, il rischio che il casino aumenti è davvero molto elevato.