Le riviste scientifiche: vecchie e potenti

Grande entusiasmo a Boston. Meno ottimismo di quanto non abbia manifestato il direttore del New England Journal of Medicine, Jeffrey Drazen, è quello che si respira a 137 miglia di distanza, alla Yale University. Harlan M. Krumholz, direttore di Circulation Cardiovascular Quality and Outcomes, propone una prospettiva radicalmente diversa in un articolo dal titolo emblematico …

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Abbiamo paura dei libri

In treno, il caffè è un miraggio. Raggiungere la carrozza bar partendo dal decimo vagone al quale è sistematicamente assegnato chi, per raggiungere Milano, parte da Roma (o sarà semplicemente un dispetto personale una volta riconosciuto il mio codice Trenitalia?) è un’impresa. Occorre superare i bauli, pulitori, bambini, controllori: un viaggio nel viaggio. Per fare qualcosa, conti: …

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Ci vuole YouPorn per la ricerca scientifica

Playboy ha deciso di non pubblicare più fotografie di donne completamente nude. E’ la risposta ad una grave crisi di lettori: erano 5,6 milioni nel 1975 e oggi sono solo 800 mila. I maschietti che mancano sono davanti al computer o al cellulare dove l’offerta non manca ed è pure gratuita. Non pubblicare nudo integrale …

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Perché non fidarsi del medico che scrive troppo

Mamma mia, quanto si scrive di diabete. Dal 1993 al 2013 il numero di articoli sulle terapie ipoglicemizzanti è aumentato costantemente: nel 1993 uscirono 22 lavori e venti anni dopo 566. Nel complesso, la mole di letteratura è aumentata di 20 volte e con maggiore intensità dopo il 2001. In questa considerevole produzione, (…)  110 firme …

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Cinque regole su etica e social media

Quando erano piccole, non era facile per le mie figlie spiegare che lavoro facesse il papà: stampa libri? No. Allora, li rilega? Neanche. Li scrive? Figurati. Libraio? No, no. E’ giornalista? Manco per idea. Ora è tutto più semplice, perché Rebecca e Celeste sono editori anche loro. Leggono o scrivono o fotografano qualcosa, pensano di …

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Quali regali dell’industria al medico?

L’innovazione è ciò che ti cambia la vita in meglio. Il progresso è innovazione. La novità non è innovazione. Questa è una ripetizione, ma qualche volta vale la pena. L’innovazione va alimentata, soprattutto quella con cui convivi quotidianamente, tipo quella descritta nel post di parecchi mesi fa [puoi leggerlo qui]. Nel caso specifico, uno dei …

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Conservatori e aggrappati all’impact factor

«Gran parte di ciò che leggiamo sulle riviste non è corretto, ma non posso dire chi lo ha detto». L’apertura dell’editoriale di Richard Horton sul Lancet dell’11 aprile scorso1 è inquietante: ha partecipato ad un incontro del Wellcome Trust alla Chatham House di Londra e ha dovuto rispettare l’obbligo di riservatezza imposto ai partecipanti. È …

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Ricerca e letteratura scientifica: che casino

Un vero casino. Questa la definizione con cui – nella sua relazione al congresso della Associazione Alessandro Liberati Network Italiano Cochrane – John Ioannidis ha sintetizzato la situazione attuale dell’attività di ricerca e della produzione di letteratura scientifica. Il direttore del Meta Research Innovation Center dell’università di Stanford ha offerto una panoramica di straordinario interesse che ha riproposto in ordine logico i risultati di alcune delle principali ricerche da lui coordinate o pubblicate negli ultimi anni da altri ricercatori.

[ti interessa conoscere meglio di cosa si occupa il METRICS diretto da Ioannidis? Segui il link e arriva al sito.]

No registration, no replication, no publication. John Ioannidis

La ricerca clinica sembra orientata alla negazione. A farla breve, ecco i problemi principali. In primo luogo, circa la metà degli studi ha dei limiti metodologici importanti: quesiti di ricerca mal concepiti, risultati non generalizzabili, premesse condizionate da punti di vista soggettivi, progetti avviati senza considerare altri eventuali studi sullo stesso argomento che già siano stati condotti. Secondo, in circa un quinto dei casi lo studio tradisce il protocollo: cambiano in corso d’opera i criteri di eleggibilità dei pazienti e il campione viene “contaminato”. Terzo, i finanziamenti influenzano i risultati degli studi e, in circa il 70 per cento dei casi, non sono dichiarati. Quarto, in circa il 20 per cento dei casi la potenza statistica degli studi non è tale da garantire risultati significativi. Quinto, gli studi non sono riproducibili (in uno studio condotto in ambito oncologico lo era quasi il 90% delle ricerche).

C’è poi l’ampiamente noto problema della non pubblicazione dei risultati degli studi. Circa la metà delle ricerche, infatti, non viene pubblicata, per il veto dei finanziatori, o per una sorta di “pudore” dei ricercatori stessi, o anche per il mancato interesse delle riviste, soprattutto nel caso di studi che producono risultati negativi, vale a dire non favorevoli all’intervento sperimentale studiato. E se l’articolo vede la luce? Ebbene, anche in questo caso i risultati sono spesso mal presentati e i metodi descritti in maniera lacunosa o imperfetta. I contenuti sono presentati in maniera da enfatizzare ciò che si ha interesse a sottolineare, l’abstract non sintetizza fedelmente la ricerca o i comunicati stampa inviati ai media sono preparati in modo da sopravvalutare i risultati ottenuti.

Pubblicato e disseminato, l’articolo è pronto per essere … fatto a fette dagli stessi autori che, a partire da uno stesso dataset di risultati, spesso cedono alla tentazione della pubblicazione duplicata su riviste diverse (la cosiddetta salami science). Se non ci pensano gli autori, lo fanno i loro colleghi: non passa giorno non salti fuori un caso di plagio sulla letteratura internazionale anche “autorevole” o comunque indicizzata…

Il risultato è uno spreco intollerabile di risorse economiche e umane (quasi sempre le due cose coincidono). Ioannidis ha riproposto gli studi di Chalmers e Glasziou e il dossier pubblicato sul Lancet nel gennaio 2014, partendo dai risultati del suo studio del 2005 uscito su PLoS Medicine, Why most published research findings are false. Il quadro dipinto a Torino è desolante e molti dei presenti hanno reagito con incredulità e rassegnazione. Eppure, la possibilità di invertire la rotta esiste, anche se i correttivi metterebbero in discussione le fondamenta del sistema di produzione e condivisione delle conoscenze. In estrema sintesi, sarebbe necessario…

  1. privilegiare la ricerca clinica collaborativa e multicentrica
  2. premiare e fare crescere la “cultura delle riproducibilità” degli studi
  3. registrare ogni ricerca disegnata e avviata in database accessibili pubblicamente
  4. adottare dei metodi statistici … decorosi
  5. standardizzare definizioni e strategie di analisi dei dati
  6. utilizzare dei valori di soglia statistica più appropriati e stringenti
  7. migliorare la qualità del disegno degli studi, il processo di peer review, l’attività di reporting dei metodi e dei dati e la formazione del personale coinvolto nella ricerca.

Più facile a dirsi che a farlo. Per disinnescare una situazione esplosiva, bisognerebbe anche ripensare un sistema che premia molto più la quantità della produzione scientifica che la sua qualità.

Altrimenti, il rischio che il casino aumenti è davvero molto elevato.