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	<description>Tecnologia, comunicazione e risorse in medicina: tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere...</description>
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		<title>Il caffè è il diavolo!</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 14:28:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il tedesco Samuel Hahnemann, padre dell’Omeopatia, non aveva molta simpatia per il caffè. Anzi, per lui se non era la causa di tutti i mali poco ci mancava. Lo dimostra l’esilarante lettura del breve saggio “Sugli effetti del caffè” (On the Effects of Coffee from Original Observations &#8211; 1803), contenuto in un raffinato volumetto  edito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/09/samuelhahnemannstatua.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1172" title="samuelhahnemannstatua" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/09/samuelhahnemannstatua-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il tedesco Samuel Hahnemann, padre dell’Omeopatia, non aveva molta simpatia per il caffè. Anzi, per lui se non era la causa di tutti i mali poco ci mancava. Lo dimostra l’esilarante lettura del breve saggio “Sugli effetti del caffè” (<em>On the Effects of Coffee from Original Observations</em> &#8211; 1803), contenuto in un <a href="http://www.duepuntiedizioni.it/page/catalogo_terrainvague/TV19_Hahnemann_scrittiomeopatici/Hahnemann_scrittiomeopatici_2009.htm" target="_blank">raffinato volumetto </a> edito dalla <strong>:duepunti</strong> di Palermo.</p>
<p>Il caffè (che secondo il medico di Meißen avrebbe un sapore sgradevole proprio perché la Natura vuole avvertirci della sua tossicità o al massimo della sua natura di ‘medicinale’)  viene indicato da Hahnemann in sole 24 pagine come capace nell’ordine di:<br />
- far scomparire fame e sete<br />
- procurare una digestione pressoché immediata ma parziale<br />
- far aprire e contrarre rapidamente l’ano (facilitando l’evacuazione di quanto semidigerito)<br />
- risvegliare l’appetito venereo “con 10 o 15 anni d’anticipo”<br />
- determinare impotenza prematura<br />
- sconvolgere l’umore in positivo e negativo<br />
- stimolare innaturalmente la loquacità facendo “sfuggire i segreti più importanti”<br />
- far assumere un “contegno teatrale”<br />
- indurre grave depressione (per reazione) se non si assume altro caffè<br />
- indurre emicrania e mal di denti<br />
- indurre erisipela con ulcere croniche<br />
- far diventare il sangue “acquoso e mucillaginoso”<br />
- far sostituire (“spesso del tutto”) un flusso leucorroico acre alle mestruazioni<br />
- causare dolore nell’atto venereo<br />
- causare negli uomini emorroidi dolorose e polluzioni notturne<br />
- causare nelle donne sterilità e incapacità di allattare<br />
- rovinare i denti (“nei bambini non si sviluppa quasi nessuna carie che non sia dovuta al caffè”)<br />
- causare “tinta pallida e carni flaccide” nei bambini, che “imparano a camminare molto tardi (…) e chiedono sempre di essere presi in braccio”, “hanno sempre il petto oppresso da un muco tenace”, “sudano non soltanto sulla fronte ma su tutto il cuoio capelluto”, “a volte piangono anche nel sonno”, soffrono di oftalmie che spesso durano per anni e dulcis in fundo “guariscono con difficoltà da ogni malattia”.</p>
<p>Ma l’acme del suo ragionare l’inventore dell’Omeopatia lo tocca quando afferma perentorio: “La tazza di caffè cela spesso l’onanismo, mostro dagli occhi sbarrati, esecrazione della natura che la lettura di romanzi, le fatiche imposte alla memoria, la frequentazione delle società corrotte e l’inattività di una vita sedentaria contribuiscono per parte loro a generare”.</p>
<p>E il bello è che l’autore sostiene nelle prime pagine che il senso del suo lavoro sarà “osservare senza sosta, con rigore, distogliendo per quanto possibile ogni illusione e riconducendo accuratamente i fenomeni alle loro cause”!</p>
<p>Da Starbucks, c’è da giurarlo, il buon vecchio Hahnemann sarebbe <em>persona non grata</em>.</p>
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		<title>Un libro da leggere, guardare, ascoltare&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 10:04:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La prima volta che l&#8217;ho letto è stata su Internazionale, il settimanale: quasi in fondo al fascicolo, un pezzo sul &#8220;fantastico&#8221; hotel ES a Roma, vicino alla stazione Termini. David Byrne ne ha raccontato i dettagli, dal telecomando non funzionante all&#8217;interruttore elettrico delle tapparelle, fino alla poltrona con la zampa difettosa o qualcosa del genere. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/Bicycle-Diaries.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1166" title="Bicycle Diaries" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/Bicycle-Diaries.jpg" alt="" width="71" height="114" /></a>La prima volta che l&#8217;ho letto è stata su <a href="http://www.internazionale.it"><em>Internazionale</em></a>, il settimanale: quasi in fondo al fascicolo, un pezzo sul &#8220;fantastico&#8221; hotel ES a Roma, vicino alla stazione Termini. David Byrne ne ha raccontato i dettagli, dal telecomando non funzionante all&#8217;interruttore elettrico delle tapparelle, fino alla poltrona con la zampa difettosa o qualcosa del genere. Da là, passare al <a href="http://journal.davidbyrne.com/">blog </a>è stato ovvio con il divertimento di seguire la voce dei Talking Heads in giro per il mondo con la sua  bicicletta. La porta con sé in valigia. Mette i guanti, tira fuori la chiave inglese e la monta in un attimo in stanza, per poi uscire dall&#8217;ascensore nella hall davanti ai <em>concierge </em>sbigottiti.</p>
<p>I <a href="http://www.davidbyrne.com/art/books/bicycle_diaries/index.php">Bicycle Diaries</a> sono molto più di un libro di viaggi, perché in quelli non c&#8217;è scritto che &#8220;Europe is manicured&#8221;, che &#8220;In making smooth street some say that the Germans have ironed out the psychological bumps in their daily lives&#8221; e che &#8220;Leafing through a fashion magazine is essentially a tragic and melancholy experience&#8221;&#8230;</p>
<p>Sono l&#8217;agenda di mesi passati corre<a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/Dbyrne-in-bici.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1167" title="Dbyrne in bici" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/Dbyrne-in-bici-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a>ndo da una parte all&#8217;altra delle città del mondo per stare spalla a spalla con la gente: &#8220;Creativity gets a boost when people rub shoulders, when they collide in bars and cafés and have a tentative sense of community&#8221;. Strofinarsi le spalle per accendere la scintilla delle idee: &#8220;Inspiration comes from accidental meetings and encounters with people outside one&#8217;s own demographic, and that&#8217;s less likely if you only communicate with your friends&#8221;.</p>
<p>E&#8217; un libro da mettere nello zaino e portarsi in giro per una settimana in montagna. Da aprire accanto all&#8217;iPad acceso per entusiasmarsi degli incontri dell&#8217;autore con le cento persone citate nel testo, per guardare su YouTube un video di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=g8VqIFSrFUU">Mercedes Sosa</a> o una performance con <a href="http://www.youtube.com/watch?v=CU-ypsuo92Y">Léon Gieco</a>, per trovare su Google Maps la vista satellitare di <a href="http://maps.google.com/maps?client=firefox-a&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;hl=en&amp;tab=wl">Uluru</a>, la montagna di Ayers Rock e seguire il percorso che Byrne compie a piedi, tutto intorno alla roccia alla scoperta dei dipinti e graffiti degli Anangu&#8230;</p>
<p>E&#8217; il libro che meglio fa capire il significato della frase chiave che Clay Shirky ha scritto nel suo <a href="http://www.penguin.co.uk/nf/Book/BookDisplay/0,,9781846142178,00.html">Cognitive Surplus</a>: quelli di oggi (e forse di domani) devono essere degli &#8220;sliding media&#8221;, giornali blog libri siti eventi che rimandano l&#8217;uno all&#8217;altro. Per lettori che si entusiasmino per ogni porta o finestra aperta: &#8220;A window has opened and people might be willing to rethink the balance of quality of life&#8221;.</p>
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		<title>Coscienze, topless ed editori</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 17:02:09 +0000</pubDate>
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L&#8217;hanno definito un tormentone estivo. Per alcuni, però, dev&#8217;essere stato piuttosto un tormento dovuto all&#8217;incertezza tra rispondere e far finta di nulla, nell&#8217;attesa che la burrasca fosse passata. Il sasso nello stagno lo ha tirato Vito Mancuso, teologo ma soprattutto autore Mondadori, alle prese con un problema di coscienza: è giusto continuare a pubblicare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/giornale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1151" title="giornale" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/giornale-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>L&#8217;hanno definito <strong>un tormentone estivo</strong>. Per alcuni, però, dev&#8217;essere stato piuttosto un tormento dovuto all&#8217;incertezza tra rispondere e far finta di nulla, nell&#8217;attesa che la burrasca fosse passata. Il sasso nello stagno lo ha tirato Vito Mancuso, teologo ma soprattutto autore Mondadori, alle prese con un problema di coscienza: è giusto continuare a pubblicare con una casa editrice la cui proprietà confeziona leggi su misura per consentire alla propria azienda di risparmiare milioni di euro di tasse?<br />
Alla domanda di Mancuso hanno risposto in pochi, alcuni in modo stravagante (&#8220;chiederò un parere al pubblico del festival della Letteratura&#8221;, ha detto Augias) altri con accenti nostalgici (è dal 1965 che pubblica con Mondadori e mai Piero Citati penserebbe di cambiare squadra), altri ancora dicendo che sì, anche loro aspettano una risposta da Segrate in merito all&#8217;ultimo scandaloso regalo ricevuto dal nostro Parlamento.<br />
Risposta che, peraltro, è arrivata, sempre sul quotidiano <em>La Repubblica</em>, all&#8217;indomani dell&#8217;intervento di Mancuso. Una risposta con firma &#8220;aziendale&#8221;, non senza toni aggressivi nei confronti non del proprio autore, ma del giornale che aveva ospitato l&#8217;articolo.<br />
Le repliche più ingenue, per certi aspetti, sono quelle degli autori che hanno sostenuto di <strong>non voler tradire il progetto culturale</strong> di Mondadori, Einaudi e delle altre tante sigle editoriali di proprietà del nostro Premier. A questo punto, la questione si complica, se non altro perché&#8230;<br />
1. <strong>Sembra difficile parlare di &#8220;progetto culturale&#8221;</strong> in assenza di una sua esplicitazione: qualcuno &#8211; in Mondadori, all&#8217;Einaudi o alla Piemme, per dire &#8211; si è mai di recente esposto formalizzando percorsi, obiettivi internedi, finalità ultime di tale &#8220;progetto culturale&#8221;?<br />
2. Aprendo il sito Mondadori si coglie al volo l&#8217;articolazione della &#8220;galassia comunicazionale&#8221; che va dai libri ai periodici fino alla realtà internazionale Mondadori Random House; ma <strong>un elemento unificante salta agli occhi</strong>, quello dell&#8217;andamento azionario che &#8211; registrato in tempo reale &#8211; offre una sintesi di lampante evidenza: dalle riviste di gossip a Panorama, dai libri di Geronimo Stilton ai Tascabili Einaudi, tutto fa brodo, e il brodo è un brodo molto ricco.<br />
3. Evidentemente, in molti si sentono autori einaudiani e non Mondadori (qualcuno, come Nicolò Ammaniti, si considera scrittore a Segrate e cittadino all&#8217;opposizione, mah&#8230;) ma <strong>è possibile che, in un&#8217;azienda, convivano più &#8220;progetti culturali&#8221;?</strong> Qual è la mission aziendale, quella che suggeris<a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/copertina-Panarari.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1149" title="copertina Panarari" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/copertina-Panarari-199x300.jpg" alt="" width="102" height="153" /></a>ce di pubblicare Fabio Volo o quella che manda in libreria Coetzee o McEwan?<br />
In una precedente occasione, il Presidente della Mondadori, Marina Berlusconi (sì, quella del &#8220;<a href="http://tg24.sky.it/tg24/economia/2010/08/18/marina_berlusconi_topless_mondadori.html">topless </a>da urlo&#8221; offerto agli italiani dalla rivista &#8220;Chi&#8221;: in quale altro Paese del mondo il direttore di una rivista pubblicherebbe fotografie del proprio datore di lavoro nudo?), consigliò Roberto Saviano di non criticare il padre (di Marina) ma di apprezzare il &#8220;pluralismo&#8221; della Mondadori, capace di dar voce a tutti. Far coesistere autori culturalmente diversi non è un problema nuovo, nel mondo editoriale, questione dibattuta nella stessa Einaudi (negli anni Cinquanta, alcune scelte editoriali furono molto discusse all&#8217;interno del comitato editoriale) così come in altre realtà, per esempio Adelphi; ma far convivere nello stesso catalogo Piero Angela e <a href="http://www.ibs.it/code/9788804560197/ventura-simona/crederci-sempre-arrendersi-mai.html">Simo</a><a href="http://www.ibs.it/code/9788804560197/ventura-simona/crederci-sempre-arrendersi-mai.html">na V</a><a href="http://www.ibs.it/code/9788804560197/ventura-simona/crederci-sempre-arrendersi-mai.html">entura</a> è &#8220;pluralismo&#8221; o altro?</p>
<p>È altro. È un modo per far soldi, innanzitutto, ma è anche  il tassello di una strategia più raffinata in cui &#8220;ogni cosa è uguale all&#8217;altra e dunque tutto (più o meno) va bene, madama la marchesa&#8230;&#8221; E&#8217; la strada maestra per <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/massimiliano-panarari/l-egemonia-sottoculturale/978880620483">L&#8217;egemonia sottoculturale</a> di cui parla Massimiliano Panarari. In un libro, caspita, pubblicato da Einaudi&#8230;</p>
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		<title>Liberi fino a un certo punto</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 09:18:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;accordo tra Google e Verizon (grande azienda attiva nel settore delle infrastrutture per la comunicazione) per la creazione di una rete mobile ad alta velocità, ideale per mandare in giro contenuti multimediali audiovideo, ha sparigliato le carte al punto che anche uno tra i più devoti evangelisti della società di Mountain View, Jeff Jarvis, ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;accordo tra Google e Verizon (grande azienda attiva nel settore delle infrastrutture per la comunicazione) per la creazione di una rete mobile ad alta velocità, ideale per mandare in giro contenuti multimediali audiovideo, ha sparigliato le carte al punto che anche uno tra i più devoti evangelisti della società di Mountain View, Jeff Jarvis, ha postato sul suo blog (www.buzzmachine.com) una sorta di appello a ripensarci:</p>
<p>1) la rete mobile è <strong><em>la</em></strong> Rete, punto e basta (e se non lo fosse ancora, lo sarà prestissimo); quindi,</p>
<p>2) abbandonare un atteggiamento di neutralità (che in questo caso significa di equidistanza dai contenuti disponibili sul web e dai provider) &#8220;limitatamente&#8221; al mobile è una scelta che fa ridere.</p>
<p>La sensazione è che le cose siano parecchio più complicate del fatto in sé, essendo sul tappeto una serie di questioni alle quali può essere difficile dare risposta:<br />
- internet è ormai da considerare un bene comune<a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/catena_spezzata.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1147" title="PDRF-00274722-001" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/catena_spezzata.jpg" alt="" width="271" height="203" /></a>? (la domanda suona ancora più strana in un paese dove l&#8217;acqua si sta avviando a non esserlo più)<br />
- quali margini di autonomia possono avere le aziende del settore informatico, riguardo per esempio la apertura o la chiusura dei sistemi da loro sviluppati?<br />
- la libertà d&#8217;impresa nel campo della comunicazione deve prevedere registri diversi a seconda ci si muova nei canali tradizionali (la stampa o la televisione) o su Internet?</p>
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		<title>Google conta i libri: sono 130 milioni</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 12:46:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Poi dicono che Google non è amico dei bibliotecari. L&#8217;ultima (del 5 agosto) è venuta fuori sul blog di Mountain View: si sono messi a contare i libri e sono arrivati a 129.864.880. Ovviamente spiegano come hanno fatto e vengono fuori cose interessanti.
1. Non è possibile affidarsi ai database costruiti archiviando i codici assegnati dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/contare-fino-a-3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1142" title="contare fino a 3" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/contare-fino-a-3.jpg" alt="" width="240" height="320" /></a>Poi dicono che Google non è amico dei bibliotecari. L&#8217;ultima (del 5 agosto) è venuta fuori sul blog di Mountain View: si sono messi a contare i libri e sono arrivati a 129.864.880. Ovviamente spiegano come hanno fatto e vengono fuori cose interessanti.</p>
<p>1. Non è possibile affidarsi ai database costruiti archiviando i codici assegnati dalle istituzioni. Per esempio, l&#8217;International Standard Book Number &#8220;vale&#8221; solo per i libri pubblicati dopo gli anni Sessanta, con grandissime e importanti lacune sia perché prima degli anni Settanta in pochi lo usavano, sia perché è un sistema di codifica molto &#8220;occidentale&#8221;. Inoltre, ci sono editori che assegnano lo stesso ISBN a libri diversi (Google sostiene di aver trovato lo stesso numero di codice assegnato fino a 1500 libri diversi&#8230;). Anche la Library of Congress combina casini ma al contrario: 1500 monografie diverse di una stessa collana hanno lo stesso numero di codice.</p>
<p>2. Confrontando e integrando i cataloghi di biblioteche diverse si ha conferma di quanto sia diventata complicata l&#8217;editoria internazionale: talvolta crediamo che il nome di una collana sia quello della casa editrice e ancora più spesso pensiamo che una sigla editoriale in realtà morta e sepolta sia ancora in vita solo perché la multinazionale che l&#8217;ha acquistata continua a stamparne il nome in copertina.</p>
<p>3. Oltre ai libri, nelle biblioteche inizia a esserci parecchia altra roba: audio libri (4-5 milioni), video (2 milioni), mappe geografiche (altri 2 milioni) e t-shirt con l&#8217;ISBN (un migliaio).</p>
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		<title>&#8220;Andar per bacche&#8221; e per scoperte inaspettate</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 10:38:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Sistematico&#8221;, &#8220;coerente&#8221;, &#8220;rigoroso&#8221;: sono parole usate sempre più spesso. Per fortuna. A patto di lasciare uno spazio (piccolo, intendiamoci) anche per ciò che non è sistematico, nè coerente, nè rigoroso. Perché l&#8217;impressione è che &#8211; a forza di &#8220;sistematicità&#8221; &#8211; si finisca col perdere qualcosa. Riflettere vuol dire anche lasciare spazio al caso confidando sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/rugiada_bacche1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1140" title="rugiada_bacche" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/rugiada_bacche1.jpg" alt="" width="471" height="328" /></a>&#8220;Sistematico&#8221;, &#8220;coerente&#8221;, &#8220;rigoroso&#8221;: sono parole usate sempre più spesso. Per fortuna. A patto di lasciare uno spazio (piccolo, intendiamoci) anche per ciò che non è sistematico, nè coerente, nè rigoroso. Perché l&#8217;impressione è che &#8211; a forza di &#8220;sistematicità&#8221; &#8211; si finisca col perdere qualcosa. Riflettere vuol dire anche lasciare spazio al caso confidando sulla possibilità di scoprire cose importanti e inaspettate.</p>
<p>Sorprese accidentali dovute alla &#8220;serendipity&#8221;. Medici, bibliotecari, infermieri, ricercatori: più si cerca, maggiore è la probabilità di trovare qualcosa di inatteso. La serendipity può confermare un risultato, rinforzare una convinzione; ma anche indicarci nuove strade alle quali non avevamo pensato. Più siamo a contatto con persone che non sono del nostro ambito, più è probabile che arrivino senza preavviso &#8220;buone notizie&#8221;.</p>
<p>Ci vuole il &#8220;berrypicking&#8221;, dicono gli inglesi. Andar per bacche, come a cercar fragole o mirtilli (i lamponi e le more sono più prevedibili). Berrypicking anche (soprattutto) nella ricerca di documentazione che dovrà sì, essere &#8220;sistematica&#8221;, ma dovrà comunque dare spazio a momenti di libertà. Come fare? Anche in questo caso, un metodo può aiutare.</p>
<p>1.Farsi consigliare delle letture. Chiedere bibliografie.</p>
<p>2. Fare collegamenti (chaining). Seguire le citazioni di un documento e poi ancora &#8220;rovistare&#8221; nelle bibliografie e nei riferimenti degli autori citati.</p>
<p>3. Sfogliare, oltre che leggere (browsing). Mantenersi aggiornati anche su ciò che sembra interessarci solo indirettamente.</p>
<p>4. Seguire delle fonti di cui ci fidiamo (monitoring), iscriversi a e-alert di riviste che ci piacciono, aprire &#8220;sistematicamente&#8221; siti interessanti.</p>
<p>5. Approfondire contenuti segnalati dalle fonti alle quali siamo approdati (extracting).</p>
<p>Sono i suggerimenti di David Ellis, in un classico articolo uscito nel 1993 sul Library Quarterly.</p>
<p>Questione di fortuna? Può darsi. Ma molto dipende anche dal nostro atteggiamento: &#8220;the researcher need to cultivate a mind-set that examines a range of unusual sources as potential contributions to the research project&#8221;, scrivono Nutefall e Mentzell Ryder sul Journal of Academic Librarianship. Talvolta basta poco:  come un tempo si raccomandava di scorrere con gli occhi gli scaffali sopra e sotto a quello nel quale avevamo trovatoil libro che ci interessava, oggi il consiglio è di guardare almento la Table of Contents del fascicolo che ospita l&#8217;articolo appena scaricato da internet. La ricerca (clinica, bibliografica, di ogni genere)  non dev&#8217;essere la somma di fatti ma &#8220;a generative activity&#8221; in cui ogni fonte, ogni testo consultato sia considerato come un elemento di una conversazione più ampia, di un lavoro che coinvolge tante persone, motle delle quali noi neanche conosciamo.</p>
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		<title>Chi non è della Google Generation?</title>
		<link>http://dottprof.com/2010/08/chi-non-e-della-google-generation/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 11:06:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>

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		<description><![CDATA[Semplice.
1. Per leggere qualcosa devi stamparla.
2. Se mandi una mail telefoni per sapere se l&#8217;hanno ricevuta.
Non sei un &#8220;nativo digitale&#8221; e nel tuo cervello non c&#8217;è spazio per quel minimo di mappa mentale che ti permetterebbe di capire &#8211; tanto per dirne una &#8211; come funziona l&#8217;informazione su internet. Non hai chiaro nella testa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/Bambina-e-ragazza-che-leggono-Fkf-2008.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1105" title="Bambina e ragazza che leggono Fkf 2008" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/08/Bambina-e-ragazza-che-leggono-Fkf-2008.jpg" alt="" width="201" height="125" /></a>Semplice.</p>
<p>1. Per leggere qualcosa devi stamparla.</p>
<p>2. Se mandi una mail telefoni per sapere se l&#8217;hanno ricevuta.</p>
<p>Non sei un &#8220;nativo digitale&#8221; e nel tuo cervello <strong>non c&#8217;è spazio per quel minimo di mappa mentale</strong> che ti permetterebbe di capire &#8211; tanto per dirne una &#8211; come funziona l&#8217;informazione su internet. Non hai chiaro nella testa che un conto è un database, altro è un catalogo librario e altro ancora un motore di ricerca. Per cui, per te, Pubmed vale Science Direct e tra questi due e Google praticamente non c&#8217;è differenza (anzi, per te c&#8217;è: i due li consideri e Google no).</p>
<p>La Google Generation, si diceva. Per qualcuno (come Hannah Spring, editorialista di Health Information and Libraries Journal) è <strong>una generazione a rischio dal punto di vista culturale</strong>: chi ne fa parte ha la tendenza a navigare in superficie, a non approfondire l&#8217;informazione online, muovendosi rapidamente tra le pagine web e dando solo un&#8217;occhiata fugace a ciò che trova. Ancora: la ricerca è importante di per sè, non è un mezzo ma il fine (&#8220;more emphasis is placed on the journey to the information than the arrival at it&#8221;.</p>
<p>La Google Generation ha un vantaggio: <strong>sa usare la Rete, sa stare in rete.</strong> Sa che la ricerca (clinica, documentale: tutta) non è un&#8217;attività individuale e ci può stare che qualcuno stia più in superficie e qualcun altro scenda, si immerga, approfondisca. Perché quello che uno avrà trovato saprà come condividerlo e il confronto è la ricerca, è l&#8217;approfondimento.</p>
<p>Spring H. Health professionals of the futurre: teaching information skills to the Google Generation. Health Information and libraries 2010;27:158-62.</p>
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		<title>Raccontare la malattia con un fumetto</title>
		<link>http://dottprof.com/2010/07/raccontare-la-malattia-con-un-fumetto/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 13:19:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dfrati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Miscellanea]]></category>
		<category><![CDATA[alzheimer]]></category>
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		<category><![CDATA[illustrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Ma l&#8217;illustrazione può davvero:
• essere uno strumento efficace ed utile al paziente per capire meglio la sua patologia?
• migliorare la comprensione della diagnosi e della prognosi, stimolando domande più consapevoli da parte del paziente?
• influire sulle relazioni medico-paziente?
• essere uno strumento didattico utile per insegnare cose come l&#8217;etica professionale, ecc?
• migliorare le capacità di osservazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/rughedottprof.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1075" title="rughedottprof" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/rughedottprof-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Ma l&#8217;illustrazione può davvero:<br />
• essere uno strumento efficace ed utile al paziente per capire meglio la sua patologia?<br />
• migliorare la comprensione della diagnosi e della prognosi, stimolando domande più consapevoli da parte del paziente?<br />
• influire sulle relazioni medico-paziente?<br />
• essere uno strumento didattico utile per insegnare cose come l&#8217;etica professionale, ecc?<br />
• migliorare le capacità di osservazione e diagnosi degli studenti di medicina, incidendo positivamente sull&#8217;empatia?</p>
<p>Se lo sono chiesti con fiducia Michael J Green e Kimberly R Myers, aprendo la discussione sulle pagine del BMJ. Fiduciosi hanno concluso la loro riflessione con un verdetto ottimistico: le graphic novel e i fumetti sono un modo creativo ed efficace per capire ed insegnare meglio la malattia. Se non bastasse: i temi trattati, la struttura e la sempre crescente popolarità proprie del mezzo sono caratteristiche che destinano rendono la narrazione per illustrazioni ad essere in sintonia con un numero sempre maggiore di medici.<br />
Sicuramente il raccontare per illustrazioni ha un grande potere, quello di rendere accessibili questioni estremamente difficili e delicate. Basti pensare al <a href="http://www.mangialibri.com/node/5726" target="_blank">Maus</a> di Art Spiegelman e alla sua potenza nel raccontare la vecchiaia, l&#8217;olocausto, l&#8217;amore, la depressione post-partum, il suicidio&#8230;</p>
<p>Ma che succede se proviamo vedere cosa accade quando la creatività di grandi autori del fumetto internazionale si mette al servizio della malattia (quando riguarda la mente), portandoci dal punto di vista del malato? Leggere inciderebbe positivamente sullo stigma? E sull&#8217;empatia?</p>
<p>Miguel Gallardo ci parla di autismo. Gallardo è un disegnatore professionista per il New York Times, l&#8217;Herald Tribune, il New Yorker, ed ha una figlia autistica. Nella graphic novel<a href="http://www.comma22.com/index.php/catalogo/prodotto/nome/Maria+e+io/id/55" target="_blank"> Maria ed io</a>, ci mostra il suo modo di comunicare con la figlia Maria che avviene da sempre per mezzo dei disegni. Il libro, il suo taccuino di viaggio, è diventato un libro sui disturbi dello sviluppo che, con l&#8217;apparato narrativo del fumetto, riesce a spiegare l’autismo agli adulti, attraverso gli occhi di una bambina.</p>
<p>Nate Powell ci parla di schizofrenia in <a href="http://www.mangialibri.com/node/5923" target="_blank">Portami via</a>. Nel racconto, l&#8217;adolescenza e la schizofrenia corrono su due binari paralleli, con un preciso compito: narrare lo spaesamento dell&#8217;adolescenza con i suoi umori e la sua percezione della realtà, riuscendo a smorzare i toni dell&#8217;alienazione propria del disturbo psichico. Leggendo si ha la sensazione che ciò che sta accadendo sulla pagina sia tecnicamente complesso da decifrare. Voci disturbanti e tempi diluiti sono tutti ingredienti perfetti per rappresentare la schizofrenia in parole ed immagini &#8211; senza mai attingere al linguaggio clinico &#8211; e per portarci così vicino ai personaggi da poter stare dentro i loro incubi e percepire le loro distorsioni.</p>
<p>A David B la parola sull&#8217;epilessia. David B è un fumettista francese che tra il 1996 e il 2003 ha pubblicato sei album dedicati alla storia della malattia del fratello. In Italia i racconti sono raccolti in un unico volume, <a href="http://www.coconinopress.com/store/catalogo.asp?scheda=350#cima" target="_blank">Il grande male</a>, per una narrazione che attraverso le immagini parte dalla malattia, passa per la tragedia della sua famiglia, per arrivare a toccare più universalmente la Storia degli uomini, attraverso un susseguirsi di crisi epilettiche, vista con il occhi di un bambino. Un percorso, che dalla malattia arriva all&#8217;analisi storico-sociale, un po&#8217; come Sigmund Freud ne Il disagio della civiltà&#8230;</p>
<p>L&#8217;autore spagnolo Paco Rocha ci parla di Alzheimer, in <a href="http://www.mangialibri.com/node/2924" target="_blank">Rughe</a>, una graphic novel che racconta – con toni leggeri, ma non meno struggenti – di uomo e della sua memoria che sfugge, ma anche di un gruppo di anziani ospiti di una casa di riposo e della loro ricchezza emozionale. Un apologo sulla vecchiaia e la memoria chiudono la storia, che in un susseguirsi di tavole, oltre a commuovere e far riflettere, ci riporta con il tema della vecchiaia a <a href="http://www.mangialibri.com/node/5726" target="_blank">Maus</a>, a Spiegelman, a suo padre&#8230;</p>
<p>Siamo dalla parte della malattia e si può arrivare così vicini a quelle parti della nostra mente con le quali noi forse conviviamo meglio, da uscire arricchiti dalla lettura, riuscendo a coesistere &#8211; stigmatizzando meno &#8211; con chi da quelle parti della mente è abitato. Buona lettura. Meglio: buona visione.</p>
<p><em>di Norina Wendy Di Blasio</em></p>
<p>Riferimenti<br />
Green MJ, Myers KR. Graphic medicine: use of comics in medical education and patient care. BMJ 2010;340:c863<br />
Il blog di <a href="http://miguel-gallardo.blogspot.com" target="_blank">Miguel Gallardo</a></p>
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		<title>Chi (non) ha paura dei ciarlatani?</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 15:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dfrati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Miscellanea]]></category>
		<category><![CDATA[ciarlatani]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[malpractice]]></category>

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		<description><![CDATA[Qual è il segreto del successo dei ciarlatani? Quali sono i soggetti più a rischio di cadere vittima di questi tristi figuri? Ci si esercita su questo argomento nella rubrica Views &#38; Reviews del British Medical Journal di questa settimana.
Theodore Dalrymple, medico in pensione con il pallino della scrittura, cita un presunto saggio francese del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/479px-Pietro_Longhi_015.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1062" title="479px-Pietro_Longhi_015" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/479px-Pietro_Longhi_015-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Qual è il segreto del successo dei ciarlatani? Quali sono i soggetti più a rischio di cadere vittima di questi tristi figuri? Ci si esercita su questo argomento nella rubrica Views &amp; Reviews del <em>British Medical Journal</em> di questa settimana.</p>
<p>Theodore Dalrymple, medico in pensione con il pallino della scrittura, cita un presunto saggio francese del 1867 (“Ciarlatani e ciarlataneria in Medicina: uno studio psicologico” di tale Dr. Verdo – che pronunciato all’anglosassone, si badi bene, diventa “Virdo”, parola foneticamente assai simile a “Weirdo”, appellativo perfetto per scienziati pazzi, chirurghi strampalati e roba simile). Il medico di Marmande, cittadina della regione francese della <em>Lot</em>-et-<em>Garonne, nel suo arguto saggio procederebbe a una classificazione delle vittime dei ciarlatani e poi dei ciarlatani stessi.</em>I ciarlatani invece il nostro ineffabile Dr. Verdo li divide in due macro-categorie: pubblici e privati. I primi vestono in modo sgargiante e gridano nelle piazze (l’equivalente di oggi potrebbe essere il Web, che ne dite?) “sostenendo di aver appreso il segreto della loro panacea nel mistico Oriente”, i secondi si proclamano specialisti ed esercitano la loro arte nefanda al riparo dagli sguardi indiscreti, in studi arredati con finto lusso.</p>
<p>La parte del leone nella prima categoria – guarda un po’ – la farebbero le donne, “impressionabili, volubili, tenere, inclini a giudicare più con l’immaginazione e l’istinto che con la logica e il buonsenso”, seguite a distanza dagli artisti e dai poeti mistici, “anime sensibili e un po’ pazze che volteggiano sulla realtà cercando approdi disabitati e sconosciuti”. Dopo di loro in classifica nell’ordine bari, soldati, marinai, industriali, speculatori (gente che ama il rischio quindi) e braccianti (ignoranti e superstiziosi). I meno suscettibili alle lusinghe dei ciarlatani sarebbero i medici, i filosofi e gli scienziati in genere, “avvezzi a esaminare le cause degli eventi e a svelare i segreti della Natura, sempre attenti a evitare gli errori di giudizio che potrebbero far credere all’azione del soprannaturale”.</p>
<p>Ma dove nasce il fascino dei ciarlatani, la loro capacità invincibile di far presa su migliaia, milioni di persone? “L’inclinazione al meraviglioso è insita nella natura umana, anzi la credulità è uno delgi attributi che distinguono l’uomo dagli altri animali”. Il buon Dalrymple, medico burlone, chiosa sornione: “Succede perché abbiamo paura dell’ignoto ma allo stesso modo del noto, e saltelliamo dall’uno all’altro in cerca di sollievo”.</p>
<p>Fonte: Dalrymple T. Fear of the known. BMJ 2010;341:c3912</p>
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		<title>Librai indipendenti e mezze stagioni</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 08:32:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>

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		<description><![CDATA[Non ci sono più né gli uni né gli altri. Spariti, come i sapori di una volta (ah, quelle fragole di quando ero bambino non le ho più ritrovate. E quelle pesche in Turchia). Elizabeth Strout vince il premio Bancarella e l’intervista su Repubblica riesce a non dire nulla del libro, perdendosi in una tanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/ragazza-che-legge-metro.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1070" title="ragazza che legge metro" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/ragazza-che-legge-metro.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Non ci sono più né gli uni né gli altri. Spariti, come i sapori di una volta (ah, quelle fragole di quando ero bambino non le ho più ritrovate. E quelle pesche in Turchia). Elizabeth Strout vince il premio <a href="http://www.premiobancarella.info/">Bancarella</a> e l’intervista su <em>Repubblica</em> riesce a non dire nulla del libro, perdendosi in una tanto nostalgica quanto inutile celebrazione dei librai indipendenti. Aridaje, con questa “indipendenza”. L’articolo me l’ha dato Simona, libraia purtroppo assai poco “indipendente” dal momento che nella gestione del suo punto vendita Einaudi i margini di manovra sono pochissimi (novità “a sorpresa” come tempi e quantità, sconti non negoziati e così via).</p>
<p>Ci mancava proprio, questa intervista alla Strout. Ora sappiamo che…</p>
<ol>
<li>i librai italiani non conoscono l’inglese,</li>
<li>i librai indipendenti “non sono mai i meri venditori di un prodotto”,</li>
<li>esistono alcuni librai negli Stati Uniti che consigliano libri da leggere (capperi!),</li>
<li>in certi “paesini americani” i librai “guidano concretamente le persone verso ciò che può aiutarle ad approfondire il significato e le ragioni del loro stare al mondo” (bum!),</li>
<li>i grandi editori, “in modo ovvio e triste”, sono fortemente interessati alla pubblicazione di libri che sembrano loro ben commerciabili (i piccoli editori no, invece).</li>
</ol>
<p>L’unico libraio che in 50 anni mi ha consigliato dei libri ha gusti diversi dai miei: così, i suoi sono stati “sconsigli” più che suggerimenti. La cosa migliore è come fa Simona che ti dice “questo l’ha preso Raffaela: appena la vedo le chiedo com’è e te lo dico”. Si riferisce al libro che sto sfogliando: <strong><a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/massimiliano-panarari/l-egemonia-sottoculturale/978880620483">L’egemonia sotto culturale</a></strong>, di Massimiliano Panarari. Libro che finisce nello zainetto senza attendere pareri: oggi lo leggo e magari capisco pure perché nell’Italia di Simona Ventura è meglio decidere da soli senza chiedere consigli.</p>
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