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	<title>dottprof.com &#187; Cardiologia</title>
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	<description>Tecnologia, comunicazione e risorse in medicina: tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere...</description>
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		<title>A cuore aperto? Mica tanto</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 15:05:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hanno fondato insieme una bella rivista, Circulation: Cardiovascular Quality and Outcomes e, sempre di comune accordo, offrono le pagine del loro periodico ad una causa tanto nobile quanto temuta negli ambienti accademici: quella della Open Science. Harlan M. Krumholz e John S. Spertus hanno dato a quattro moschettieri del data sharing come Peter C. Gøtzsche, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hanno fondato insieme una bella rivista, <em>Circulation: Cardiovascular Quality and Outcomes</em> e, sempre di comune accordo, offrono le pagine del loro periodico ad una causa tanto nobile quanto temuta negli ambienti accademici: quella della Open Science.</p>
<p>Harlan M. Krumholz e John S. Spertus hanno dato a quattro moschettieri del data sharing come Peter C. Gøtzsche, Joseph S. Ross, Richard Lehman e Cary P. Gross la possibilità di spiegare le ragioni per cui il libero accesso ai dati della ricerca è una condizione imprescindibile per garantire la migliore assistenza al paziente. La panoramica che risulta dalle due <em>Editor’s Perspectives</em> è agghiacciante:</p>
<ul>
<li>a due anni dalla loro conclusione, meno della metà degli studi è pubblicata;</li>
<li>solo il 46 per cento dei trial finanziati dai National Institutes of Health è pubblicato entro 30 mesi dal completamento;</li>
<li>meno della metà degli studi su nuovi farmaci sottoposti per approvazione alla Food and Drug Administration esce entro cinque anni dall’approvazione del medicinale stesso;</li>
<li>il 24 per cento dei trial resta non pubblicato a cinque anni;</li>
<li>anche gli studi con risultati positivi sono a rischio: uno su tre non vede la luce.</li>
</ul>
<p>Pure il lavoro dei revisori sistematici è pesantemente condizionato. <strong>L’esistenza di studi fantasma</strong> modifica le conclusioni delle revisioni nel 92 per cento dei casi: in altre parole, nove volte su dieci una revisione vale poco o niente proprio perché non ha potuto prendere in considerazione l’intero insieme delle ricerche effettuate.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2409" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Cuore_leggero" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Cuore_leggero-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Krumholz sembra aderire decisamente alla causa dell’Open Science e Spertus dichiara di sposare “a cuore aperto” le opinioni degli “accademici” ospiti sulla rivista. Ma, quasi a voler dare un colpo alla botte dopo averne dato un al cerchio, avanza una riserva: garantire il libero accesso ai dati della ricerca senza che questi siano passati al vaglio della peer review (non essendo stati sottoposti per pubblicazione o essendo stati respinti dalle riviste prescelte) può esporre chi consultasse i dati grezzi al rischio di prendere per buoni “numeri” di scarsa qualità. <strong>“Solo il cinque per cento degli studi in ambito cardiovascolare è esente da pecche”</strong>, sostiene l’editorialista. E ancora: ogni studio ha i propri punti deboli, noti solo ai ricercatori che l’hanno condotto: chi accedesse ai dati senza una conoscenza profonda dei metodi seguiti nella raccolta e nell’analisi rischierebbe di prendere lucciole per lanterne.</p>
<p>Spertus propone la creazione di un ente terzo, che si frapponga – secondo modalità non del tutto precisate – tra produttori e fruitori di dati. Una soluzione che lascia perplessi soprattutto quanti – non senza ragioni – nutrono dubbi sulla qualità di qualsiasi processo di peer review.</p>
<p><strong>Per il momento, comunque, c’è poco da fare.</strong> I quattro articoli sull’Open Science sono liberamente accessibili. Il resto della rivista, no. E le opinioni degli autori, sottolinea un prudente <em>disclaimer</em>, riflettono il loro personale punto di vista, non necessariamente quello della American Heart Association, proprietaria della rivista.</p>
<p>Fonti:</p>
<p>Krumholz HM: Open Science and data sharing in clinical research. Basing informed decision on the totality of the evidence. Circ Cardiovasc Qual Outcomes 2012;5:141-2.</p>
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		<title>A che serve una società scientifica?</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 07:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ne esistono tante. Troppe. A cosa dovrebbero servire? Ecco cinque parole chiave. Condivisione. Sharing è una parola entrata nel lessico quotidiano: dal file sharing al car sharing che, almeno in alcune grandi città, permette di condividere automobili sempre perfette al quasi simbolico costo di un abbonamento annuale. Condivisione non significa soltanto godere insieme di beni comuni, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ne esistono tante. Troppe. A cosa dovrebbero servire? Ecco cinque parole chiave.</p>
<p><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2385" style="margin: 10px;" title="AIAC_6" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_61-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Condivisione</strong>. <em>Sharing</em> è una parola entrata nel lessico quotidiano: dal <em>file sharing</em> al <em>car sharing</em> che, almeno in alcune grandi città, permette di condividere automobili sempre perfette al quasi simbolico costo di un abbonamento annuale. Condivisione non significa soltanto godere insieme di beni comuni, ma anche produrre conoscenze in maniera cooperativa, decentrata, flessibile e, soprattutto, facendo affidamento sulla rete che internet ha messo a disposizione. Il modo nuovo di produrre conoscenze cresce con il web; anche se c&#8217;è la tentazione di sospettare che il web sia nato per soddisfare l’esigenza <em>nuova</em> di produrre conoscenze in modo collaborativo. Questa spinta alla condivisione promuove un ambiente culturale più fondato sulla cooperazione che sulla competizione, sulla valorizzazione degli obiettivi comuni piuttosto che sull’individualismo, sulla reciprocità più che sulla gelosia, più sull’abbondanza che sulla scarsità. “Who lights a taper at mine receives light without darkening me”: la convinzione di Thomas Jefferson è tornata in auge di recente, dopo oltre due secoli di scarsa fortuna. Chi accende la propria candela alla mia non mi sottrae luce. Anzi: raddoppia la chiarezza del mio sguardo. Per questo, la condivisione è – com’è stato detto – un “gioco a somma positiva” e, per questa ragione, è uno degli elementi chiave per lo sviluppo di una società scientifica.</p>
<p><strong>Empowerment</strong>. Termine tanto utilizzato quanto intraducibile nella nostra lingua. Parola che si propone come punto di partenza e di arrivo; nel primo caso, verso una sanità più cosciente di rischi, opportunità e responsabilità; nel secondo, come obiettivo per una consapevolezza nuova non solo dei cittadini-pazienti, ma anche dei cittadini-medici, che solo coordinandosi tra loro e con gli altri professionisti della sanità possono realmente ritrovare un ruolo da protagonisti all’interno delle dinamiche tra gli <em>stakeholder</em> della sanità. Il medico deve sentirsi più forte, più tutelato, più supportato dal muoversi all’interno di un gruppo coordinato; non è una novità, del resto, se pensiamo che uno dei primi salti evolutivi fu determinato proprio dal passaggio dal clan (il piccolo gruppo di non più di 20 persone) alla tribù, che ne contava alcune centinaia. “Una delle funzioni della tribù era quella di favorire la circolazione dei geni attraverso matrimoni misti”, ha scritto Kevin Kelly. Non che un’associazione medico-scientifica possa proporsi come agenzia matrimoniale, beninteso. Ma certamente come spazio virtuale e reale per creare collegamenti, per indurre relazioni, per incentivare progettualità condivise.</p>
<p><strong>Comunicazione</strong>. I media sono il tessuto connettivo della società contemporanea e l’intensità della frequenza di scambio di informazioni è oggi straordinariamente maggiore che in passato. Il totale dell’informazione mondiale aumenta del 66% ogni anno; una cifra impressionante, soprattutto se consideriamo che il consumo di carta cresce solo del 7%. Gran parte dell’informazione sceglie dunque strade diverse rispetto al passato: più rapida, più diretta, più radicalmente dettata dall’esperienza; e ogni esperienza “più informata” produce a sua volta velocemente nuova informazione. La comunicazione è la condizione essenziale per la trasformazione del dato in conoscenza che possa essere realmente utilizzata. Una società scientifica non dovrebbe aggiungere informazioni poco utili ad un “rumore di fondo” che indiscutibilmente rischia di allontanare l’utente dal sapere; la sfida è piuttosto quella di proporre interpretazioni, punti di vista, una visione critica. Comunicazione vuol dire, però, anche attività di <em>advocacy</em> per agire sul livello di consapevolezza negli ambienti politico-sanitari e istituzionali, per sottolineare l’importanza strategica della ricerca e, soprattutto, della traslazione dei risultati degli studi e dei rapporti di <em>Health Technology Assessment</em> in buone pratiche del servizio sanitario nazionale.</p>
<p><strong>Documentazione</strong>. Lasciare tracce è elemento essenziale di costruzione della identità; un&#8217;associazione determinata a “fare cultura” deve necessariamente porsi l’obiettivo di proporsi non come un agglomerato indistinto di comportamenti individuali, ma come fonte partecipata di norme utili a favorire condotte condivise e coerenti all’interno del gruppo. Documentare significa dare visibilità, premiare la partecipazione, incentivare l’uso dei risultati del lavoro portato avanti insieme.</p>
<p><strong>Organizzazione</strong>. Ultima di queste cinque parole chiave, apparentemente la più vicina alla mission di una società scientifica. Se è vero che la risorsa più a rischio di scarsità è il “tempo”, non può che essere responsabilità di un’associazione mettere i propri iscritti nelle condizioni per ottimizzare la gestione delle proprie attività quotidiane: lavoro condiviso per standardizzare modelli per lo svolgimento di incombenze quotidiane – come la raccolta del consenso informato o, ancora prima, l’informazione corretta ed esauriente ai malati e familiari sulle procedure programmate. Per una sempre maggiore coerenza e uniformità di percorsi, non soltanto a livello nazionale, ma anche europeo.</p>
<p>Queste keywords sono servite per un bilancio di quindici anni di attività della Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione. Ne è nato un libro, di cui queste immagine documentano le ultime fasi di gestazione&#8230;
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_1/' title='AIAC_1'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_1" title="AIAC_1" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_2/' title='AIAC_2'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_2" title="AIAC_2" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_3/' title='AIAC_3'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_3-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_3" title="AIAC_3" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_4/' title='AIAC_4'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_4-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_4" title="AIAC_4" /></a>
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<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_6/' title='AIAC_6'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_6-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_6" title="AIAC_6" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_7/' title='AIAC_7'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_7-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_7" title="AIAC_7" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_8/' title='AIAC_8'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_8-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_8" title="AIAC_8" /></a>
<a href='http://dottprof.com/2012/04/a-che-serve-una-societa-scientifica/aiac_9/' title='AIAC_9'><img width="150" height="150" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/AIAC_9-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="AIAC_9" title="AIAC_9" /></a>
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</p>
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		<title>Telemedicina: non sempre funziona</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Nov 2010 17:49:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prendi 1653 pazienti che sono stati recentemente ricoverati per scompenso cardiaco: a casa, metà li segui col metodo tradizionale e metà con un sistema di monitoraggio telefonico che costantemente segnala e registra sintomatologia ed eventuali problemi. Il risultato dello studio di Sarwat Chaudhry et al. pubblicato sul New England è sconfortante: nessuna differenza tra i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/11/occhiali-grafico.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1329" title="occhiali grafico" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/11/occhiali-grafico-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>Prendi 1653 pazienti che sono stati recentemente ricoverati per scompenso cardiaco: a casa, metà li segui col metodo tradizionale e metà con un sistema di monitoraggio telefonico che costantemente segnala e registra sintomatologia ed eventuali problemi. Il risultato dello <a href="http://www.nejm.org/doi/pdf/10.1056/NEJMoa1010029">studio </a>di Sarwat Chaudhry et al. pubblicato sul <em>New England</em> è sconfortante: nessuna differenza tra i due gruppi (anzi, a voler essere pignoli, qualche problema in più per i &#8220;telemonitorizzati&#8221;). La ricerca (Telemonitoring to Improve Heart Failure Outcomes &#8211; Tele-HF - study) è registrata su ClinicalTrials.gov al numero NCT00303212 ed è stata pubblicata ad accesso libero sulla rivista della Massachusetts Medical Society.</span></span></div>
<div><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;">Quali sono i motivi del fallimento? Nell&#8217;<a href="http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMe1011769">Editoriale</a> di commento, si avanza l&#8217;ipotesi che l&#8217;insuccesso sia dovuto allo scarso utilizzo del telemonitoraggio: il 14 per cento dei pazienti non ha mai usato il telefono e solo il 55 per cento aveva fatto tre chiamate prima della 26a settimana di durata dello studio. Desai e Stevenson, del Brigham and Women&#8217;s Hospital di Boston, hanno qualche dubbio anche sulla dinamica e della risposta ai problemi lamentati dai malati, dal momento che era necessaria una &#8220;triangolazione&#8221; con i clinici che coordinavano la ricerca.</span></span></div>
<div><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;">La tempestività è tutto, come anche la prossimità dei curanti ai pazienti. Per questo, si sostiene nel commento, la cosa più urgente è strutturare un sistema di assistenza ai due milioni di malati di scompenso cardiaco statunitensi che poggi su 10 mila operatori infermieristici specializzati. Costerebbe un terzo di meno della spesa attuale per i cardiodefibrillatori impiantati&#8230;</span></span></div>
<div><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"> </span></span></div>
<div><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"> </span></span></div>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"><span style="font-size: x-small; font-family: OTNEJMQuadraat;"> </p>
<p></span></span></p>
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		<title>Il cuore va online: siamo pronti a leggerlo?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 10:51:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;La cardiologia si sposta online e nel mio iPad&#8221;. Parola di Christopher P. Cannon, uno dei più stimati cardiologi del mondo. Che bella la versione  del Textbook della European Society of Cardiology realizzata per il device della Apple, scrive Cannon sul Lancet: le voci bibliografiche linkate a Pubmed, le illustrazioni scaricabili su diapositive in PowerPoint, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/09/Cannon.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1191" title="Cannon" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/09/Cannon-300x198.jpg" alt="" width="240" height="158" /></a>&#8220;La cardiologia si sposta online e nel mio iPad&#8221;. Parola di Christopher P. Cannon, uno dei più stimati cardiologi del mondo. Che bella la versione  del Textbook della European Society of Cardiology realizzata per il <em>device</em> della Apple, scrive Cannon sul <em>Lancet</em>: le voci bibliografiche linkate a Pubmed, le illustrazioni scaricabili su diapositive in PowerPoint, la possibilità di zoomare sulle immagini o sui testi per chi ci vede poco. E poi, vuoi mettere <strong>la leggerezza della versione elettronica</strong> confrontata con i sette chili di quella tradizionale? Promosso a pieni voti, insomma.</p>
<p>Ma il commento del cardiologo di Boston va oltre l&#8217;elogio del trattato dell&#8217;ESC. E&#8217; la cardiologia ad andare online e non solo le migliaia di pagine della Oxford University Press. La cardiologia che discute su The Heart (www.theheart.org/), che si aggiorna su Medscape (www.medscape.com/) e che si informa sul <em>New York Times</em> o sul <em>Wall Street Journal</em> (ribattezzato<em> The Wall Street Journal of Medicine</em> per l&#8217;assiduità con cui segue le dinamiche della sanità internazionale&#8230;). E la riflessione di Cannon  suscita <strong>altre domande</strong>&#8230;</p>
<p><strong>Che utilità hanno ancora le fonti primarie per la pratica medica?</strong> Che ruolo può avere il &#8220;dato&#8221; della ricerca nell&#8217;aggiornamento professionale, se non diventa &#8220;informazione&#8221; grazie alla contestualizzazione ed ai commenti che giungono dalla letteratura secondaria o &#8211; addirittura &#8211; dalla migliore stampa quotidiana? A quali nuovi percorsi di ricerca di documentazione sarà obbligata la comunità scientifica ora che al classico &#8220;articolo scientifico&#8221; si aggiungono video, podcast e set di diapositive? Tenere un blog su TheHeart (come fa Topol) o scrivere per il <em>New</em> <em>York Times</em> o per il <em>WSJ </em>darà punteggio per concorsi?</p>
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		<title>Ti mando un SMS, anzi no un ECG!</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2009 13:36:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>GiorgioDF</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da AT&#38;T è in arrivo un&#8217;applicazione che permetterà ai pazienti di registrare il battito cardiaco e trasferire automaticamente i dati al proprio cardiologo via Bluetooth. Il servizio &#8211; ovviamente a pagamento &#8211; sarà offerto in collaborazione con la MedNet Healthcare Technologies, che raccoglierà i dati in un centro di monitoraggio e provvederà poi a smistare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-159" title="Un cuore e un cellulare" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/03/i_heart_love_my_cell_phone_sticker-p217114394595239230qjcl_400-300x300.jpg" alt="Un cuore e un cellulare" width="180" height="180" />Da AT&amp;T è in arrivo un&#8217;applicazione che permetterà ai pazienti di registrare il battito cardiaco e trasferire automaticamente i dati al proprio cardiologo via Bluetooth.</p>
<p>Il servizio &#8211; ovviamente a pagamento &#8211; sarà offerto in collaborazione con la MedNet Healthcare Technologies, che raccoglierà i dati in un centro di monitoraggio e provvederà poi a smistare le informazioni al medico che ci ha in cura.</p>
<p>Tutto molto bello ma&#8230; quanti professionisti potranno prestare attenzione ANCHE ai dati inviati via cellulare?</p>
<p>Il sito di MedNet Healthcare Technologies: <a title="MedNet Healthcare Technologies" href="http://www.mednethealth.net/" target="_blank">http://www.mednethealth.net/</a></p>
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