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	<title>dottprof.com &#187; documentazione</title>
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	<description>Tecnologia, comunicazione e risorse in medicina: tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere...</description>
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		<title>Pulcini, progetti e tempi della crisi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:13:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando, in una precoce estate di quaranta anni fa, una gallina saltò sulla spalla di Silvio Garattini, intorno al tavolo erano seduti medici e farmacologi (e un editore). La gallina era il pulcino appena cresciuto regalato a Pasqua da genitori già un po&#8217; alternativi che avevano affiancato un dono eccentrico al più tradizionale uovo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, in una precoce estate di quaranta anni fa, una gallina saltò sulla spalla di Silvio Garattini, intorno al tavolo erano seduti medici e farmacologi (e un editore). <strong>La gallina era il pulcino appena cresciuto</strong> regalato a Pasqua da genitori già un po&#8217; alternativi che avevano affiancato un dono eccentrico al più tradizionale uovo di cioccolato. Il tavolo era quello di una casa romana dove, con una certa regolarità, ci si incontrava per immaginare una sanità diversa.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2374" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Taroni Malatesta Bissoni" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Taroni-Malatesta-Bissoni1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Il giovane direttore del Mario Negri non perse la calma, limitandosi ad osservare: “Non sapevo che anche a casa De Fiore ci fosse uno stabulario”. L’episodio della gallina mi tornava in mente ripassando <strong>il libro di Francesco Taroni, <em>Politiche sanitarie in Italia</em></strong>, in viaggio verso la presentazione di venerdì 20 aprile alla libreria COOP di Bologna. Una rilettura resa più facile dall’impostazione scelta dall’autore che ha riconosciuto otto tappe centrali nella storia della sanità del nostro Paese, articolando intorno ad esse le proprie argomentazioni.</p>
<p>Sul sito del Pensiero Scientifico (<a title="Prologo di &quot;Politiche sanitarie in Italia&quot;" href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/pdf/politiche_sanitarie_italia/prologo.pdf" target="_blank">qui</a>, per l&#8217;esattezza) puoi leggere il Prologo al libro; a pagina 5 e 6 quelli che Taroni definisce &#8220;le date&#8221; e &#8220;i momenti&#8221; delle politiche sanitarie italiane.</p>
<p><img class="alignleft  wp-image-2375" style="margin: 10px;" title="Errani Malatesta De Plato" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Errani-Malatesta-De-Plato-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Bella la caotica libreria inventata da Romano Montroni nel vecchio cinema Ambasciatori di Bologna dove, mentre assaggi un culatello, uno sconosciuto ti mette un braccio davanti cercando di prendere un Oscar Mondadori. Belli gli interventi alla presentazione, a iniziare da quello di <strong>Maria Malatesta</strong>, docente di Storia contemporanea all’università di Bologna (nella foto, alla sua sinistra De Plato). Quello di Francesco, dice, è il primo libro di storia della sanità italiana: dettagliato, completo, analitico, come solo un “classico” libro di uno storico. La ricostruzione, in effetti, si basa perlopiù su fonti primarie: dagli atti parlamentari a riviste e giornali d’epoca. Colma un vuoto (per una volta è vero) in una storiografia chiaramente sbilanciata verso la narrazione frammentaria degli stati di salute del popolo della penisola, piuttosto che verso gli assetti politico-istituzionali. Basti pensare ai divertentissimi libri di Carlo M. Cipolla che, sebbene fossero dedicati alla storia sociale di epoche pre-industriali, hanno per molti aspetti suggerito un approccio “microstorico” alle questioni riguardanti la salute; lasciando alla storiografia liberale il compito – solo in parte assolto – di un’analisi più sistematica centrata però più sui primi anni dell’unità d’Italia che sulle dinamiche del secondo dopoguerra.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2376" style="margin: 10px;" title="Fiorentini Taroni" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Fiorentini-Taroni-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Di questa metà del Secolo breve, soprattutto, scrive Taroni, osservando la realtà <strong>con un occhio decisamente “politico”</strong>. Lo sottolinea <strong>Gianni De Plato</strong>, che sembra ritenere inevitabile un approccio del genere essendo la sanità un contesto di eccezionale complessità, nel quale ogni decisione è destinata a influenzare in misura più o meno profonda ambiti apparentemente anche distanti. Questo “sguardo politico” mi tornava in mente insieme al pollo, perché insieme a Garattini, a quel tavolo, erano tutti medici o farmacologi (l’ho già detto ma giova ripeterlo): Franco Perraro, Pietro Paci, Elio Guzzanti, così come Giacomo Mottura o Alessandro Seppilli, Severino Delogu e Giovanni Berlinguer, clinici, igienisti, ricercatori, anatomo-patologi, ma tutti innamorati dell’idea di far nascere un servizio sanitario solidale e universale. <strong>Uno sguardo politico &#8211; non omogeneo &#8211; ma condiviso</strong>: va detto che l&#8217;obiettivo che si proponevano trovò un alleato prezioso nella raggiunta insostenibilità del sistema mutualistico. Come oggi, anche allora non c’era più una lira, insomma.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2377" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Errani Humanum est" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Errani-Humanum-est-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Più di allora, però, oggi la pressione economica e finanziaria sulla sanità è fortissima. L’innovazione – vera o presunta, utile o inutile – è proposta come “la” soluzione non solo dei problemi dell’assistenza ma anche della sostenibilità del sistema: <strong>investire nel “nuovo” farebbe risparmiare</strong>. In realtà, però, l’impegno degli amministratori, ha sottolineato il Governatore della Regione Emilia-Romagna, <strong>Vasco Errani</strong>, in un approfondito intervento, è tale che non solo la spesa per la sanità non è aumentata negli ultimi anni, ma è addirittura diminuita. Di fatto, un’amministrazione efficiente che orienti le scelte all’appropriatezza e all’equità è in grado di governare anche quella “emergenza over 65” alla quale si è riferito nel suo intervento <strong>Gianluca Fiorentini</strong>, direttore della Scuola Superiore di Politiche per la Salute di Bologna (nella foto sopra quella di Vasco Errani, accanto). Il “problema” della sanità, secondo Errani, non è nei costi quanto nel coraggio di scelte capaci di dar frutto nel medio o nel lungo periodo (come quelle concretizzate dal &#8220;ciclista&#8221; <strong>Giovanni Bissoni</strong>, nel suo lavoro da assessore alla sanità della Regione Emilia-Romagna&#8230;).</p>
<p>Probabil<img class="alignleft  wp-image-2378" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Presentazione Libreria Coop Bologna" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Presentazione-Libreria-Coop-Bologna-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />mente, il nodo è anche &#8211; se non soprattutto &#8211; nel ritrovare armonia nel lavoro condiviso di politici, economisti, bioeticisti e professionisti sanitari.</p>
<p>In sostanza, la chiave allora è proprio in quel tavolo; quello della progettualità, del confronto aperto e trasparente. Un tavolo oggi troppo poco frequentato da medici, farmacisti, infermieri. Da loro, prima ancora che da chi è pressato da scadenze elettorali, dovrebbe venire l’esortazione ad una “pazienza del buongoverno” della salute. Per tornare a essere convinti, come <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Aneurin_Bevan">Aneurin Bevan</a>, che “malgrado tutte le preoccupazioni economiche e finanziarie, siamo stati capaci di fare la cosa più civile che esista al mondo”.</p>
<p>La domanda, allora, è proprio questa: ai tempi di questa crisi, stiamo dando risposte di civiltà?</p>
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		<title>A che serve una società scientifica?</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 07:58:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ne esistono tante. Troppe. A cosa dovrebbero servire? Ecco cinque parole chiave. Condivisione. Sharing è una parola entrata nel lessico quotidiano: dal file sharing al car sharing che, almeno in alcune grandi città, permette di condividere automobili sempre perfette al quasi simbolico costo di un abbonamento annuale. Condivisione non significa soltanto godere insieme di beni comuni, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ne esistono tante. Troppe. A cosa dovrebbero servire? Ecco cinque parole chiave.</p>
<p><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2385" style="margin: 10px;" title="AIAC_6" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_61-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Condivisione</strong>. <em>Sharing</em> è una parola entrata nel lessico quotidiano: dal <em>file sharing</em> al <em>car sharing</em> che, almeno in alcune grandi città, permette di condividere automobili sempre perfette al quasi simbolico costo di un abbonamento annuale. Condivisione non significa soltanto godere insieme di beni comuni, ma anche produrre conoscenze in maniera cooperativa, decentrata, flessibile e, soprattutto, facendo affidamento sulla rete che internet ha messo a disposizione. Il modo nuovo di produrre conoscenze cresce con il web; anche se c&#8217;è la tentazione di sospettare che il web sia nato per soddisfare l’esigenza <em>nuova</em> di produrre conoscenze in modo collaborativo. Questa spinta alla condivisione promuove un ambiente culturale più fondato sulla cooperazione che sulla competizione, sulla valorizzazione degli obiettivi comuni piuttosto che sull’individualismo, sulla reciprocità più che sulla gelosia, più sull’abbondanza che sulla scarsità. “Who lights a taper at mine receives light without darkening me”: la convinzione di Thomas Jefferson è tornata in auge di recente, dopo oltre due secoli di scarsa fortuna. Chi accende la propria candela alla mia non mi sottrae luce. Anzi: raddoppia la chiarezza del mio sguardo. Per questo, la condivisione è – com’è stato detto – un “gioco a somma positiva” e, per questa ragione, è uno degli elementi chiave per lo sviluppo di una società scientifica.</p>
<p><strong>Empowerment</strong>. Termine tanto utilizzato quanto intraducibile nella nostra lingua. Parola che si propone come punto di partenza e di arrivo; nel primo caso, verso una sanità più cosciente di rischi, opportunità e responsabilità; nel secondo, come obiettivo per una consapevolezza nuova non solo dei cittadini-pazienti, ma anche dei cittadini-medici, che solo coordinandosi tra loro e con gli altri professionisti della sanità possono realmente ritrovare un ruolo da protagonisti all’interno delle dinamiche tra gli <em>stakeholder</em> della sanità. Il medico deve sentirsi più forte, più tutelato, più supportato dal muoversi all’interno di un gruppo coordinato; non è una novità, del resto, se pensiamo che uno dei primi salti evolutivi fu determinato proprio dal passaggio dal clan (il piccolo gruppo di non più di 20 persone) alla tribù, che ne contava alcune centinaia. “Una delle funzioni della tribù era quella di favorire la circolazione dei geni attraverso matrimoni misti”, ha scritto Kevin Kelly. Non che un’associazione medico-scientifica possa proporsi come agenzia matrimoniale, beninteso. Ma certamente come spazio virtuale e reale per creare collegamenti, per indurre relazioni, per incentivare progettualità condivise.</p>
<p><strong>Comunicazione</strong>. I media sono il tessuto connettivo della società contemporanea e l’intensità della frequenza di scambio di informazioni è oggi straordinariamente maggiore che in passato. Il totale dell’informazione mondiale aumenta del 66% ogni anno; una cifra impressionante, soprattutto se consideriamo che il consumo di carta cresce solo del 7%. Gran parte dell’informazione sceglie dunque strade diverse rispetto al passato: più rapida, più diretta, più radicalmente dettata dall’esperienza; e ogni esperienza “più informata” produce a sua volta velocemente nuova informazione. La comunicazione è la condizione essenziale per la trasformazione del dato in conoscenza che possa essere realmente utilizzata. Una società scientifica non dovrebbe aggiungere informazioni poco utili ad un “rumore di fondo” che indiscutibilmente rischia di allontanare l’utente dal sapere; la sfida è piuttosto quella di proporre interpretazioni, punti di vista, una visione critica. Comunicazione vuol dire, però, anche attività di <em>advocacy</em> per agire sul livello di consapevolezza negli ambienti politico-sanitari e istituzionali, per sottolineare l’importanza strategica della ricerca e, soprattutto, della traslazione dei risultati degli studi e dei rapporti di <em>Health Technology Assessment</em> in buone pratiche del servizio sanitario nazionale.</p>
<p><strong>Documentazione</strong>. Lasciare tracce è elemento essenziale di costruzione della identità; un&#8217;associazione determinata a “fare cultura” deve necessariamente porsi l’obiettivo di proporsi non come un agglomerato indistinto di comportamenti individuali, ma come fonte partecipata di norme utili a favorire condotte condivise e coerenti all’interno del gruppo. Documentare significa dare visibilità, premiare la partecipazione, incentivare l’uso dei risultati del lavoro portato avanti insieme.</p>
<p><strong>Organizzazione</strong>. Ultima di queste cinque parole chiave, apparentemente la più vicina alla mission di una società scientifica. Se è vero che la risorsa più a rischio di scarsità è il “tempo”, non può che essere responsabilità di un’associazione mettere i propri iscritti nelle condizioni per ottimizzare la gestione delle proprie attività quotidiane: lavoro condiviso per standardizzare modelli per lo svolgimento di incombenze quotidiane – come la raccolta del consenso informato o, ancora prima, l’informazione corretta ed esauriente ai malati e familiari sulle procedure programmate. Per una sempre maggiore coerenza e uniformità di percorsi, non soltanto a livello nazionale, ma anche europeo.</p>
<p>Queste keywords sono servite per un bilancio di quindici anni di attività della Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione. Ne è nato un libro, di cui queste immagine documentano le ultime fasi di gestazione&#8230;
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_1/' title='AIAC_1'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_1" title="AIAC_1" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_2/' title='AIAC_2'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_2" title="AIAC_2" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_3/' title='AIAC_3'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_3-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_3" title="AIAC_3" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_4/' title='AIAC_4'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_4-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_4" title="AIAC_4" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_5/' title='AIAC_5'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_5-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_5" title="AIAC_5" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_6/' title='AIAC_6'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_6-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_6" title="AIAC_6" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_7/' title='AIAC_7'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_7-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_7" title="AIAC_7" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_8/' title='AIAC_8'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_8-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_8" title="AIAC_8" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_9/' title='AIAC_9'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_9-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_9" title="AIAC_9" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_6-2/' title='AIAC_6'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_61-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_6" title="AIAC_6" /></a>
</p>
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		<title>Da chi dipende l&#8217;informazione indipendente?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 10:08:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Scrivanie vuote, quelle di medici e farmacisti. E, da poco, neanche un ricordo di un&#8217;esperienza da incorniciare. Dell&#8217;informazione sui farmaci e dispositivi medici garantita dall&#8217;Agenzia Italiana del Farmaco per un decennio, dal 2000 al 2009, non c&#8217;è più traccia. Non soltanto è stata interrotta, ma oggi non è più accessibile alla consultazione sul sito dell&#8217;Aifa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivanie vuote, quelle di medici e farmacisti. E, da poco, neanche un ricordo di un&#8217;esperienza da incorniciare. Dell&#8217;informazione sui farmaci e dispositivi medici garantita dall&#8217;Agenzia Italiana del Farmaco per un decennio, dal 2000 al 2009, non c&#8217;è più traccia. Non soltanto è stata interrotta, ma oggi non è più accessibile alla consultazione sul sito dell&#8217;Aifa.</p>
<p>Oddio, <strong>scrivanie vuote mica tanto</strong>: comunque ben affollate di riassunti di caratteristiche di prodotto, dépliant e, soprattutto, di quei reprint di riviste che rappresentano ormai il &#8220;gold standard&#8221; della pubblicità farmaceutica. Trial ciechi, randomizzati, multicentrici: sempre e comunque &#8220;controllati&#8221;. <strong>Più dall&#8217;industria che dalle autorità regolatorie</strong>.</p>
<p>Come scrive Anto<a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Scrivania-e-cornice.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2310" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Picture frame" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Scrivania-e-cornice-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>nio Addis sul <em>Sole 24 Ore Sanità</em> (<a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/AttivitaeditorialeAIFA.pdf">AttivitaeditorialeAIFA</a>), &#8220;dal 2009 in poi non è stato sviluppato nessun nuovo strumento informativo anche solo simile al Bollettino di Informazione sui Farmaci e addirittura questa attività non viene più citata nei documenti programmatici dell’AIFA. Tutto ciò non trova una spiegazione in ambito normativo. Infatti, oltre al mandato dell’AIFA, che risulta ancora chiaro sull’obbiettivo di dover avere un ruolo nell’informazione indipendente sui farmaci, i riferimenti legislativi che sostengono i capitoli di spesa per consentire all’AIFA i fondi necessari per importanti attività informative sono ancora validi.&#8221;</p>
<p>Evidentemente, il BIF e Reazioni (la rivista di farmacovigilanza) non erano gradite da chi le riceveva. Manco per sogno. &#8220;Un’indagine commissionata dall’AIFA nel 2009 al Censis e mai pubblicata, &#8211; spiega Addis &#8211; (&#8230;)  indica come le riviste curate dall’AIFA erano unanimemente conosciute dalla netta maggioranza dei medici interpellati (rispettivamente 98% e 83% per il BIF e Reazioni). In un report di 72 pagine del maggio 2009 il Censis descrive un apprezzamento plebiscitario da parte dei medici per le riviste AIFA, con percentuali incontrovertibilmente positive (oltre il 97%).&#8221;</p>
<p><strong>Quella prodotta dall&#8217;Aifa non era un&#8217;informazione indipendente</strong>, perché <em>dipendeva</em> fortemente dai bisogni formativi del personale sanitario e dalla domanda di salute dei cittadini. Ma garantire a medici e farmacisti un&#8217;informazione che si ponesse in una posizione dialettica (non necessariamente critica, beninteso) con quella proposta dall&#8217;industria era una scelta politico-culturale di fondamentale importanza. Anche perché, attraverso la distribuzione capillare, nelle case e negli studi del medico e del farmacista, di riviste e di libri è stata portata avanti una vera e propria rivoluzione culturale in ambito sanitario, finalizzata al recupero di un&#8217;attività essenziale e oggi quasi desueta: l<strong>a riflessione critica su contenuti professionali attraverso la lettura di opere compiute e coerenti</strong>. Libri e riviste interi, ma dimmi tu.</p>
<p>Ti pare poco. Non è un caso che oggi l&#8217;industria abbia quasi abbandonato ogni supporto a libri e riviste prodotti da editori indipendenti (ops: dipendenti da un insieme di ricavi, non solo o non tanto dai finanziamenti aziendali). Al medico e al farmacista giungono frammenti: reprint, newsletter, e-alert, schede volanti.</p>
<p><strong>Informazione in pillole</strong>, insomma. Dopo tutto, che ti aspettavi?</p>
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		<title>La sindrome del cut &amp; paste</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 10:38:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pagine e pagine copiate da Wikipedia. Il libro di Chris Anderson era atteso da molti mesi e, alla fine, il titolo sembrava non si riferisse più al contenuto. Free non era il prezzo di vendita (che in America nella versione hardback superava i 25 dollari) quanto piuttosto la furbata dell&#8217;autore che aveva copiato intere voci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pagine e pagine copiate da Wikipedia. Il libro di Chris Anderson era atteso da molti mesi e, alla fine, il titolo sembrava non si riferisse più al contenuto. <em>Free</em> non era il prezzo di vendita (che in America nella versione hardback superava i 25 dollari) quanto piuttosto la furbata dell&#8217;autore che aveva copiato intere voci dell&#8217;enciclopedia collaborativa senza mai citarla.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Copy-and-paste.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2297" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Copy and paste" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Copy-and-paste-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Se n&#8217;era accorto un giornalista della <a title="Sito web del trimestrale Virginia Quarterly Review" href="http://www.vqronline.org/">Virginia Quarterly Review</a>. Subito, però, lo scivolone fu segnalato da quotidiani molto letti, come il <a title="Sito web del Los Angeles TIme" href="http://latimesblogs.latimes.com/jacketcopy/2009/06/chris-andersons-free-borrows-freely-from-wikipedia-and-other-sources.html" target="_blank">Los Angeles Time</a>, e l&#8217;autore fu costretto a spiegare. &#8220;Non sapevo come citare una fonte da internet&#8221; (&#8220;my inability to find a good citation format for web sources&#8221;): che, detto da uno che è stato editor-in-chief di Wired, sembra davvero <strong>la prima stupidaggine buttata là</strong>. A parte l&#8217;improbabile giustificazione, Anderson e la casa editrice corressero subito l&#8217;edizione online (quella davvero &#8220;free&#8221;) e le successive ristampe riconobbero la paternità dei brani rubati.</p>
<p>Una domanda, però, rimase senza risposta: <strong>il giornalista</strong> <strong>come si accorse del furto?</strong> Forse potrebbe aiutarci a scoprirlo un qualsiasi redattore di una casa editrice: tutte, chi più chi meno, sollecitate a revisionare testi sempre più spesso copiati (almeno in parte) dal web. Soprattutto da Wikipedia.<br />
Discussa con le (incredule) figlie adolescenti, la questione sembra debba essere affrontata con pragmatismo:</p>
<ul>
<li>controllare col mouse over la presenza di collegamenti ipertestuali inavvertitamente lasciati dall&#8217;autore;</li>
<li>cercare i segni (°) che compaiono spesso nei testi copiati dal web e incollati su un documento Word;</li>
<li>insospettirsi dell&#8217;erudizione di un autore soprattutto se connotata da un approccio che le Annales avrebbero definito &#8220;évenementielle&#8221;, vale a dire quasi eccessivamente sostenuto da fatti, date, nomi a scapito di un approfondimento critico;</li>
<li>usare strumenti come <a href="http://www.dustball.com/cs/plagiarism.checker/">Dustball </a>o <a href="http://www.articlechecker.com/">Article Checker</a>, molto semplici da utilizzare.</li>
</ul>
<p>Resta da capire una cosa. I redattori, ormai allenati, sono in grado di scoprire diversi &#8220;incidenti&#8221; ma certamente molti furti passano inosservati: perché non giungono segnalazioni da lettori? Possibile che la fruizione dei testi sia ormai così superficiale?</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Copying-Printing.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2298" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Copying Printing" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Copying-Printing-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Infine, una parola sulle giustificazioni degli autori smascherati: &#8220;Certamente, la voce di Wikipedia è sovrapponibile: ne sono io l&#8217;autore&#8230;&#8221; oppure &#8220;Avete fatto bene ad avvertirmi: evidentemente, chi ha redatto la voce su Wikipedia ha copiato alcuni miei fondamentali contributi scritti ormai diversi anni fa: farò valere le mie ragioni in Tribunale&#8221;. Resta la sensazione di una crescente difficoltà a scrivere seguendo un ragionamento lineare. Come scrive Paulien Dresscher in <a title="Sito web del progetto &quot;I read where I am&quot;" href="http://www.ireadwhereiam.com/"><em>I read where I am</em></a>, sembra quasi impossibile &#8220;ordinare i pensieri e formulare argomentazioni&#8221; senza vagare in modo irrequieto sulla tastiera e sul web. Siamo diventati, dice, &#8220;pancake people&#8221; (wide and thin) abbandonando una struttura mentale &#8220;cathedral-like&#8221;, densa e complessa.</p>
<p>Speriamo che non sia così.</p>
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		<title>Dinosauri scolpiti: vita nuova per i libri?</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 10:56:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un’audizione alla Camera dei Lord nel 1995, Iain Chalmers segnalava il pericolo che le decisioni assunte dai medici britannici sulla base della consultazione di libri poco aggiornati rappresentassero un importante fattore di rischio per la salute del malato. A partire quella conferenza, tre Maestri della Medicina inglese scrissero al Lancet paragonando la manualistica scientifica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Altered-set-of-Encyclopedia_light.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2288" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Altered set of Encyclopedia_light" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Altered-set-of-Encyclopedia_light-150x133.jpg" alt="" width="150" height="133" /></a>In un’audizione alla Camera dei Lord nel 1995, Iain Chalmers segnalava il pericolo che le decisioni assunte dai medici britannici sulla base della consultazione di libri poco aggiornati rappresentassero un importante fattore di rischio per la salute del malato. A partire quella conferenza, tre Maestri della Medicina inglese scrissero al <em>Lancet</em> paragonando la manualistica scientifica ai dinosauri: strumenti non propriamente “in via di estinzione”, ma sul punto di cambiare in una maniera così radicale da risultare praticamente irriconoscibili (<em>Weatherall, Lancet 1995</em>).</p>
<p>Questa evoluzione è ormai completata: nei paesi anglosassoni la formazione del medico avviene oggi su <em>textbooks</em> arricchiti da tutorial di ogni genere: dai set di slide alle immancabili apps per iPad e Android; dalle autovalutazioni online alle gallerie di immagini. Il percorso di formazione è sempre più personalizzato ma è diventato il risultato di un assemblaggio talmente originale da sembrare talvolta dettato più dai propri interessi che da rigorosi obiettivi didattici.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Altered-Set-of-Vintage-Encyclopedia_light.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2289" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Altered Set of Vintage Encyclopedia_light" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Altered-Set-of-Vintage-Encyclopedia_light-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Intanto, i libri tradizionali finiscono in soffitta. Oppure vivono vita nuova come quella che gli regala l’artista Brian Dettmer che, intagliando con strumenti da chirurgo antichi libri scientifici, <a href="http://karanarora.posterous.com/insane-art-formed-by-carving-books-with-surgi">costruisce sculture</a> affascinanti: “La funzione del libro è cambiata e la sua forma resta lineare in un mondo che lineare non è più.” Dettmer modifica l’aspetto dell’opera senza nulla aggiungere ma solo mettendo in maggiore o minore evidenza gli elementi contenuti nei libro. Sovvertendo la forma predefinita dell’opera, sostiene l’artista, emergono funzioni nuove e inaspettate.</p>
<p>Nulla da aver paura, dice Brian Dettmer. Solo una nuova e diversa lettura di uno strumento completamente cambiato.</p>
<p>Il sito di Brian Dettmer: <a href="http://briandettmer.com/" target="_blank">http://briandettmer.com/</a></p>
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		<title>A caccia di imbrogli</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 09:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni anno sono pubblicati circa 1 milione e mezzo di articoli scientifici. Dopo la pubblicazione alcuni di essi sono ritirati: retracted, nell’esperanto del medical publishing. E’ un’eventualità che può essere dovuta ad una riconsiderazione dei dati da parte degli stessi autori. Più spesso, però, è il risultato della valutazione critica dei lettori. In alcuni casi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/cacciatore.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2280" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="cacciatore" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/cacciatore-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Ogni anno sono pubblicati circa 1 milione e mezzo di articoli scientifici. Dopo la pubblicazione alcuni di essi sono ritirati: <em>retracted</em>, nell’esperanto del medical publishing. E’ un’eventualità che può essere dovuta ad una riconsiderazione dei dati da parte degli stessi autori. Più spesso, però, è il risultato della valutazione critica dei lettori. In alcuni casi, infine, la <em>retraction</em> è legata alla scoperta di una frode: dopotutto, nel mondo del <em>publish or perish</em>, <strong>sarebbe ben strano che qualcuno non cercasse di imbrogliare</strong>.</p>
<p>E’ il caso, per esempio, di Scott S. Reuben, anestesista del Baystate Medical Center di Springfield in Massachusetts. Più di 20 articoli costruiti sul nulla e pubblicati su riviste specialistiche internazionali di un certo rilievo. Molto spesso la truffa è svelata dai colleghi dell’autore, per esempio perché inseriti tra le firme senza che neanche fossero a conoscenza della pubblicazione. In qualche caso, invece, serve un lavoro investigativo in grande stile; come quello che stanno portando avanti due giornalisti medici, Adam Marcus – che lavora come Managing Editor di <em>Anesthesiology News</em> e che ha fatto conoscere proprio il caso prima citato – e Ivan Oransky, Executive Editor di <em>Reuters Health</em>. Hanno unito le forze e curano il blog <a href="http://retractionwatch.wordpress.com/">Retraction Watch</a>.</p>
<p><strong>I casi di articoli ritirati sono in aumento</strong> e occorre fare attenzione. Ricordando almeno tre cose:</p>
<ol>
<li>che la consultazione della letteratura scientifica con un’interfaccia come PubMed espone a rischi notevoli, perché la registrazione della <em>retraction</em> non è immediata;</li>
<li>che molti articoli ritirati sono anche tra i più citati, prima e dopo la smentita;</li>
<li>che le riviste a più elevato impact factor sono quelle in cui più spesso sono pubblicati articoli successivamente ritirati e che più la metà delle volte il primo autore dell’articolo ne ha già falsificato un altro in precedenza. (Steen, J Med Ethics 2011).</li>
</ol>
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		<title>Potreste pubblicare di meno?</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Feb 2012 15:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni anno creiamo 1.200 miliardi di gigabyte di informazione. Fa più effetto se pensiamo che una cartella con mille foto in buona risoluzione, più o meno, fa un giga. Ogni cinque anni, questi numeri si stanno moltiplicando per dieci. Il bicchiere è mezzo pieno se consideriamo i vantaggi: ne vengono in mente molti, ognuno scelga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno creiamo 1.200 miliardi di gigabyte di informazione. Fa più effetto se pensiamo che una cartella con mille foto in buona risoluzione, più o meno, fa un giga. Ogni cinque anni, questi numeri si stanno moltiplicando per dieci.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/02/carta_photos_94509190.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2271" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="carta_photos_94509190" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/02/carta_photos_94509190-300x233.jpg" alt="" width="200" height="157" /></a>Il bicchiere è mezzo pieno se consideriamo i vantaggi: ne vengono in mente molti, ognuno scelga ciò che preferisce. E’ mezzo vuoto, però, non tanto per i rischi di violazione della riservatezza quanto per la preoccupazione che la sovrabbondanza di dati finisca per distanziare dalla conoscenza. Raccogliere dati è semplice, ma selezionarli, archiviarli, indicizzarli, classificarli, aggiornarli e soprattutto <strong>contestualizzare l’informazione</strong> è molto più complicato.</p>
<p title="">Le riviste scientifiche contribuiscono molto a questa sovrabbondanza di dati; rappresentano circa il 75 per cento dell’editoria periodica accademica (Morris, 2007). Quelle attive e dotate di plausibili meccanismi di controllo di qualità dei contenuti sono più o meno 20 milae aumentano di numero al ritmo del 3 per cento ogni anno. Non solo: cresce anche la loro foliazione. Non può essere casuale che una delle lamentele più frequenti ricevute dal <em>BMJ</em> riguardasse l’eccesso di offerta di informazioni: <strong>“Can’t you close down for a few weeks and give us all a rest?”</strong> (Smith, 2012)</p>
<p title="">Gli articoli aumentano <strong>per dare spazio alla domanda di visibilità</strong>, in primo luogo proveniente dai Paesi asiatici e dell’est europeo. Più pagine, dunque, per chi scrive e inevitabilmente costi più alti di produzione, dovuti soprattutto al processo di peer review (considerata la <em>rejection rate</em> di molte riviste, almeno due terzi del lavoro di revisione critica è a perdere…). Tutto ciò si riflette in maggiori costi di abbonamento e in una drastica riduzione degli abbonamenti cartacei da parte delle istituzioni e di quelli personali, che consentivano al lettore di sfogliare la rivista dall’inizio alla fine. Evidentemente, <strong>che la gente legga o no importa poco</strong>: infatti, nonostante tutto e in un mondo che soffre, la più grande tra le case editrici scientifiche, Elsevier, cresce: il fatturato 2011 aumenta del 2% ma è strabiliante soprattutto l&#8217;utile, che raggiunge la percentuale del 37% sugli investimenti.</p>
<p>La frase con cui la direzione del <em>Lancet</em> si schiera contro il Research Works Act (che, se approvato dal Congresso statunitense, impedirebbe alle istituzioni di vincolare i propri studiosi a rendere accessibili gratuitamente i propri lavori a prescindere dal copyright detenuto dagli editori) chiarisce molte cose: “A scientific publisher’s primary responsibility is to serve the scientific community” (Lancet, 2012). Anche le più stimabili tra le riviste scientifiche internazionali vedono il proprio interlocutore principale in chi fa ricerca, non in chi assiste il malato o tutela la salute del cittadino.</p>
<p><strong>C’è una bella differenza.</strong> Da una parte poco più di sette milioni di persone che fanno ricerca, scrivono e si leggono a vicenda. Dall’altra, il resto del mondo scientifico, sempre più distante dalla letteratura biomedica.</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p>Morris S. Mapping the journal landscape: how much do we know? Learned Publishing 2007;4:299-310.</p>
</div>
<div>
<p>Smith R. You have a duty to complain. BMJ Blogs 2012, 15 febbraio.</p>
</div>
<div>
<p>The Bookseller, 16 febbraio 2012. http://www.thebookseller.com/news/elsevier-increases-sales-and-profits.html</p>
<p>The Lancet. The Research Works Act: A damaging threat to science. Lancet 2012;15 febbraio.</p>
</div>
</div>
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		<title>Mi passi il telefono? Voglio leggere</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 16:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggiamo in modo diverso da come leggevamo una volta. Oggi qualcuno definisce la lettura “getting an impression of something” e in parecchi si preoccupano. La lingua inglese sta inseguendo le nuove abitudini e si diffondono termini come skimming, scanning, browsing, leafing. Si parla dell’esercizio del leggere come di un’esperienza plurisensoriale e anche le riviste scientifiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/02/Telefono-rosso-Sr-Samolo.jpg"><img class=" alignleft" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Telefono rosso Sr Samolo" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/02/Telefono-rosso-Sr-Samolo.jpg" alt="" width="200" height="152" /></a></p>
<p>Leggiamo in modo diverso da come leggevamo una volta. Oggi qualcuno definisce la lettura “getting an impression of something” e in parecchi si preoccupano. La lingua inglese sta inseguendo le nuove abitudini e si diffondono termini come skimming, scanning, browsing, leafing. Si parla dell’esercizio del leggere come di un’esperienza plurisensoriale e anche le riviste scientifiche cercano di andare incontro a lettori che più che studiare in profondità pochi contenuti, si avvicinano con rapidità a molti singoli item di informazione e spesso restano in superficie .</p>
<p>Leggiamo ovunque e, sempre più spesso, anche facendo altro. Questa nuova abitudine è allo stesso tempo causa e conseguenza dell’information overload. Dipende anche della progressiva riduzione della dimensione dei device con cui comunichiamo: siamo passati dal personal al personalized computer, sempre più piccolo e mobile. Molto spesso, un telefono.</p>
<p>Tanti libri finiscono in apps: è un mercato in grande espansione che a fine 2012 avrà un valore di circa 44 milioni di euro per triplicare nel 2016. Un sito abbastanza &#8220;divertente&#8221; (www.imedicalapps.com/) aggiorna con continuità la classifica delle app più utili per il medico. Ad oggi, in testa alla classifica c&#8217;è quella realizzata da Medscape che contiene oltre 7 mila schede di informazione sui farmaci, 3.500 schede su altrettante patologie (Overview, Clinical, Differential Diagnoses, Workup, Treatment, Medication, Follow up), 2500 immagini cliniche, una guida alle interazioni tra farmaci, percorsi di ECM e chi più ne ha più ne metta. Gratis.Vai su iTunes e te la scarichi. Fatto.</p>
<p>La &#8220;migliore&#8221; app sul mercato (per modo di dire, perché è gratis)&#8230;</p>
<ul>
<li>somiglia ad un Bignami della medicina (non Giorgio Bignami, eh, l&#8217;altro: quello di quando andavamo al liceo)</li>
<li>non spiega come fa ad essere gratuita</li>
<li>e il problema del conflitto di interessi è risolto alla radice: non cita gli autori delle raccomandazioni che ti invita a seguire.</li>
</ul>
<p>Con le app sta succedendo una cosa strana: l&#8217;utilità (vera, presunta, reale, apparente) e il brand (iPad, iPhone, Apple, Android) prevalgono di gran lunga sulla authorship. Come se il fantasma di Steve Jobs garantisse per tutti.</p>
<p>* &#8220;Getting an impression of something&#8221; lo ha scritto Max Bruinsma <a href="http://www.ireadwhereiam.com/">qui</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dieci libri per la rivoluzione (della sanità)</title>
		<link>http://dottprof.com/2012/01/dieci-libri-per-la-rivoluzione-della-sanita/</link>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:32:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vuole, semplicemente, la terza rivoluzione nell’assistenza sanitaria. Difficile non essere d’accordo con il suo Manifesto. Così come non accettare di mettere una firma sotto alle soluzioni che propone. L’arma con cui farla, la rivoluzione, non fa male anche se può essere una bomba: è la conoscenza. Del resto, Muir Gray è stato uno degli animatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/Muir-Gray_foto_piccola.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2233" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Muir Gray_foto_piccola" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/Muir-Gray_foto_piccola.jpg" alt="" width="132" height="200" /></a>Vuole, semplicemente, la <a href="http://www.bvhc.co.uk/the-transformation-shop.php">terza rivoluzione </a>nell’assistenza sanitaria. Difficile non essere d’accordo con il suo <a href="http://muirgray.net/?page_id=2">Manifesto</a>. Così come non accettare di mettere una firma sotto alle <a href="http://muirgray.net/?page_id=741">soluzioni </a>che propone.</p>
<p>L’arma con cui farla, la rivoluzione, <strong>non fa male anche se può essere una bomba</strong>: è la conoscenza. Del resto, Muir Gray è stato uno degli animatori della Cochrane Collaboration in Gran Bretagna e, soprattutto, direttore della National Library of Health del servizio sanitario inglese e Chief Knowledge Officer del programma nazionale inglese per l’introduzione della Information Technology nel servizio sanitario.</p>
<p>La sua ultima fissa è quella di una libreria (non biblioteca) dove si possa trovare subito, vicino all’ingresso, i dieci libri essenziali per governare un servizio sanitario. Quali saranno mai? Vediamoli subito.</p>
<ul>
<li>Il primo è di Avedis Donabedian: <em><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=534">Introduction to Quality Assurance</a></em>. (in Italia ha un titolo bello e strano, un&#8217;invenzione della curatrice, Stefania Rodella).</li>
<li>2. <em>How Much Is Enough</em> di Alain Enthoven.</li>
<li>3. <em>The Illness Narratives: Suffering, Healing and the Human Condition</em>, di Arthur Kleinman.</li>
<li>4. <em>Toyota Production System</em>, di Taiichi Ohno. “Remember the sub title”, raccomanda Gray: “beyond large scale production &#8211; personalised car production”.</li>
<li>5. <em><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=152">How to Practice and teach Evidence Based Medicine</a></em> di Sharon Strauss et al. “The original and still the best. We chose the name Centre for Evidence Based Medicine rather than Centre for clinical Epidemiology that the only difference between irritation and stimulation is the spelling, and the fact that irritation is more effective than stimulation as a driver of change”.</li>
<li>6. <em>Treating Individuals: From Randomised Trials to Personalised Medicine</em>, curato da Peter Rothwell: “builds on both Ohno&#8217;s customisation and EBM to launch personalised medicine”.</li>
<li>7. <em>Organizational Culture and Leadership</em>, di Edgar H. Schein: “This is the book on the most neglected aspect of healthcare – culture.</li>
<li>8. <em><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=23">Effectiveness and Efficiency: Random Reflections: Random Reflections on Health Services</a></em>, di Archie Cochrane: “The source of so many movements including the Cochrane Collaboration and EBM”.</li>
<li>9. <em>Administrative Behavior: A Study of Decision-making Processes in Administrative Organizations: A Study of Decision-making Processes in Administrative Organisations</em>, di Herbert A. Simon: “What a boring title , what an outstanding book by the man who first described satisficing, bounded rationality and the relationship between politicians and officials”.</li>
<li>10. <em>Social Determinants of Health</em>, di Michael Marmot and Richard Wilkinson: “The single simplest and clearest read on how poverty and inequality affect us all, not only the health of poor people”.</li>
</ul>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/banksy-19841.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2231" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="banksy-1984" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/banksy-19841-300x213.jpg" alt="" width="160" height="114" /></a>E fanno dieci.</p>
<p>Dopo di che, al termine dell’elenco pubblicato a puntate sulla propria pagina Facebook e rilanciato con una serie di tweet, Muir Gray aggiunge un altro titolo, ed è tutto un programma: <em>How to Talk About Books You Haven&#8217;t Read</em>, di Pierre Bayard: “Better to talk intelligently about a book even though you have not read it than never to have heard of it or have no idea what the book is about. This is a wonderful book. In part it is humorous, like Litmanship in the writings of Stephen Potter”.</p>
<p>Dei dieci libri che potrebbero sconvolgere la sanità (italiana?) <strong>tre sono nel catalogo</strong> <strong>del Pensiero</strong>. Mica male.</p>
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		<title>Documentate perdite di tempo</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 20:57:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<category><![CDATA[documentazione]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;iPad è la nostra anima, dice Maurizio Ferraris: riflette il nostro volto ed &#8220;è&#8221; noi perché al suo interno registriamo tutto: scritture, video, immagini, suoni. L&#8217;allievo di Vattimo gira l&#8217;Italia sostenendo un&#8217;idea interessante: tutti gli aggeggi che abbiamo in tasca, nello zaino o in borsa non servono per comunicare, ma per registrare il nostro stare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Facebook_al_buio.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2081" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Facebook_al_buio" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Facebook_al_buio-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>L&#8217;iPad è la nostra anima, dice Maurizio Ferraris: riflette il nostro volto ed &#8220;è&#8221; noi perché al suo interno registriamo tutto: scritture, video, immagini, suoni. L&#8217;allievo di Vattimo gira l&#8217;Italia sostenendo un&#8217;idea interessante: tutti gli aggeggi che abbiamo in tasca, nello zaino o in borsa <strong>non servono per comunicare, m</strong>a per registrare il nostro stare al mondo. Per costruire la nostra identità rendendoci &#8220;responsabili&#8221; grazie alla conservazione di tracce di ogni genere.</p>
<p>Avrà pure ragione ma tutta &#8216;sta registrazione è un problema.</p>
<ul>
<li>Leggere, riflettere e eventualmente rispondere a 100 mail assorbe in media mezza giornata di lavoro.</li>
<li>A un&#8217;azienda di grandi dimensioni la gestione delle informazioni superflue costa circa un miliardo di dollari l&#8217;anno.</li>
<li>&#8220;Lasciare tracce&#8221; via sms, Twitter o con messaggi su Facebook interrompe la concentrazione degli altri: servono 5 minuti per ritrovarla dopo un&#8217;interruzione di 30 secondi.</li>
</ul>
<p>Anche per questo, molte aziende hanno vietato di ricevere alert pubblicitari o mail private sugli account professionali. Così come suggeriscono ai dipendenti di disattivare l&#8217;alerting delle mail e dei messaggi in arrivo. Anche l&#8217;opzione &#8220;Reply all&#8221; è sotto processo: meglio evitare preferendo rispondere alle mail selettivamente e in modo personalizzato.</p>
<p>Il sospetto è che questa smania di registrazione abbia come conseguenza una documentalità ingovernabile. <strong>Tutti sappiamo lasciare tracce, ma pochi sanno come cancellare quelle inutili.</strong> &#8220;Getting data is easy, but selecting, storing, indexing, updating, and most importantly contextualizing the information is rather difficult&#8221;.</p>
<p>Ha ragione <a href="http://www.goodreads.com/book/show/4855536-data-flow">Sven Ehmann</a>: accumuliamo dati che non riusciamo a gestire.</p>
<p>Fonti: Ferraris M. Anima e iPad. Parma: Guanda, 2011</p>
<p>Spira J. <a href="http://www.overloadstories.com/2011/04/overload-101/">Overload</a>! How too much information is hazardous to your organization. NJ: Wiley, 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
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