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	<description>Tecnologia, comunicazione e risorse in medicina: tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere...</description>
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		<title>Farmaci e web tra EBM e biografie</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 15:24:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prova a fare una ricerca che riguardi la cardiologia sul computer di un’adolescente: saprai tutto su Johnny Depp e poco sullo scompenso. I risultati che Google ti restituisce sono &#8220;informati&#8221; dalle nostre ricerche precedenti. Soprattutto per questo, il computer che usi al lavoro è veramente &#8220;tuo&#8221;, più ancora di quello di casa ma forse un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/12/Ragazza_divani.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2144" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Ragazza_divani" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/12/Ragazza_divani-150x150.jpg" alt="" width="130" height="130" /></a>Prova a fare una ricerca che riguardi la cardiologia sul computer di un’adolescente: saprai tutto su Johnny Depp e poco sullo scompenso. I risultati che Google ti restituisce sono &#8220;informati&#8221; dalle nostre ricerche precedenti. Soprattutto per questo, il computer che usi al lavoro è veramente &#8220;tuo&#8221;, più ancora di quello di casa ma forse un po&#8217; meno di quello che porti a spasso per il mondo nello zaino.</p>
<p>Qualsiasi <em>device</em>– dal notebook al cellulare – è diventato personale: siamo passati <strong>dal personal al <em>personalized</em> computer</strong>. Erano 100 milioni nel 1993, i PC , quando nascevano il web e la EBM. Un miliardo nel 2008 e saranno 10 miliardi nel 2020, quando sarà scomparsa la distinzione tra i dispositivi e telefono, cinepresa e televisione saranno lo stesso oggetto. Oggi il 30 per cento dei medici statunitensi ha un iPad e il numero raddoppierà tra sei mesi. La tecnologia si diffonde perché si adatta alle esigenze di un’utenza che –scrive Clay Shirky – “dà valore di per sé all’essere connessi”.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/12/Ragazza-txt.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2145" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Ragazza txt" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/12/Ragazza-txt-150x149.jpg" alt="" width="130" height="129" /></a>In una contesto fortemente caratterizzato da due driver – personalizzazione e condivisione – gli spazi del social network saranno <strong>il luogo dove l’informazione su salute/malattia si tradurrà in conoscenza condivisa</strong>. E&#8217; un percorso che riguarda il medico, il farmacista o il dirigente: già oggi i &#8220;social media&#8221; sono piattaforma per esperienze di e-learning o per sperimentali progetti di ricerca condotti con lo strumento  inventato da Zuckerberg. Non mancano anche opportunità di studio e approfondimento: pensiamo alla presenza su Facebook del <em>Drugs &amp; Therapeutics Bulletin</em> o alla attività delle <em>Sanford Guides</em> su YouTube e Twitter. Una volta “partecipati” dati e risultati della ricerca escono irrobustiti dal confronto tra pari.</p>
<p>Si aprono così opportunità formative per il personale sanitario ma anche per il cittadino. Un paziente “empowered” che chiede e al tempo stesso  offre risposte utili alla sua salute diventa <strong>alleato nel percorso verso l’appropriatezza</strong>. E’ un esercizio superfluo interrogarsi sulla “qualità” dei contenuti discussi nel social web; piuttosto, le istituzioni dovrebbero cogliere la sfida di misurarsi pariteticamente con la Rete, come esercizio di&#8230;</p>
<ul>
<li>Ascolto</li>
<li>Valutazione della propria capacità persuasiva</li>
<li>Trasparenza.</li>
</ul>
<p>Finito il tempo della “informazione” sui farmaci:<strong> l’unica strada è la “comunicazione” sulla salute</strong>. Interattiva, multi direzionale e nella quale l’«esperto» è l’outlier: quello che “vive” le cose, non che sostiene di conoscerle.</p>
<p>Nato con l’EBM, il web, anche in questo frangente ne favorisce la crescita invitando a prestare maggiore attenzione a quel “gradino” della medicina basata sulle prove troppe volte dimenticato: l’importanza primaria del valore che ciascuna persona assegna ai diversi elementi che definiscono il proprio benessere o malattia. Grazie al web tornano in gioco le biografie – di malati ma anche di medici, infermieri, dirigenti &#8211; , contaminando in maniera feconda il dato biologico esito della clinica e della ricerca.</p>
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		<title>Internet in (cattiva) salute</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 15:15:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non perde occasione, Tim Berners Lee, per ricordare che lui, il web, l’aveva messo su per “far lavorare insieme la gente”. Difficile ritrovare questa intenzione iniziale nei due libri che ho appena letto. La ricostruzione su Sanità e web di Walter Gatti è ampia e originale: la storia di internet nei suoi rapporti con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non perde occasione, Tim Berners Lee, per ricordare che lui, il web, l’aveva messo su per “far lavorare insieme la gente”. Difficile ritrovare questa intenzione iniziale nei due libri che ho appena letto.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/ipad_iphone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2134" title="ipad_iphone" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/ipad_iphone-300x199.jpg" alt="" width="178" height="118" /></a>La ricostruzione su <em>Sanità e web</em> di Walter Gatti è ampia e originale: la storia di internet nei suoi rapporti con la sanità italiana è tracciata attraverso molte interviste, che talvolta hanno il sapore di conversazioni confidenziali. Quella di Eugenio Santoro, invece, è una panoramica più sistematica; non a caso la scansione del libro è “per generi” tecnologici. Più italiano il libro di Gatti. Più internazionale quello di Santoro. Neanche il più distratto dei lettori potrà uscire da queste pagine senza essersi fatto un’idea: ma quale? Un quadro così articolato si presta alle conclusioni più diverse. Ecco alcune possibili chiavi di lettura.</p>
<ul>
<li>Medicina e web: l&#8217;Italia non sconta ritardi: dal 1995 alcune importanti realtà istituzionali e soprattutto aziende profit sono su internet. Con poche eccezioni, però, l’urgenza rispondeva all&#8217;obiettivo di “essere sul web”:  <strong>l’assenza di pensiero strategico</strong> e di programmazione ha condizionato l’avvio di molte esperienze; in più di un caso, questo peccato originale non è stato scontato. Sembra impossibile ma c&#8217;è ancora chi vive internet come  &#8220;un male necessario&#8221;.</li>
<li>L’offerta disordinata e il diffuso analfabetismo del personale sanitario hanno indotto un <strong>uso immaturo di </strong><strong>internet</strong>; c&#8217;è poco da fare, ma la sottoscrizione di servizi professionali a pagamento, l’uso del web per progettare e sviluppare progetti di ricerca o per l’e-learning sono ancora poco frequenti.</li>
<li>Aprendo un sito, pochi si sono chiesti “Di cosa ha bisogno chi userà i miei servizi?” Tutti si sono invece domandati: “Che valore aggiunto può dare internet alla mia azienda, società scientifica, ordine professionale?” Nessuno ha capito che un servizio online ha senso solo se <strong>migliora la qualità della vita professionale</strong> (e di conseguenza anche quella personale). Il primo risultato è che il web non solo non ha aiutato come avrebbe potuto l’organizzazione del lavoro degli operatori, ma qualcuno lo vive addirittura come una complicazione.</li>
<li>Il secondo effetto di questo approccio è <strong>la povertà di investimenti non dettati dall’industria farmaceutica</strong>; tra le poche eccezioni, la straordinaria stagione di in-formazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco, non a caso bruscamente interrotta. Sul libro di Gatti, Roberto Turno, del <em>Sole 24 Ore</em>, scrive giustamente di “editori che non sanno vivere della propria capacità informativa e devono dipendere da finanziamenti delle imprese” farmaceutiche che a loro volta “disperdono potenzialità informative ed economiche”.</li>
</ul>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Santoro_Copertina.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2120" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Santoro_Copertina" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Santoro_Copertina.jpg" alt="" width="125" height="190" /></a>Il libro di Gatti è prezioso per il medico e il farmacista che avranno la pazienza di leggere tra le righe chi e come lo vuole fregare: tracciandone i comportamenti di navigazione, precisando il suo profilo in maniera sempre più accurata e vendendolo all&#8217;industria nei modi più vari, coinvolgendolo in finte survey (retribuite&#8230;) al solo scopo di promuovere i farmaci cosiddetti “maturi” che non giustificano più le visite degli informatori farmaceutici.</p>
<p>Purtroppo, una vera “rete” è di là da venire e il web è ancora visto per lo più come una biblioteca: fa rabbia che, a distanza di tanti anni, i libri stiano ancora tutti per terra come diceva John Allen Paulos.</p>
<p>La sensazione (la speranza?) è che queste cianfrusaglie digitali possano presto essere rese  marginali dalle reti spontanee che strumenti come Facebook e Twitter possono aiutare a far crescere. Con buona pace dei siti di prodotto dai nomi improbabili o delle superflue vetrine di associazioni, enti e ordini professionali. Gatti è prudente e non a caso dà spazio alle opinioni di chi, come Nicholas Carr o Gordana Kalan Zivec, enfatizzano i rischi più dei pregi del web.</p>
<p>Ho il sospetto, piuttosto, che i danni non siano causati dai social network ma dall&#8217;informazione a senso unico e non trasparente; e a questo riguardo i principali cattivi maestri alloggiano nelle redazioni dei giornali tradizionali.</p>
<p>Due libri utili, da leggere e su cui riflettere: uno a tracciare i meridiani, l’altro i paralleli di <strong>una geografia della medicina su internet</strong>, ancora in cattiva salute.</p>
<p>Gatti W. Sanità e web. Come Internet ha cambiato il modo di essere medico e malato in Italia. Milano: Springer, 2011. 326 pagine. Euro 26,00</p>
<p>Santoro E. Web 2.0 e social media in medicina. Come social network, wiki e blog trasformano la comunicazione, l’assistenza e la formazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2011. 360 pagine. Euro 25,00. <a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=564">Vuoi leggerlo?</a></p>
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		<title>La direzione la indica l&#8217;angelo</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 11:50:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Troppa realtà: c’è da diventare matti”. Questo tweet di Humair Haque mi ha accolto al ritorno dall’incontro sul rapporto tra internet e gli adolescenti. “Too much reality will drive anyone insane”: era la sensazione che provavo dopo una mattina ad ascoltare racconti e punti di vista di ragazzi, genitori, insegnanti, tecnici scolastici. Testimonianze che tracciavano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Troppa realtà: c’è da diventare matti”. Questo <em>tweet</em> di Humair Haque mi ha accolto al ritorno dall’incontro sul rapporto tra internet e gli adolescenti. “Too much reality will drive anyone insane”: era la sensazione che provavo dopo una mattina ad ascoltare racconti e punti di vista di ragazzi, genitori, insegnanti, tecnici scolastici. Testimonianze che tracciavano un quadro inquietante, fatto di ragazzi preda – o comunque assai vicini – alla dipendenza da internet e di adulti spesso terribilmente preoccupati.</p>
<p>“Stati generali della Pediatria”, dedicati ad un argomento meno drammatico di quelli che forse potrebbero motivare una convocazione così solenne; certamente meno preoccupante dei <a href="http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/Single?id_press=413&amp;year=2011">problemi vissuti da troppi bambini</a> anche nel nostro Paese, territorio di un’infanzia alla quale non riusciamo ancora a garantire pasti adeguati.</p>
<p>Quasi cinquecento rag<a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Convegno-di-Udine-_2_.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2107" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Convegno di Udine _2_" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Convegno-di-Udine-_2_.jpg" alt="" width="150" height="97" /></a>azzi ad ascoltare il sindaco di Udine, Furio Honsell, e Alessandro Ventura, direttore della Clinica pediatrica di Trieste, registi – insieme a Bruno Sacher, direttore della Pediatria dell’ospedale di San Daniele del Friuli – di una mattina fatta essenzialmente di opinioni. Credo sia la prima “evidenza” di cui tener conto: qualsiasi giudizio non può che basarsi su impressioni, emozioni, sensazioni. I dati di cui disponiamo sono fragili e difficilmente attendibili. Una delle poche revisioni sistematiche sulla internet addiction dimostra che gli studi condotti sino ad oggi poggiano sulle sabbie mobili di definizioni di patologia non condivise e di metodologie di ricerca inaffidabili, al punto che gli autori avvisano: “The extent and severity of these problems may be somewhat overstimated” (King, 2011).</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Convegno_di_Udine_31.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2110" title="Convegno_di_Udine_3" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Convegno_di_Udine_31-300x201.jpg" alt="" width="150" height="100" /></a>Le critiche alla Rete potrebbero derivare dal pregiudizio negativo che non di rado condiziona l’approccio all’innovazione che, come riteneva Nicola Negroponte, “è ciò che nessun padre vorrebbe dai propri figli”. Oppure, sostengono i più maliziosi, dalla necessità di inventarsi qualche nuova malattia capace di portare un po’ di denaro nelle casse degli ambulatori di psichiatria convenzionati col Servizio sanitario. Non ci sarebbe di che stupirsi, considerato cosa è accaduto alla timidezza contrabbandata per “fobia sociale” e all’irrequietezza di molti bambini, amplificata al punto di trasformarsi in un disturbo da trattare energicamente. “New diagnoses are as dangerous as new drugs”: parola di <a href="http://www.bmj.com/content/342/bmj.d2974.long">Allen Frances</a>, già coordinatore del panel per la preparazione del DSM IV.</p>
<p>La Società Italiana di Pediatria invita genitori e insegnanti ad aiutare i ragazzi a usare meglio internet anche se, con una buona dose di realismo, ammette che molto spesso i genitori “sono meno capaci dei propri figli a navigare su web”. Non mi sembra probabile che un adolescente accetti di farsi guidare da un adulto nell’uso di internet. Piuttosto, sarebbe divertente ribaltare la prospettiva, pensando a…</p>
<ul>
<li>corsi autogestiti dai ragazzi e rivolti a genitori e insegnanti per far loro capire a che può servire internet</li>
<li>costruire pagine Facebook per dare continuità ai consigli di classe o di istituto, favorendo lo scambio tra genitori, studenti e insegnanti</li>
<li>creare “canali” su YouTube per raccogliere video utili alla didattica  per ospitare video fatti dai ragazzi dentro o fuori scuola o in occasione di gite scolastiche</li>
<li>usare <a href="http://www.slideshare.net/">Slideshare </a>per creare una sorta di &#8220;spazio di condivisione&#8221; di &#8220;lezioni&#8221; che vada oltre il confine del singolo istituto.</li>
</ul>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Angelo_Udine.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2108" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Angelo_Udine" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Angelo_Udine.jpg" alt="" width="150" height="100" /></a>Sono solo esempi, ma se un ragazzo sa che è possibile un diverso uso del web è molto probabile che trovi nuovi stimoli e passioni, passando dallo “stare connesso” all’essere in rete. Alla fine di una giornata molto bella, guidato da Bruno Sacher per le vie di Udine, la sintesi la offre l&#8217;angelo d&#8217;oro che &#8211; più che vigilare &#8211; tiene desta la città. Dall&#8217;alto della collina, indica la direzione del vento: è importante e utile seguirla, sfruttare la brezza per procedere avanti. E&#8217; così importante  non disincentivare la spinta alla condivisione che viene da internet. Ancora: non smarrirsi nelle informazioni e far crescere lo spirito critico.</p>
<p>E, soprattutto, ritrovare la disponibilità a scandalizzarsi e a desiderare un mondo in cui tutti i ragazzi possano non soltanto usare la rete con intelligenza, ma anche mangiare in maniera adeguata.</p>
<p>Fonte: King DL, et al. Assessing clinical trials of Internet addiction treatment: A systematic review and CONSORT evaluation. Clinical Psychology Review 31 (2011) 1110–1116.</p>
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		<title>iPhone e Moleskine tra accountability e responsabilità</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 18:13:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riusciremo a difenderci dagli amici di Facebok quando tutti prenderanno l&#8217;abitudine di &#8220;Caricare dal cellulare&#8221;&#8216;? Incubo: feste di ragazzini, esplosioni di gioia in curva sud, occhi di fidanzate. Gattini: tantissimi. Panorami, palazzi, concerti, faraglioni, monti, scogli, alberi abbattuti a Vignola, piccole trofiette con la loro riduzione di pesto gentile della riviera di Ponente. Di più. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riusciremo a difenderci dagli amici di Facebok quando tutti prenderanno l&#8217;abitudine di &#8220;Caricare dal cellulare&#8221;&#8216;?</p>
<p>Incubo: feste di ragazzini, esplosioni di gioia in curva sud, occhi di fidanzate. Gattini: tantissimi. Panorami, palazzi, concerti, faraglioni, monti, scogli, alberi abbattuti a Vignola, <strong>piccole trofiette con la loro riduzione di pesto gentile della riviera di Ponente</strong>. Di più.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/moleskine_barcelona.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2091" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="moleskine_barcelona" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/moleskine_barcelona.jpg" alt="" width="210" height="144" /></a>Più si diffondono gli smartphone più diventa frequente il lifelogging: la registrazione compulsiva di ciò che facciamo. La vita in diretta. <strong>Tutto io minuto per minuto</strong>. Esiste un&#8217;app per iPhone che scatta in automatico una foto ogni 30 secondi. La tua memoria potenziata. O sostituita. Chi perde la memoria per trauma o decadimento cognitivo ha nella costanza del registrare un alleato prezioso. Per molti invece ha tutta l&#8217;aria di <strong>una condanna reciprocamente inflitta</strong>. Spesso comminata a sé stessi, per l&#8217;obbligo di ricordare ciò che volevamo dimenticare. Gli irriducibili del lifelogging usano software specifici: te lo dico a patto che non lo scarichi (<em>Evernote</em>). Tutti, professionisti e amateurs, della registrazione sanno di poter contare sulle funzioni di GMail o di Calendar: sicuro che non ti scordi nulla.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/moleskine-art-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2092" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="moleskine-art-1" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/moleskine-art-1.jpg" alt="" width="206" height="154" /></a>Per tornare al &#8220;caricamento da cellulare&#8221; il problema si aggrava con la smania di condividere, di segnalare che &#8220;io c&#8217;ero&#8221;. Con l&#8217;insopprimibile desiderio di salutare gli amici del calcetto. <strong>La nostra vita è digitalizzata per gli altri</strong>: e a noi cosa resta? Disabituati all&#8217;esercizio della memoria, resta la Moleskine. Molto più adatta per prender nota diversa dal &#8220;ricordati di comprare le mutande&#8221;, ha scritto <a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2011/oct/12/take-care-your-little-notebook/">Charles Simic</a> nel suo blog sulla <em>New York Review of Books</em>. &#8220;Writing a word out, letter by letter, is a more self-conscious process and one more likely to inspire further revisions and elaborations of that thought&#8221;.</p>
<p>La traccia condivisa col device rende <em>&#8220;accountable&#8221;</em>, pubblicamente responsabili: vale per il ragazzo che manda le foto nel mezzo degli scontri alla manifestazione e per il chirurgo che comunica nel corso della giornata. Le parole disegni pensieri scritti sul taccuino vengono prima, momenti di personale responsabilità, segni privati, segnali di riflessione intima. Da partecipare forse, quando e come sceglieremo.</p>
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		<title>Chi ricerca usa Twitter più Facebook</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Aug 2011 10:42:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Su Repubblica del 13 agosto Maurizio Ferraris scrive sulle &#8220;comunità documentali&#8221;: Facebook è l&#8217;emozione e Twitter la ragione. L&#8217;urgenza di semplificare aumenta col caldo agostano? Uno studio del Charleston Observatory, Social media and research workflow  (University College of London e Emerald, dicembre 2010) ci dice qualcosa in più di come gli strumenti del social web sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/the-social-network-movie-main.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1950" title="the-social-network-movie-main" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/the-social-network-movie-main-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>Su <em>Repubblica</em> del 13 agosto Maurizio Ferraris scrive sulle &#8220;comunità documentali&#8221;: Facebook è l&#8217;emozione e Twitter la ragione. L&#8217;urgenza di semplificare aumenta col caldo agostano?</p>
<p>Uno studio del Charleston Observatory, <a href="www.ucl.ac.uk/infostudies/research/ciber/social-media-report.pdf"><strong>Social media and research workflow</strong>  </a>(University College of London e Emerald, dicembre 2010) ci dice qualcosa in più di come gli strumenti del social web sono usati da chi fa ricerca (comprende anche l&#8217;ambito sanitario, clinico e sperimentale):</p>
<ul>
<li>le funzionalità collaborative hanno preso piede nell&#8217;ambiente accademico di quasi tutte le discipline;</li>
<li>l&#8217;uso non dipende dall&#8217;età ma dalla maggiore/minore disponibilità/curiosità per l&#8217;innovazione;</li>
<li>le persone più lente a cambiare usano prima strumenti più vicini a quelli tradizionali, come Skype, Google Docs o Google Calendar;</li>
<li>gli &#8220;early adopters&#8221; (vedi la classica figura di Rogers) scelgono i blog, i social network e i microblogging.</li>
</ul>
<p>Insomma: <strong>chi usa Twitter è molto spesso la stessa persona che usa Facebook</strong> e che ha un blog. Quindi, Ferraris, come la mettiamo? I diversi strumenti soddisfano le differenti facce della nostra personalità, narcisista e razionale? Può darsi.</p>
<p><img class="alignleft" title="Italo Calvino " src="http://www.wuz.it/mm/102/00006089_b.jpg" alt="" width="92" height="115" />Ma può anche essere che Facebook, Twitter &#8211; come anche YouTube o Flickr &#8211; siano ciò che serviva per <strong>tornare a raccontarsi</strong>. E anche la ricerca o, in generale, il proprio lavoro può essere oggetto di narrazione. Così si concludevano le <em>Lezioni americane</em> di Italo Calvino: &#8220;Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d&#8217;esperienze, d&#8217;informazioni, di letture, d&#8217;immaginazioni? Ogni vita è un&#8217;enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, <strong>un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato</strong> e riordinato in tutti i modi possibili&#8221;. Quindi, anche con Twitter e Facebook, no?</p>
<p>Piuttosto, ciò che sembra più difficile è uscire dalla prospettiva dell&#8217;io individuale, portando queste comunità documentali &#8220;al di fuori del self&#8221;, per usare di nuovo un&#8217;espressione cara a Calvino&#8230;</p>
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		<title>Il valore di un &#8220;I like&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jun 2011 18:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Facebook ha fatto un sacco di cose che ammiro&#8221; e forse avrei potuto fare di più per contrastare facebook sul terreno del social web. Le parole di Eric Schmidt, ex CEO di Google, all&#8217;apertura di All Things Digital non sono passate inosservate. Ogni giorno, Google introduce nuove funzionalità per rendere più sociale l&#8217;uso dei suoi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/06/Timbri-I-Like.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-1764" title="Timbri I Like" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/06/Timbri-I-Like.bmp" alt="" width="143" height="93" /></a>&#8220;Facebook ha fatto un sacco di cose che ammiro&#8221; e forse avrei potuto fare di più per contrastare facebook sul terreno del social web. Le <a href="http://online.wsj.com/article/BT-CO-20110531-717699.html">parole </a>di Eric Schmidt, ex CEO di Google, all&#8217;apertura di <a href="http://allthingsd.com/tag/eric-schmidt/">All Things Digital </a>non sono passate inosservate.</p>
<p>Ogni giorno, Google introduce nuove funzionalità per rendere più sociale l&#8217;uso dei suoi prodotti; basti pensare a una delle ultime novità: il cosiddetto &#8220;bottone <a href="http://www.google.com/+1/button/">+1</a>&#8220;. Ma si tratta, ancora, di singoli fotogrammi di una rincorsa destinata per ora a restare tale, perché il vantaggio di facebook è strategico. Sebbene ogni <em>search </em>che facciamo permetta a G di capitalizzare (pare) circa 57 diversi indicatori del nostro profilo, Google memorizza ciò che potrebbe piacerci, mentre facebook ricorda quello che amiamo.</p>
<p><strong>Da una parte, &#8220;raw data&#8221;. Dall&#8217;altra, information</strong>, direbbero i guru del knowledge management, perché il percorso dal dato alla sapere dipende direttamente dal confronto tra pari.</p>
<p>C&#8217;è poco da fare: le seconde (le informazioni) valgono molto più dei primi (i dati). Qualsiasi cosa, oggi, per avere valore deve scaturire dalla condivisione. Deve essere proposta, valutata, giudicata insieme. Il &#8220;dato grezzo&#8221; devi metterlo alla prova per &#8220;apprezzarlo&#8221;: l&#8217;impressione è che questa &#8220;regola&#8221; valga sia per la convalida del risultato di una ricerca sia per il successo di un &#8230;candidato sindaco.</p>
<p>E <strong>il valore aggiunto è in un &#8220;I like&#8221; condiviso</strong>.</p>
<p>Google lo ha capito da tempo. In campo scientifico dovrebbero accettarlo anche istituzioni come la National Library of Medicine se non vogliono che Medline perda la guerra contro i database della Thomson o la Faculty of 1000&#8230; Un elenco di dati (tali sono i record bibliografici) in ordine di pubblicazione  è un risultato poco utile per la clinica e di modesto rilievo anche per la ricerca. La funzionalità di<strong> Scholar &#8220;Cited by&#8221; è già un&#8217;opportunità più importante </strong>per l&#8217;utente.</p>
<p>Ha successo ciò che nasce dalla partecipazione; non più della &#8220;crowd&#8221;, ma di comunità coese e di dimensioni più ridotte.</p>
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		<title>Aiuto, il multitasking!</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 16:09:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Piers e Bronte sono i due fratelli americani protagonisti di un articolo del Time che 5 anni fa lanciava l&#8217;allarme sul &#8220;pericolo multitasking&#8221;: ragazzini e adolescenti fanno troppe cose tutte insieme e, oltre a farle male, gli va il cervello in pappa. Almeno, così sostiene qualcuno. E&#8217; una questione intrigante e, per farsi un&#8217;idea, conviene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/03/Multitasking.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1549" title="Multitasking" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/03/Multitasking-150x150.jpg" alt="" width="146" height="146" /></a>Piers e Bronte sono i due fratelli americani protagonisti di un articolo del <a href="http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1174696,00.html">Time </a>che 5 anni fa lanciava l&#8217;allarme sul &#8220;pericolo multitasking&#8221;: ragazzini e adolescenti fanno troppe cose tutte insieme e, oltre a farle male, gli va il cervello in pappa. Almeno, così sostiene qualcuno.</p>
<p>E&#8217; una questione intrigante e, per farsi un&#8217;idea, conviene studiare quello che parecchi ricercatori hanno prodotto negli ultimi anni. Non si può dimenticare però che, da quando mondo è mondo, i ragazzini hanno fatto più cose contemporaneamente: alle elementari, facevo i compiti con la tivvù accesa e la testa alle figurine dei calciatori (quando non sbucciavo piselli in cucina) e al liceo &#8230; <em>non</em> facevo i compiti ascoltando Cat Stevens e preparando volantini per lo sciopero del giorno dopo. Gli adulti non sono da meno; diversi studi, &#8220;vecchi&#8221; di 10 anni, confermano che il 95 per cento della popolazione &#8220;multitaska&#8221; almeno in una fase della giornata o per circa 8 ore al giorno (Kenyon, 2010): il lavoro domestico si aggiunge alla cura dei figli, il telefono ad internet, la televisione all&#8217;ascolto della musica. Che c&#8217;entra? penserà qualcuno sostenendo siano cose diverse. Invece c&#8217;entra: 1) non è detto che il cervello dei nostri figli non sia preparato al multitasking; 2) bisogna intendersi su cosa intendiamo con &#8220;multitasking&#8221;; 3) è probabile che qualcuno che se la prende col multitasking in realtà sia preoccupato per altro.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo sospetto me l&#8217;ha confermato l&#8217;editoriale di Giorgio Tamburlini su <a href="http://www.medicoebambino.com/">Medico e bambino</a>: <em>Sei connesso?</em> Parla di &#8220;mutazione antropologica&#8221; che avrebbe prodotto nuove generazioni &#8220;diverse dalla nostra&#8221;  (magari). &#8220;Si comunica quando si è a scuola, quando si studia, quando si guarda la TV e quando si è a tavola&#8221;. Di nuovo: magari. E ancora: &#8220;ci si lancia sui PC per chattare. In un internet caffè, in treno e perfino in biblioteca, se si butta l&#8217;occhio su cosa stanno facendo centinaia di ragazzini la risposta è: Facebok o telefonino, o entrambi&#8221;.</p>
<p>Non conosco gli internet caffè friulani: mi sorprenderebbe fossero frequentati da &#8220;centinaia di ragazzini&#8221; ma, se anche fosse vero, vogliamo stupirci che un cliente di un internet caffè (più o meno cresciuto) stia su Facebook? Cosa dovrebbe fare, leggere Leopardi? Ancora: da utente gold delle Ferrovie italiane sono certo di una cosa: è praticamente impossibile stare su web viaggiando in treno salvo che nei benedetti dieci minuti di sosta a Santa Maria Novella; anche la wireless di Trentalia è un miraggio. Giorgio: dove li hai visti centinaia di ragazzini sul treno che stanno su Facebook?</p>
<p>Non potendo credere che ciò che preoccupa sia &#8220;la comunicazione totale&#8221; (che GT arriva a definire &#8220;una sorta di pornografia della comunicazione&#8221;) ho il sospetto che il timore sia piuttosto &#8221;<strong>la connessione quasi perenne con un universo virtuale</strong>&#8221; che riduce i momenti di silenzio e di riflessione. Non avendo nei paraggi Piers e Bronte, ho chiesto a Rebecca (17) e Celeste (14) che ne pensassero dell&#8217;articolo. Risposta: <strong>solo chi non sta su Facebook può pensarlo come qualcosa di virtuale</strong>; FBK sono i miei amici, soprattutto quelli che vivono a Genova e a Milano, i compagni di scuola e il &#8221;gruppo&#8221; dove ciascuno posta i propri dubbi e le incertezze sui compiti a casa&#8230;</p>
<p>&#8220;Telefonini e social network (&#8230;) entrano come un virus nelle attività quotidiane&#8221;, scrive GT. Telefoni mobili e reti  non &#8220;entrano&#8221; ma <em>sono</em> parte del mondo reale, che è fatto da gente che parla e da gente che sta in silenzio, che sta sola o è connessa e, soprattutto, da gente ricca e da persone povere. Q<strong>ui sta il punto: nella ricchezza materiale e culturale delle famiglie dei bambini e degli adolescenti.</strong></p>
<p>La tecnologia può avere sui bambini effetti positivi o negativi (Bavelier, 2010) ma soprattutto &#8211; come scrive Kevin Kelly nel suo bellissimo libro &#8211; ci dà &#8220;la possibilità di scoprire chi siamo e soprattutto chi potremo essere&#8221;. E non c&#8217;è niente di peggio di scoprire di essere poveri e di avere un futuro poco felice: si finisce davvero a fare i solitari al cellulare o a giocare col Gameboy.</p>
<p>Tamburlini G. Sei connesso? Medico e Bambino 2011;2:76-7.</p>
<p>Kenyon S. What do we mean by multitasking? Exploring the need for methodological clarification in time use research. Int J Time Use Res 2010;1:42-60.</p>
<p>Patriarca A, et al. Use of television, videogames, and computer among children and adolescents in Italy. BMC Puclic Health 2009;9:139. doi:10.10.1186/1471-2458-9-139</p>
<p>Bavelier D, et al. Children, wired: for better and for worse. Neuron 2010;67:692-701.</p>
<p>Kelly K. Quello che vuole la tecnologia. Torino: Codice Edizioni, 2011.</p>
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		<title>Facebook non è lo spinterogeno: dillo al NEJM</title>
		<link>http://dottprof.com/2010/12/facebook-new-england-e-lo-spinterogeno/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 15:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trecentocinquantamilioni di utenti di Facebook e Twitter: può mancare l&#8217;industria farmaceutica dai social network? Se lo chiede il New England Journal of Medicine nel commento Pharmaceutical marketing and the new social media. Caspita quanto sono preoccupati i due autori, Jeremy A. Green e Aaron S. Kesselheim. Il modo in cui i due docenti del dipartimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/12/Londra-2009-051.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1355" title="Londra 2009 051" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/12/Londra-2009-051-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Trecentocinquantamilioni di utenti di Facebook e Twitter: può mancare l&#8217;industria farmaceutica dai social network? Se lo chiede il <em>New England Journal of Medicine</em> nel commento <a href="http://www.nejm.org/doi/pdf/10.1056/NEJMp1004986">Pharmaceutical marketing and the new social media</a>. Caspita quanto sono preoccupati i due autori, Jeremy A. Green e Aaron S. Kesselheim. Il modo in cui i due docenti del dipartimento di Farmacoepidemiologia e Farmacoeconomia della Harvard School of Medicine si accostano all&#8217;argomento mi fa venire in mente quando, ogni volta che mi sembra che la mia macchina abbia un problema, mi viene da pensare &#8220;mi sa che è lo spinterogeno&#8221;. Era l&#8217;unica cosa che sapevo riconoscere sotto il cofano della mia Seicento e mi aspetto che, toccandolo in un certo modo, tutto possa risolversi. Chi è disposto a spiegare a Green e Kesselheim che la Seicento non la fanno più e anche di spinterogeni in giro non ce ne sono più molti?</p>
<p>L&#8217;articolo entra nel merito degli aspetti regolatori della comunicazione farmaceutica, dal Pure Food and Drug Act del 1906 all&#8217;introduzione del &#8220;brief summary of risks&#8221; che dal 1985 deve accompagnare qualsiasi informazione sui medicinali provenga dalle industrie verso i consumatori. L&#8217;articolo tocca vertici di inaspettata comicità quando arriva a richiedere che una dichiarazione dei conflitti di interesse accompagni i post su Facebook e su Twitter.</p>
<p>Già adesso, l&#8217;industria farmaceutica (ma anche alimentare, turistica, dello spettacolo) non ha bisogno di &#8220;andare sui social network&#8221;; già il verbo di moto fa trasparire una distorsione di fondo: chi pensa che Big Pharma possa &#8220;colonizzare&#8221; Facebook parte da un&#8217;ottica di migrante digitale, non di natural born digital.  <strong><em>L&#8217;industria</em></strong> <em><strong>è nei social network</strong></em> perché è fatta di persone (product manager, informatori scientifici, medici, dirigenti) che <strong><em>sono i social network</em></strong>.</p>
<p>Forse, la lettura di Clay Shirky (<em>Cognitive surplus</em>) avrebbe potuto aiutare Green e Kesselheim&#8230; &#8220;This is the paradox of revolution. The bigger the opportunity offered by new tools, the less completely anyone can extrapolate the future from the previous shape of society. So it is today. The communication tools we now have, which a mere decade ago seemed to offer an improvement to the twentieth-century media landscape, are now seen to be rapidly eroding it instead. A society where everyone has some kind of access to the public sphere is a different kind of society than one where citizen approach media as mere consumers&#8221;. In sostanza: è tutto cambiato e credere che strumenti che andavano bene (?) in una situazione diversa possano rivelarsi utili anche oggi è un&#8217;ingenua illusione.</p>
<p>Infine: tornando allo spinterogeno, qualcuno si fiderebbe a leggere cosa ne penso io delle centraline elettroniche digitali? Non credo, anche perché sarebbe l&#8217;opinione di qualcuno che ha visto un motore per l&#8217;ultima volta venti anni fa. Un po&#8217; come di due autori dell&#8217;articolo: provate a cercarli su Facebook e su Twitter e vedrete che dinamismo&#8230;</p>
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		<title>Al medico non piace il social web?</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Oct 2010 14:44:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul Lancet di questa settimana c&#8217;è la recensione di The Social Network, il film che racconta la nascita di Facebook. Poche righe e molto banali, che &#8211; dopo aver ricordato che persino (addirittura!) il New England e &#8220;questo giornale&#8221; sono su Facebook &#8211; sostiene che  &#8221;The Social Network reminds us that the need to feel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/11/the-social-network-movie-main.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1287" title="the-social-network-movie-main" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/11/the-social-network-movie-main-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Sul <em>Lancet</em> di questa settimana c&#8217;è la <a href="http://http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2810%2961980-0/fulltext?elsca1=TL-291010&amp;elsca2=email&amp;elsca3=segment">recensione </a>di <em><a href="http://www.youtube.com/watch?gl=IT&amp;v=lB95KLmpLR4">The Social Network</a></em>, il film che racconta la nascita di Facebook. Poche righe e molto banali, che &#8211; dopo aver ricordato che <span style="text-decoration: underline;">persino</span> (addirittura!) il New England e &#8220;questo giornale&#8221; sono su Facebook &#8211; sostiene che  &#8221;<em>The Social Network</em> reminds us that the need to feel connected in the way that Facebook provides can be both a manifestation of our own insularity and a threat to those few connections that run more deeply.&#8221; Punto.</p>
<p>Punto? Neanche una parola sull&#8217;importanza del social web per medici e ricercatori. Meno male che qualcuno sveglio ha scelto di &#8220;essere dentro&#8221; Facebook (per esempio il gruppo della rivista pediatrica <a href="http://www.facebook.com/#!/medicoebambino">Medico e Bambino</a>) e soprattutto che c&#8217;è chi pensa sia una novità straordinaria, qualcosa che ha cambiato anche il modo di usare la Rete; come ha scritto Richard P. Grant sul blog di <em>The Scientist</em> il 24 ottobre: &#8220;Nel mondo di internet la parola più importante non è ‘search’. È ‘share’.” Proviamo a pensare <em>tout court</em> a questa frase non come se fosse riferita al &#8220;cercare in rete&#8221; ma all&#8217;attività di ricerca sperimentale e clinica: <strong>la</strong> <strong>cosa più importante non è cercare ma condividere</strong>. Qui sì che si potrebbe mettere il punto.</p>
<p>E capiremmo anche perché a medici e ricercatori il social web piace così poco.</p>
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		<title>Farma-Facebook a senso unico?</title>
		<link>http://dottprof.com/2009/05/farma-facebook-a-senso-unico/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 14:02:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pare (ma non è sicuro) che quando fu inventato il telefono le prime a rendersi conto delle potenzialità di marketing del nuovo strumento furono le industrie farmaceutiche. In particolare, una tra le più conosciute e apprezzate per la propria integrità avviò un&#8217;intensa campagna di contatti con gli utenti di questa strana diavoleria: la cornetta nera. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/06/take-a-step-against-cc.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-494" title="take-a-step-against-cc" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/06/take-a-step-against-cc-150x150.jpg" alt="take-a-step-against-cc" width="120" height="120" /></a>Pare (ma non è sicuro) che quando fu inventato il telefono le prime a rendersi conto delle potenzialità di marketing del nuovo strumento furono le industrie farmaceutiche. In particolare, una tra le più conosciute e apprezzate per la propria integrità avviò un&#8217;intensa campagna di contatti con gli utenti di questa strana diavoleria: la cornetta nera. Dalla azienda chiamavano e inondavano chi rispondeva con un torrente di parole. Appena l&#8217;altro provava a rispondere, mettevano giù.</p>
<p>Forte di questa esperienza, la stessa azienda (pare, ma è praticamente sicuro) a distanza di diversi decenni ha deciso di cimentarsi in un&#8217;analoga sperimentazione con il web sociale; precisamente, con Facebook. Ha aperto il profilo <a href="http://www.facebook.com/takeastepagainstcervicalcancer?v=wall&amp;viewas=0#/takeastepagainstcervicalcancer?v=wall&amp;viewas=0">Take a step against cervical cancer</a> che, in poche settimane e sotto l&#8217;effetto di uno straordinario battage pubblicitario, ha superato i 105 mila fan. Centocinquemila, capito?</p>
<p>E&#8217; l&#8217;ennesima conferma della capacità delle industrie produttrice di medicinali e vaccini di guidare l&#8217;innovazione. Non paga della propria originalità, l&#8217;azienda ha voluto strafare, innovando l&#8217;innovazione: al contrario di qualsivoglia spazio del web sociale, Take a step non permette agli utenti di postare commenti. Il web sociale prossimo venturo pare sia davvero così: monodirezionale. Io scrivo, tu leggi.</p>
<p>Del resto: vogliamo mica rischiare che qualcuno avanzi pubblicamente qualche riserva sul vaccino in questione, non è vero? Qualche dubbio sulla conduzione delle fasi di sperimentazione pre-registrazione? Perplessità su possibili effetti indesiderati ancora non venuti alla luce?</p>
<p>Pare (e anche in questo caso è quasi sicuro) che la scelta dell&#8217;azienda sia dettata dalla volontà di impedire che, all&#8217;interno del sito, possano trovare spazio anche informazioni non attendibili o fuorvianti. Infatti, pare che in questi casi la FDA sia davvero molto severa&#8230;</p>
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