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	<title>dottprof.com &#187; biblioteche</title>
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	<description>Tecnologia, comunicazione e risorse in medicina: tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere...</description>
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		<title>Google Books: la rivoluzione può attendere?</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Mar 2011 13:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Il masochismo è una competenza preziosa”, come dice Chuck Palahniuk, e ho l’impressione di essere un maestro nel campo. Altrimenti non terrei il feed del blog di Nicholas Carr sulle mie pagine di iGoogle. Non bastasse, mi sono anche sciroppato il suo libro, da poco in edizione italiana. La tesi di Carr è nota, anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/03/The-Shallows-Nicholas-Carr.jpg"></a>“Il masochismo è una competenza preziosa”, come dice Chuck Palahniuk, e ho l’impressione di essere un maestro nel campo. <a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/03/Nicholoas-Carr.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1585" title="Nicholoas Carr" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/03/Nicholoas-Carr.jpg" alt="" width="129" height="77" /></a>Altrimenti non terrei il feed del blog di Nicholas Carr sulle mie pagine di iGoogle. Non bastasse, mi sono anche sciroppato il suo libro, da poco in edizione italiana.</p>
<p>La tesi di Carr è nota, anche per essere stata ripresa da molti giornali anche in Italia: <strong>Internet sta modificando il nostro cervello</strong>, compromettendone alcune capacità fondamentali, quali la memoria, la concentrazione, l’orientamento spaziale (Carr arriva a sperare che i tassisti non usino il navigatore satellitare, per non compromettere la conoscenza delle città per diretta esperienza…) Come spesso accade in libri di questo tipo, le evidenze su cui si basano le tesi dell’autore sono perlopiù aneddotiche: “in una mail, il tale amico mi ha scritto di non riuscire più a leggere un testo più lungo di una pagina” o “parlando col tale professore ho avuto conferma che…”</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/03/Cover_Atlantic_Is_Google_making_us_Stupid.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1579" title="Cover_Atlantic_Is_Google_making_us_Stupid" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/03/Cover_Atlantic_Is_Google_making_us_Stupid-150x150.jpg" alt="" width="120" height="137" /></a>Ma il nemico giurato di Carr non è il web ma Google (non a caso, la polemica fu avviata da un suo articolo su the Atlantic intitolato <a href="http://www.theatlantic.com/magazine/toc/2008/07/">Is Google making us stupid?</a>) al punto che il post sul blog <em>The rough type </em>ha il sapore di un déjà vu: <a href="http://www.roughtype.com/archives/2011/03/a_message_to_yo.php">A message to you, Larry</a>.</p>
<p>Sembra di sentire il botto del tappo di champagne: il giudice Danny Chin ha respinto l’accordo tra Google e gli editori, sostenendo si spinga troppo oltre il ragionevole obiettivo di rendere disponibile il patrimonio di conoscenze contenuto nelle opere digitalizzate (“<a href="http://thepublicindex.org/docs/amended_settlement/opinion.pdf">The Amended Settlement Agreement would simply go too far</a>”). Bel contrattempo per il <em>Google&#8217;s scanner-in-chief</em>, come Carr definisce Larry Page.</p>
<p>Carr riporta un ampio brano del parere del giudice, ma non il seguente. “The benefits of Google&#8217;s book project are many. Books will become more accessible. Libraries, schools, researchers, and disadvantaged populations will gain access to far more books. Digitization will facilitate the conversion of books to Braille and audio formats, increasing access for individuals with disabilities. Authors and publishers will benefit as well, as new audiences will be generated and new sources of income created. Older books &#8212; particularly out-of-print books, many of which are falling apart buried in library stacks &#8212; will be preserved and given new life.”</p>
<p>Alla fine, il giudice ha chiesto alle parti che autori ed editori aderiscano attivamente all’accordo dando esplicitamente il consenso, piuttosto che negandolo a posteriori. Ma l’impressione è che, nonostante si discuta di questioni di principio (copyright, riservatezza delle preferenze culturali degli utenti, posizione di monopolio), <strong>il problema centrale sia l’incompatibilità tra due modelli di business</strong>. Uno tradizionale, di Amazon e Microsoft (i due competitor di Google che, con molta più forza di autori ed editori, hanno ostacolato l’approvazione del Settlement), che non ha quasi nulla della new economy e commercializza beni di consumo; l’altro sostanzialmente nuovo, che <strong>non assegna più un valore in sé al prodotto </strong>(sia il contenuto di un libro o di un giornale, sia una mappa o il progetto di un viaggio) <strong>bensì alla sua fruizione</strong>.</p>
<p>E’ una cosa straordinaria constatare quanta coerenza ci sia tra il progetto iniziale del Page Rank e quella che oggi può sembrare una prospettiva visionaria alla quale stanno strette sia la legislazione corrente sia – tanto più – la giurisprudenza anche recente. Possibile applicare leggi antiche ad una rivoluzione?</p>
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		<title>Google conta i libri: sono 130 milioni</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 12:46:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Poi dicono che Google non è amico dei bibliotecari. L&#8217;ultima (del 5 agosto) è venuta fuori sul blog di Mountain View: si sono messi a contare i libri e sono arrivati a 129.864.880. Ovviamente spiegano come hanno fatto e vengono fuori cose interessanti. 1. Non è possibile affidarsi ai database costruiti archiviando i codici assegnati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/contare-fino-a-3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1142" title="contare fino a 3" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/contare-fino-a-3.jpg" alt="" width="240" height="320" /></a>Poi dicono che Google non è amico dei bibliotecari. L&#8217;ultima (del 5 agosto) è venuta fuori sul blog di Mountain View: si sono messi a contare i libri e sono arrivati a 129.864.880. Ovviamente spiegano come hanno fatto e vengono fuori cose interessanti.</p>
<p>1. Non è possibile affidarsi ai database costruiti archiviando i codici assegnati dalle istituzioni. Per esempio, l&#8217;International Standard Book Number &#8220;vale&#8221; solo per i libri pubblicati dopo gli anni Sessanta, con grandissime e importanti lacune sia perché prima degli anni Settanta in pochi lo usavano, sia perché è un sistema di codifica molto &#8220;occidentale&#8221;. Inoltre, ci sono editori che assegnano lo stesso ISBN a libri diversi (Google sostiene di aver trovato lo stesso numero di codice assegnato fino a 1500 libri diversi&#8230;). Anche la Library of Congress combina casini ma al contrario: 1500 monografie diverse di una stessa collana hanno lo stesso numero di codice.</p>
<p>2. Confrontando e integrando i cataloghi di biblioteche diverse si ha conferma di quanto sia diventata complicata l&#8217;editoria internazionale: talvolta crediamo che il nome di una collana sia quello della casa editrice e ancora più spesso pensiamo che una sigla editoriale in realtà morta e sepolta sia ancora in vita solo perché la multinazionale che l&#8217;ha acquistata continua a stamparne il nome in copertina.</p>
<p>3. Oltre ai libri, nelle biblioteche inizia a esserci parecchia altra roba: audio libri (4-5 milioni), video (2 milioni), mappe geografiche (altri 2 milioni) e t-shirt con l&#8217;ISBN (un migliaio).</p>
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		<title>Che fine faranno i libri?</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 20:48:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Pensiero cambia sede: la nuova è un open space nella periferia romana. Spazio aperto con muri esterni (ovviamente) ma senza pareti interne. Una delle domande è apparsa chiara già all’indomani della decisione: che fine faranno i libri? Lo stesso interrogativo rilanciato da un librino visto domenica vicino alla cassa della libreria benevolmente aperta per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/05/Dovevi-leccarti-il-dito-e-girare-pagina.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-983" title="Dovevi leccarti il dito e girare pagina" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/05/Dovevi-leccarti-il-dito-e-girare-pagina-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il Pensiero cambia sede: la nuova è un open space nella periferia romana. Spazio aperto con muri esterni (ovviamente) ma senza pareti interne. Una delle domande è apparsa chiara già all’indomani della decisione: <strong>che fine faranno i libri? </strong>Lo stesso interrogativo rilanciato da un librino visto domenica vicino alla cassa della libreria benevolmente aperta per la passeggiata domenicale: Che fine faranno i i libri? Il pamphlet di Francesco Cataluccio non vale i sei euro del prezzo di copertina (per 60 piccole pagine); da una citazione all’altra, l’autore ricade ripetutamente nell’errore che un medico ragionevole evita accuratamente di compiere: esplicitare ripetutamente una prognosi, declinandola per tutte le categorie interessate dalla cosiddetta filiera del libro (dall’autore al libraio, dall’editore al promotore, dal tipografo al grafico). Che fine faranno i libri? Al Pensiero la domanda ha la radicalità della concretezza: non avremo più spazio per i 10 mila volumi della nostra biblioteca, fatta di libri che dagli anni Quaranta gli editori di tutto il mondo hanno scambiato, proposto, suggerito ad una piccola ma in fin dei conti importante casa editrice scientifica italiana. Che fine dunque faranno i nostri libri? Per capirlo <strong>è utile l’articolo di Ken Auletta</strong> sul <em>New Yorker</em> di Aprile, <em>Publish or perish</em> (sì, titolo tutt’altro che inedito…). Pieno di informazioni, retroscena, dichiarazioni di protagonisti.</p>
<p>1. Le <strong>vendite</strong> degli e-books valgono oggi tra il 3 e il 5 per cento del mercato, ma nel 2009 sono cresciute al ritmo del 177 per cento l’anno e non tarderanno a raggiungere una quota tra il 25 e il 50 per cento delle vendite totali di contenuti librari.</p>
<p>2. La <strong>competizione</strong> tra Amazon (con il Kindle), Apple (con l’iPad) e altri attori come Barnes &amp; Noble che sono sul punto di lanciare sul mercato i propri device per la lettura di testi è probabile che sconvolga l’equilibrio economico dei rapporti tra editori, autori e lettori, modificando i rapporti di forza tra gli attori del sistema culturale.</p>
<p>3. La <strong>digitalizzazione</strong> dei contenuti librari modifica radicalmente il contesto in cui il libro agiva: oggi e ancor più domani la competizione non sarà più tra una lettura e l’altra, ma tra la lettura e altre forme di intrattenimento culturale: televisione, musica, cinema e – principalmente – internet.</p>
<p>Markus Dohle, chairman e CEO di Random House, una delle più famose case editrici del mondo, dichiara: “If you want to make the right decision for the future, fear is not a very good consultant”. Perfetto. Ma come usare questa frase al momento di decidere “che fine faranno I nostri libri?”</p>
<p>1. <strong>Conservarli</strong> comunque, anche se ciò volesse significare oscurare le finestre che corrono lungo tutto il perimetro della nuova sede del Pensiero, sentendoci così rassicurati dalla garanzia di continuità della nostra esperienza editoriale.</p>
<p>2. <strong>Imballarli</strong> e tenerli da parte anche a costo di spendere parecchio per l’immagazzinamento del denaro che avremmo potuto investire nella produzione di contenuti nuovi, da pubblicare in forma di libro o diversa.</p>
<p>3. <strong>Liberarsene</strong>, regalandoli ad una biblioteca scientifica; dopo tutto, quanti autori o collaboratori del Pensiero hanno consultato la nostra biblioteca nel corso degli ultimi trent’anni?</p>
<p>Libri come difesa, come àncora, come conferma di libertà: che fine faranno i libri?</p>
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		<title>Biblioteche-museo o 2.0?</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 09:51:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sulla strada tra Presicce e Taurisano una freccia a destra indica la presenza di Museo e Biblioteca. Un&#8217;associazione che inquieta, ma che trova riscontro in un titolo del Corriere della Sera del 22 agosto: &#8220;Milano e le biblioteche: la sfida senza confini per salvare la memoria&#8221;. Da oggi al 27 agosto c&#8217;è il congresso dell&#8217;International [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_701" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/08/dottoressa-lettura_light.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-701" title="Dottoressa che legge in biblioteca" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/08/dottoressa-lettura_light-150x150.jpg" alt="Dottoressa che legge in biblioteca" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Dottoressa che legge in biblioteca</p></div>
<p>Sulla strada tra Presicce e Taurisano una freccia a destra indica la presenza di Museo e Biblioteca. Un&#8217;associazione che inquieta, ma che trova riscontro in un titolo del Corriere della Sera del 22 agosto: &#8220;Milano e le biblioteche: la sfida senza confini per salvare la memoria&#8221;. Da oggi al 27 agosto c&#8217;è il congresso dell&#8217;International Federation of Library Associations, presentato da Corriere e Repubblica come un raduno di nostagici. Sarà un caso che una delle parole più usate è &#8220;conservazione&#8221;?</p>
<p>Tre comuni italiani su quattro non hanno una biblioteca; del resto, solo un italiano su dieci approfitta almeno una volta l&#8217;anno dei servizi che offrono. Comunque, è una statistica di Pulcinella, perché in Campania siamo al 6 per cento e in Alto Adige e Val d&#8217;Aosta vicini al 30. Se la Biblioteca Nazionale di Roma, in dieci anni, ha visto dimezzarsi i finanziamenti (da 3 a 1,5 milioni di euro l&#8217;anno) c&#8217;è poco da sperare. Meno male che c&#8217;è Google, sembra dire la direttrice della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Antonia Ida Fontana: &#8220;Per digitalizzare il patrimonio della nostra biblioteca ci vorrebbe più di un miliardo di euro&#8221;, dice a Repubblica. &#8220;Che non abbiamo. Se Google ce lo fa gratis, stipulando un contratto con regole precise, perché no?&#8221;</p>
<p>Giusto: perché no? Bisognerebbe chiederlo a quelli della Open Book Alliance, la nuova squadra di Googlebusters formata da Amazon, Yahoo! e Microsoft. Inflessibili difensori del pluralismo. A ottobre si dovrebbero sciogliere gli ultimi nodi legali del controverso accordo tra Google e le associazioni di autori e editori internazionali per la digitalizzazione dei testi antecedenti il 1923 e del posseduto dalle grandi biblioteche che hanno trovato l&#8217;intesa con Google. Vedremo se l&#8217;offensiva dell&#8217;Alleanza del Libro Aperto (che nome&#8230;) avrà qualche effetto.</p>
<p>Intanto c&#8217;è chi si sforza di vedere le biblioteche come luoghi meno polverosi e rivolti al futuro e non soltanto al passato. <a href="http://hlwiki.slais.ubc.ca/index.php/Survey_of_academic_librarians_attitudes_towards_Twitter#References">Un buon inventario</a> di una biblioteca &#8220;sociale&#8221;, capace di usare le nuove tecnologie è quello proposto dalla Library della British Columbia.</p>
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		<title>Le glosse sul Codice Reggiano</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2009 20:23:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che bella, la biblioteca Corradini della Asl di Reggio Emilia. Possiede un Fondo antico ricco di opere settecentesche ma non solo; anche codici quattrocenteschi composti e decorati da amanuensi. Uno in particolare, splendido per le decorazioni a foglia d&#8217;oro, con la particolarità dei cosiddetti &#8220;segni di richiamo&#8221; apposti in inchiostro seppia a margine del testo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/06/immagine-261.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-499" title="Codice Quattrocentesco Reggio Emilia" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/06/immagine-261-150x150.jpg" alt="immagine-261" width="62" height="62" /></a>Che bella, la biblioteca Corradini della Asl di Reggio Emilia. Possiede un <a href="http://biblioteca.asmn.re.it/Sezione.jsp?titolo=Il+Fondo+antico&amp;idSezione=33&amp;idSezioneRif=3">Fondo antico</a> ricco di opere settecentesche ma non solo; anche codici quattrocenteschi composti e decorati da amanuensi. Uno in particolare, splendido per le decorazioni a foglia d&#8217;oro, con la particolarità dei cosiddetti &#8220;segni di richiamo&#8221; apposti in inchiostro seppia a margine del testo. E&#8217; il prologo delle più moderne &#8220;glosse&#8221;; le &#8220;soglie&#8221; del libro godono di vita propria, sia se ad annotare è il lettore, sia se è lo stesso copista.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/06/immagine-263.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-500" title="Segno di richiamo nel Codice 400_tesco" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/06/immagine-263-150x150.jpg" alt="Segno di richiamo nel Codice 400_tesco" width="67" height="67" /></a>Successivamente, agli albori del Cinquecento, gli incunaboli (i libri in fasce, i libri appena nati, in culla &#8230;) avranno &#8220;segni di richiamo&#8221; direttamente apposti a stampa, per lo più dita ad indicare passi salienti del testo.</p>
<p>Nel codice Reggiano, però, alle manine che segnano il libro si associano note, con grafìa minuta, precisa, virtuosismo di lettore appassionato.</p>
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