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	<title>dottprof.com &#187; Letture</title>
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	<description>Tecnologia, comunicazione e risorse in medicina: tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere...</description>
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		<title>Sono finiti i conflitti di interesse</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 16:07:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come ha ricordato la rivista di una grande catena di distribuzione libraria americana, con la primavera è tempo di fare spazio in libreria liberandosi di pagine inutili. Non sapevo da dove cominciare quando mi è venuta in soccorso la Guidance on collaboration between healthcare professionals and the pharmaceutical industry. Dopo averla letta (tranquilli, è una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2414" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Libri_Farmaci_Cestino_Leggera" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Libri_Farmaci_Cestino_Leggera-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Come ha ricordato la <a title="Link alla rivista di Barnes and Noble" href="http://bnreview.barnesandnoble.com/t5/Reviews-Essays/Spring-Cleaning/ba-p/7449#.T4qLfIUf1ME.facebook" target="_blank">rivista </a>di una grande catena di distribuzione libraria americana, con la primavera è tempo di fare spazio in libreria liberandosi di pagine inutili. Non sapevo da dove cominciare quando mi è venuta in soccorso la <a title="Link al PDF della Guidance on collaboration between healthcare professionals and the pharmaceutical industry" href="http://www.rcpsych.ac.uk/pdf/Guidance%20on%20collaboration%20between%20healthcare%20professionals%20and%20the%20pharmaceutical%20industry.pdf" target="_blank">Guidance on collaboration between healthcare professionals and the pharmaceutical industry</a>. Dopo averla letta (tranquilli, è una cosa di pochi minuti) ho buttato un bel po&#8217; di libri: c&#8217;ero affezionato, ma la Guidance mi ha fatto capire che sono decisamente superati. O, comunque, fuori moda.</p>
<p>Vediamo perché: di seguito, in tondo, alcune delle cose che tu &#8211; medico &#8211; <span style="text-decoration: underline;">dovresti</span> sapere. In corsivo blu quello che credevo di sapere avendo letto i libri finiti nel cestino.</p>
<p>The pharmaceutical industry is critical to delivering innovation in medicine.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Lungo 15 anni di ricerca e sviluppo, i governi di Stati Uniti, Europa e Giappone hanno speso più di tre volte tanto rispetto a quanto abbiano fatto le industrie private per gli studi nelle scienze di base, lo sviluppo di farmaci e gli studi clinici che hanno portato a farmaci efficaci. (Merril Goozner. The $800 million pill. The truth behind the cost of new drugs. Berkeley: The University of California Press, 2004).</em></span></p>
<p>Bringing medicines to patients is a collaborative process. Most of the trials conducted in the UK are collaborations between industry and academic centres.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Le industrie farmaceutiche oggi disegnano studi clinici perché siano condotti da ricercatori che sono poco più di mani in affitto, sia che i trial siano portati avanti in centri accademici, sia che siano condotti negli studi di medici. Le aziende sponsor trattengono i dati e nei trial multicentrici possono persino impedire ai ricercatori di accedere ai risultati. Inoltre, analizzano e interpretano i dati e decidono cosa e se pubblicarli. (Marcia Angell. The truth about the drug companies. New York: Random House, 2004).</span></em></p>
<p>Information about industry-sponsored trials is publicly avalaible.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>L&#8217;agenzia regolatoria europea ha annunciato l&#8217;intenzione di rendere pubblici i report degli studi clinici dopo la conclusione della revisione della domanda di immissione in commercio ed è un importante precedente. Ma la FDA (&#8230;) è ancora invischiata nella segretezza dei dati. (Peter Doshi e Tom Jefferson. D<a title="Link all'articolo di Doshi e Jefferson sul New York Times" href="http://www.nytimes.com/2012/04/11/opinion/drug-data-shouldnt-be-secret.html" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">rug Data Shouldn&#8217;t be secret</span></a>. The New York Times, 10 aprile 2012).</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Industry plays a valid and important role in the provision of medical education.</span></p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Molto spesso i medici sono più influenzati dal parere di colleghi che da quanto afferma l&#8217;industria. Così, le aziende si affidano alle agenzie di ECM per avere medici che supportino i propri prodotti e ne parlino in modo elogiativo. Questo è chiamato &#8216;medical education&#8217;. (Joe Torre. Cit. in Jerome Kassirer: On the take: How medicine&#8217;s complicity with big business can endanger your health. Oxford: Oxford UP, 2005).</span></em></p>
<p>Industry relies upon the information it receives from healthcare professionals.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Questa affermazione è assolutamente vera. Basti leggere il libro di Goozner, che spiega come sia fondamentale il ruolo dei ricercatori pubblici nello sviluppo dei medicinali e come molti scienziati abbiano in passato trasmesso alle industrie informazioni chiave per la finalizzazione dei prodotti farmaceutici nelle fasi conclusive del processo di sviluppo.</em></span></p>
<p>Medical representatives can be a useful resource for healthcare professionals.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>La funzione quotidiana dell&#8217;economia del regalo dell&#8217;industria farmaceutica agisce limitando e distogliendo l&#8217;attenzione dall&#8217;interesse economico e dal calcolo che esiste ad ogni livello della promozione di medicinali. L&#8217;industria lavora intensamente per mantenere un&#8217;economia del relax tra medici e informatori, dove le decisioni sulla prescrizione devono sembrare prese sulla base di criteri diversi da quelli reali. Di conseguenza, viene a determinarsi un&#8217;economia dell&#8217;assistenza sanitaria che riguarda in pieno il malato ma che al tempo stesso col paziente non ha nulla a che fare. (Michael J. Oldani. Thick prescription: toward an interpretation of pharmaceutical sales practices. Med Anthropol Q 2004;18:326-56.)</em></span></p>
<p>Information provided to patients is tightly controlled.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Non c&#8217;è dubbio che l&#8217;informazione diretta ai consumatori sia fuorviante per i cittadini, molto più di quanto non possa apportare benefici. Esercita una pressione nei confronti del medico per prescrivere farmaci nuovi, costosi e spesso relativamente utili, persino quando una scelta più &#8220;conservatrice&#8221; avrebbe potuto essere migliore e più sicura. (Marcia Angell, citata).</span></em></p>
<p>Industry takes its responsibility to monitor adverse events very seriously.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Per festeggiare questa buona notizia ho gettato nel cestino il libro di Jerry Avorn. Powerful medicines: the benefits, risks, and costs of prescription drugs. New York: A. Knopff, 2004. Un&#8217;ottima cosa: pesava 8 etti e occupava un sacco di spazio.</span></em></p>
<p>Joint working programmes must deliver patient benefit.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Altra ottima novità. Ho messo nella stufa Hooked: ethics, the medical profession, and the pharmaceutical industry, di Howard Brody (Lanham: Rowman and Littlefields, 2007) e Big pharma: exposing the global healthcare agenda, di Jacky Law (New York: Carrol and Graf, 2006).</span></em></p>
<p>Leggere può aiutare a liberarsi di molte letture inutili.</p>
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		<title>Pulcini, progetti e tempi della crisi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:13:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando, in una precoce estate di quaranta anni fa, una gallina saltò sulla spalla di Silvio Garattini, intorno al tavolo erano seduti medici e farmacologi (e un editore). La gallina era il pulcino appena cresciuto regalato a Pasqua da genitori già un po&#8217; alternativi che avevano affiancato un dono eccentrico al più tradizionale uovo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, in una precoce estate di quaranta anni fa, una gallina saltò sulla spalla di Silvio Garattini, intorno al tavolo erano seduti medici e farmacologi (e un editore). <strong>La gallina era il pulcino appena cresciuto</strong> regalato a Pasqua da genitori già un po&#8217; alternativi che avevano affiancato un dono eccentrico al più tradizionale uovo di cioccolato. Il tavolo era quello di una casa romana dove, con una certa regolarità, ci si incontrava per immaginare una sanità diversa.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2374" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Taroni Malatesta Bissoni" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Taroni-Malatesta-Bissoni1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Il giovane direttore del Mario Negri non perse la calma, limitandosi ad osservare: “Non sapevo che anche a casa De Fiore ci fosse uno stabulario”. L’episodio della gallina mi tornava in mente ripassando <strong>il libro di Francesco Taroni, <em>Politiche sanitarie in Italia</em></strong>, in viaggio verso la presentazione di venerdì 20 aprile alla libreria COOP di Bologna. Una rilettura resa più facile dall’impostazione scelta dall’autore che ha riconosciuto otto tappe centrali nella storia della sanità del nostro Paese, articolando intorno ad esse le proprie argomentazioni.</p>
<p>Sul sito del Pensiero Scientifico (<a title="Prologo di &quot;Politiche sanitarie in Italia&quot;" href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/pdf/politiche_sanitarie_italia/prologo.pdf" target="_blank">qui</a>, per l&#8217;esattezza) puoi leggere il Prologo al libro; a pagina 5 e 6 quelli che Taroni definisce &#8220;le date&#8221; e &#8220;i momenti&#8221; delle politiche sanitarie italiane.</p>
<p><img class="alignleft  wp-image-2375" style="margin: 10px;" title="Errani Malatesta De Plato" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Errani-Malatesta-De-Plato-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Bella la caotica libreria inventata da Romano Montroni nel vecchio cinema Ambasciatori di Bologna dove, mentre assaggi un culatello, uno sconosciuto ti mette un braccio davanti cercando di prendere un Oscar Mondadori. Belli gli interventi alla presentazione, a iniziare da quello di <strong>Maria Malatesta</strong>, docente di Storia contemporanea all’università di Bologna (nella foto, alla sua sinistra De Plato). Quello di Francesco, dice, è il primo libro di storia della sanità italiana: dettagliato, completo, analitico, come solo un “classico” libro di uno storico. La ricostruzione, in effetti, si basa perlopiù su fonti primarie: dagli atti parlamentari a riviste e giornali d’epoca. Colma un vuoto (per una volta è vero) in una storiografia chiaramente sbilanciata verso la narrazione frammentaria degli stati di salute del popolo della penisola, piuttosto che verso gli assetti politico-istituzionali. Basti pensare ai divertentissimi libri di Carlo M. Cipolla che, sebbene fossero dedicati alla storia sociale di epoche pre-industriali, hanno per molti aspetti suggerito un approccio “microstorico” alle questioni riguardanti la salute; lasciando alla storiografia liberale il compito – solo in parte assolto – di un’analisi più sistematica centrata però più sui primi anni dell’unità d’Italia che sulle dinamiche del secondo dopoguerra.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2376" style="margin: 10px;" title="Fiorentini Taroni" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Fiorentini-Taroni-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Di questa metà del Secolo breve, soprattutto, scrive Taroni, osservando la realtà <strong>con un occhio decisamente “politico”</strong>. Lo sottolinea <strong>Gianni De Plato</strong>, che sembra ritenere inevitabile un approccio del genere essendo la sanità un contesto di eccezionale complessità, nel quale ogni decisione è destinata a influenzare in misura più o meno profonda ambiti apparentemente anche distanti. Questo “sguardo politico” mi tornava in mente insieme al pollo, perché insieme a Garattini, a quel tavolo, erano tutti medici o farmacologi (l’ho già detto ma giova ripeterlo): Franco Perraro, Pietro Paci, Elio Guzzanti, così come Giacomo Mottura o Alessandro Seppilli, Severino Delogu e Giovanni Berlinguer, clinici, igienisti, ricercatori, anatomo-patologi, ma tutti innamorati dell’idea di far nascere un servizio sanitario solidale e universale. <strong>Uno sguardo politico &#8211; non omogeneo &#8211; ma condiviso</strong>: va detto che l&#8217;obiettivo che si proponevano trovò un alleato prezioso nella raggiunta insostenibilità del sistema mutualistico. Come oggi, anche allora non c’era più una lira, insomma.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2377" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Errani Humanum est" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Errani-Humanum-est-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Più di allora, però, oggi la pressione economica e finanziaria sulla sanità è fortissima. L’innovazione – vera o presunta, utile o inutile – è proposta come “la” soluzione non solo dei problemi dell’assistenza ma anche della sostenibilità del sistema: <strong>investire nel “nuovo” farebbe risparmiare</strong>. In realtà, però, l’impegno degli amministratori, ha sottolineato il Governatore della Regione Emilia-Romagna, <strong>Vasco Errani</strong>, in un approfondito intervento, è tale che non solo la spesa per la sanità non è aumentata negli ultimi anni, ma è addirittura diminuita. Di fatto, un’amministrazione efficiente che orienti le scelte all’appropriatezza e all’equità è in grado di governare anche quella “emergenza over 65” alla quale si è riferito nel suo intervento <strong>Gianluca Fiorentini</strong>, direttore della Scuola Superiore di Politiche per la Salute di Bologna (nella foto sopra quella di Vasco Errani, accanto). Il “problema” della sanità, secondo Errani, non è nei costi quanto nel coraggio di scelte capaci di dar frutto nel medio o nel lungo periodo (come quelle concretizzate dal &#8220;ciclista&#8221; <strong>Giovanni Bissoni</strong>, nel suo lavoro da assessore alla sanità della Regione Emilia-Romagna&#8230;).</p>
<p>Probabil<img class="alignleft  wp-image-2378" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Presentazione Libreria Coop Bologna" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/04/Presentazione-Libreria-Coop-Bologna-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />mente, il nodo è anche &#8211; se non soprattutto &#8211; nel ritrovare armonia nel lavoro condiviso di politici, economisti, bioeticisti e professionisti sanitari.</p>
<p>In sostanza, la chiave allora è proprio in quel tavolo; quello della progettualità, del confronto aperto e trasparente. Un tavolo oggi troppo poco frequentato da medici, farmacisti, infermieri. Da loro, prima ancora che da chi è pressato da scadenze elettorali, dovrebbe venire l’esortazione ad una “pazienza del buongoverno” della salute. Per tornare a essere convinti, come <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Aneurin_Bevan">Aneurin Bevan</a>, che “malgrado tutte le preoccupazioni economiche e finanziarie, siamo stati capaci di fare la cosa più civile che esista al mondo”.</p>
<p>La domanda, allora, è proprio questa: ai tempi di questa crisi, stiamo dando risposte di civiltà?</p>
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		<title>Da chi dipende l&#8217;informazione indipendente?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 10:08:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Scrivanie vuote, quelle di medici e farmacisti. E, da poco, neanche un ricordo di un&#8217;esperienza da incorniciare. Dell&#8217;informazione sui farmaci e dispositivi medici garantita dall&#8217;Agenzia Italiana del Farmaco per un decennio, dal 2000 al 2009, non c&#8217;è più traccia. Non soltanto è stata interrotta, ma oggi non è più accessibile alla consultazione sul sito dell&#8217;Aifa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivanie vuote, quelle di medici e farmacisti. E, da poco, neanche un ricordo di un&#8217;esperienza da incorniciare. Dell&#8217;informazione sui farmaci e dispositivi medici garantita dall&#8217;Agenzia Italiana del Farmaco per un decennio, dal 2000 al 2009, non c&#8217;è più traccia. Non soltanto è stata interrotta, ma oggi non è più accessibile alla consultazione sul sito dell&#8217;Aifa.</p>
<p>Oddio, <strong>scrivanie vuote mica tanto</strong>: comunque ben affollate di riassunti di caratteristiche di prodotto, dépliant e, soprattutto, di quei reprint di riviste che rappresentano ormai il &#8220;gold standard&#8221; della pubblicità farmaceutica. Trial ciechi, randomizzati, multicentrici: sempre e comunque &#8220;controllati&#8221;. <strong>Più dall&#8217;industria che dalle autorità regolatorie</strong>.</p>
<p>Come scrive Anto<a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Scrivania-e-cornice.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2310" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Picture frame" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Scrivania-e-cornice-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>nio Addis sul <em>Sole 24 Ore Sanità</em> (<a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/AttivitaeditorialeAIFA.pdf">AttivitaeditorialeAIFA</a>), &#8220;dal 2009 in poi non è stato sviluppato nessun nuovo strumento informativo anche solo simile al Bollettino di Informazione sui Farmaci e addirittura questa attività non viene più citata nei documenti programmatici dell’AIFA. Tutto ciò non trova una spiegazione in ambito normativo. Infatti, oltre al mandato dell’AIFA, che risulta ancora chiaro sull’obbiettivo di dover avere un ruolo nell’informazione indipendente sui farmaci, i riferimenti legislativi che sostengono i capitoli di spesa per consentire all’AIFA i fondi necessari per importanti attività informative sono ancora validi.&#8221;</p>
<p>Evidentemente, il BIF e Reazioni (la rivista di farmacovigilanza) non erano gradite da chi le riceveva. Manco per sogno. &#8220;Un’indagine commissionata dall’AIFA nel 2009 al Censis e mai pubblicata, &#8211; spiega Addis &#8211; (&#8230;)  indica come le riviste curate dall’AIFA erano unanimemente conosciute dalla netta maggioranza dei medici interpellati (rispettivamente 98% e 83% per il BIF e Reazioni). In un report di 72 pagine del maggio 2009 il Censis descrive un apprezzamento plebiscitario da parte dei medici per le riviste AIFA, con percentuali incontrovertibilmente positive (oltre il 97%).&#8221;</p>
<p><strong>Quella prodotta dall&#8217;Aifa non era un&#8217;informazione indipendente</strong>, perché <em>dipendeva</em> fortemente dai bisogni formativi del personale sanitario e dalla domanda di salute dei cittadini. Ma garantire a medici e farmacisti un&#8217;informazione che si ponesse in una posizione dialettica (non necessariamente critica, beninteso) con quella proposta dall&#8217;industria era una scelta politico-culturale di fondamentale importanza. Anche perché, attraverso la distribuzione capillare, nelle case e negli studi del medico e del farmacista, di riviste e di libri è stata portata avanti una vera e propria rivoluzione culturale in ambito sanitario, finalizzata al recupero di un&#8217;attività essenziale e oggi quasi desueta: l<strong>a riflessione critica su contenuti professionali attraverso la lettura di opere compiute e coerenti</strong>. Libri e riviste interi, ma dimmi tu.</p>
<p>Ti pare poco. Non è un caso che oggi l&#8217;industria abbia quasi abbandonato ogni supporto a libri e riviste prodotti da editori indipendenti (ops: dipendenti da un insieme di ricavi, non solo o non tanto dai finanziamenti aziendali). Al medico e al farmacista giungono frammenti: reprint, newsletter, e-alert, schede volanti.</p>
<p><strong>Informazione in pillole</strong>, insomma. Dopo tutto, che ti aspettavi?</p>
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		<title>L&#8217;informazione scientifica: andiamoci piano</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 10:45:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gina Kolata, giornalista scientifica del New York Times, è a cena con James Watson: &#8220;Folkman curerà il cancro entro un paio d&#8217;anni&#8221;. Lui giura di non aver detto proprio così, ma la &#8220;non notizia&#8221; finisce il giorno dopo sulle pagine del quotidiano più conosciuto del mondo. L&#8217;aneddoto raccontato da Giuseppe Remuzzi sul Corriere della Sera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Giornali_primo_piano_leggera1.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2319" style="margin-right: 10px; margin-left: 10px;" title="Giornali_primo_piano_leggera" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Giornali_primo_piano_leggera1-150x150.jpg" alt="" width="111" height="122" /></a>Gina Kolata, giornalista scientifica del <em>New York Times</em>, è a cena con <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/James_Watson" target="_blank">James Watson</a>: &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Judah_Folkman" target="_blank">Folkman </a>curerà il cancro entro un paio d&#8217;anni&#8221;. Lui giura di non aver detto proprio così, ma la &#8220;non notizia&#8221; finisce il giorno dopo sulle pagine del quotidiano più conosciuto del mondo. L&#8217;aneddoto raccontato da Giuseppe Remuzzi sul <em>Corriere della Sera</em> del 25 marzo conferma che ovunque &#8211; dal bar al NYT &#8211; le opinioni sono considerate più attraenti delle evidenze scientifiche (nel caso specifico, purtroppo, le intuizioni del Maestro della angiogenesi non hanno portato a &#8220;soluzioni&#8221; diffuse nella terapia antitumorale).</p>
<p>Giustamente Remuzzi sostiene che il problema è nella non disponibilità di ricercatori e giornalisti a riconoscere i limiti del proprio lavoro: tutto dev&#8217;essere &#8220;vero&#8221; per forza, senza alcun dubbio. Ma <strong>il punto è anche, o soprattutto, nell&#8217;eccesso di velocità.</strong><br />
Se ti capita la fortuna di ascoltare una frase di Folkman che ti può aiutare a costruire un articolo da prima pagina, non avrai tempo per verificare né per cercare una &#8220;seconda opinione&#8221;: buona la prima, insomma. È il ritmo della &#8220;fast science&#8221;, scrive preoccupata Francoise Baylis sul <a title="Articolo di F. Baylis sul Forum dell'Hastings Center" href="http://www.thehastingscenter.org/Bioethicsforum/Post.aspx?id=5780&amp;blogid=140" target="_blank">forum </a>dell&#8217;Hastings Center; gran parte del giornalismo scientifico è funzionale a questo modo di produrre informazione di scarsa qualità: l&#8217;obiettivo non è contribuire ad una maggiore consapevolezza del cittadino, ma sostenere l&#8217;economia: &#8220;if the research will contribute to the economy by creating new products, new services, and new jobs, &#8211; scribe la Baylis &#8211; then the research should be pursued – the faster, the better&#8221;.</p>
<p><strong><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Velocità.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2302" style="margin-right: 10px; margin-left: 10px;" title="Velocità" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/03/Velocità-150x150.jpg" alt="" width="112" height="114" /></a>Più veloce, meglio è.</strong></p>
<p>Baylis si richiama al movimento della <a title="Sito della Slow Science" href="http://slow-science.org/" target="_blank">Slow Science</a> che ricorda da vicino la nostra <a title="Sito di Slow Medicine" href="http://www.slowmedicine.it/" target="_blank">Slow Medicine </a>(che al contrario del meno intraprendente gruppo europeo non fa lo stesso intelligente investimento nei social network: <a title="Slow Medicine su Facebook" href="http://www.facebook.com/groups/219867934738443/" target="_blank">questa </a>è la pagina Facebook di Slow Medicine): la scienza ha bisogno di tempo per pensare e per leggere, per dialogare con le scienze umane e sociali, tempo per far depositare queste riflessioni. Di tempo per sbagliare.</p>
<p>Ecco: questo non manca mai.</p>
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		<title>Ebook, neve e la Szymborska</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 15:40:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Doppia pagina della &#8220;Lettura&#8221; sul Corriere di domenica per un giovanotto ladruncolo di nome e di fatto. Oggetto delle sue brame è l&#8217;ebook: confessa di scaricarne a mazzi dal web, beninteso da siti pirata e senza tirar fuori un euro. Eppure, anche lui vive di diritti d&#8217;autore sulle vendite dei suoi libri pubblicati con Bompiani: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/02/gatto_con_ebook.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2242" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="gatto_con_ebook" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/02/gatto_con_ebook.jpg" alt="" width="240" height="160" /></a>Doppia pagina della &#8220;Lettura&#8221; sul Corriere di domenica per un giovanotto ladruncolo di nome e di fatto.<br />
Oggetto delle sue brame è l&#8217;ebook: confessa di scaricarne a mazzi dal web, beninteso da siti pirata e senza tirar fuori un euro. Eppure, anche lui vive di diritti d&#8217;autore sulle vendite dei suoi libri pubblicati con <a href="http://bompiani.rcslibri.corriere.it/autore/latronico_vincenzo.html">Bompiani</a>: &#8220;pur avendo ogni interesse &#8216;egoista&#8217;, in quanto scrittore, a che i diritti d&#8217;autore siano rispettati, non li rispetto&#8221;.<br />
Nel suo diluvio di confessioni domenicali si salva la goccia della frase di Nanni Balestrini, secondo il quale il libro è una sorta di incidente di percorso della letteratura: prima di Gutenberg e dopo Berners Lee, la parola scritta fece e farà a meno della carta. Chi può dirlo? Forse nessuno, anche se non passa giorno che non piovino opinioni sugli ebook. Di questi tempi, sembra esistano solo la neve e i libri digitali.</p>
<p>L&#8217;Associazione Editori &#8220;scopre&#8221; che sono a rischio di pirateria: &#8220;dei 19.000 e-book in commercio, oltre 15.000 sono anche disponibili al download in copia pirata. E ancora, dei 25 (libri cartacei) best seller nella classifica della settimana scorsa di Ibs, almeno 19 avrebbero già una versione pirata. Il «tasso di pirateria» non cambia peraltro tra i libri per cui esiste una versione legale (si trova quella pirata nel 76,5% dei casi) e quelli per cui non esiste (75%).&#8221;  La cosa divertente è che Latronico ammette di rubarli e, soprattutto, di abbandonarne presto la lettura: sarà vero che, senza la leva del costo, qualsiasi bene perde di interesse?  La pirateria è un passatempo troppo facile per essere sconfitto, sostiene Paul Tassi su <a href="http://www.forbes.com/sites/insertcoin/2012/02/03/you-will-never-kill-piracy-and-piracy-will-never-kill-you/3/">Forbes</a>, e forse ha ragione nel dire che (se i pirati sono ormai &#8220;eroi buoni&#8221; per i giovani) alla lunga non ci faranno del male. In uno scenario così poco decifrabile, ad avere certezze sono solo i profeti entusiasti di IfBookThen che prevedono derive apocalittiche per il libro tradizionale.</p>
<p>Naufragio più che probabile, intendiamoci, ma siamo sicuri sia colpa (o merito?) dell&#8217;ebook? Un gennaio da dimenticare (vedi i dati di <a href="http://www.thebookseller.com/news/retail-sales-see-%27second-worst-january%27-since-records-began.html">The Bookseller</a>) potrebbe essere piuttosto dovuto alla scarsa di vena dei narratori, alla ripetitività di una saggistica solo (o quasi) televisiva o alla mancanza di fantasia di librerie che pensano di risolvere il problema sistemando qua e là qualche scomoda poltroncina.<br />
Il libro, come lo conosciamo, è probabile che non sopravviva ad editori e librai, altro che ad internet. E, comunque, non sarà l&#8217;ebook a farlo fuori. Piuttostotutti noi, con Facebook, Twitter o YouTube.<br />
Chiudo. E ascolto Licia Miglietta <a href="http://www.youtube.com/watch?v=dQ7qFd_punc">recitare </a>la Szymborska.</p>
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		<title>Dieci libri per la rivoluzione (della sanità)</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:32:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vuole, semplicemente, la terza rivoluzione nell’assistenza sanitaria. Difficile non essere d’accordo con il suo Manifesto. Così come non accettare di mettere una firma sotto alle soluzioni che propone. L’arma con cui farla, la rivoluzione, non fa male anche se può essere una bomba: è la conoscenza. Del resto, Muir Gray è stato uno degli animatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/Muir-Gray_foto_piccola.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2233" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Muir Gray_foto_piccola" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/Muir-Gray_foto_piccola.jpg" alt="" width="132" height="200" /></a>Vuole, semplicemente, la <a href="http://www.bvhc.co.uk/the-transformation-shop.php">terza rivoluzione </a>nell’assistenza sanitaria. Difficile non essere d’accordo con il suo <a href="http://muirgray.net/?page_id=2">Manifesto</a>. Così come non accettare di mettere una firma sotto alle <a href="http://muirgray.net/?page_id=741">soluzioni </a>che propone.</p>
<p>L’arma con cui farla, la rivoluzione, <strong>non fa male anche se può essere una bomba</strong>: è la conoscenza. Del resto, Muir Gray è stato uno degli animatori della Cochrane Collaboration in Gran Bretagna e, soprattutto, direttore della National Library of Health del servizio sanitario inglese e Chief Knowledge Officer del programma nazionale inglese per l’introduzione della Information Technology nel servizio sanitario.</p>
<p>La sua ultima fissa è quella di una libreria (non biblioteca) dove si possa trovare subito, vicino all’ingresso, i dieci libri essenziali per governare un servizio sanitario. Quali saranno mai? Vediamoli subito.</p>
<ul>
<li>Il primo è di Avedis Donabedian: <em><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=534">Introduction to Quality Assurance</a></em>. (in Italia ha un titolo bello e strano, un&#8217;invenzione della curatrice, Stefania Rodella).</li>
<li>2. <em>How Much Is Enough</em> di Alain Enthoven.</li>
<li>3. <em>The Illness Narratives: Suffering, Healing and the Human Condition</em>, di Arthur Kleinman.</li>
<li>4. <em>Toyota Production System</em>, di Taiichi Ohno. “Remember the sub title”, raccomanda Gray: “beyond large scale production &#8211; personalised car production”.</li>
<li>5. <em><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=152">How to Practice and teach Evidence Based Medicine</a></em> di Sharon Strauss et al. “The original and still the best. We chose the name Centre for Evidence Based Medicine rather than Centre for clinical Epidemiology that the only difference between irritation and stimulation is the spelling, and the fact that irritation is more effective than stimulation as a driver of change”.</li>
<li>6. <em>Treating Individuals: From Randomised Trials to Personalised Medicine</em>, curato da Peter Rothwell: “builds on both Ohno&#8217;s customisation and EBM to launch personalised medicine”.</li>
<li>7. <em>Organizational Culture and Leadership</em>, di Edgar H. Schein: “This is the book on the most neglected aspect of healthcare – culture.</li>
<li>8. <em><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=23">Effectiveness and Efficiency: Random Reflections: Random Reflections on Health Services</a></em>, di Archie Cochrane: “The source of so many movements including the Cochrane Collaboration and EBM”.</li>
<li>9. <em>Administrative Behavior: A Study of Decision-making Processes in Administrative Organizations: A Study of Decision-making Processes in Administrative Organisations</em>, di Herbert A. Simon: “What a boring title , what an outstanding book by the man who first described satisficing, bounded rationality and the relationship between politicians and officials”.</li>
<li>10. <em>Social Determinants of Health</em>, di Michael Marmot and Richard Wilkinson: “The single simplest and clearest read on how poverty and inequality affect us all, not only the health of poor people”.</li>
</ul>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/banksy-19841.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2231" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="banksy-1984" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/banksy-19841-300x213.jpg" alt="" width="160" height="114" /></a>E fanno dieci.</p>
<p>Dopo di che, al termine dell’elenco pubblicato a puntate sulla propria pagina Facebook e rilanciato con una serie di tweet, Muir Gray aggiunge un altro titolo, ed è tutto un programma: <em>How to Talk About Books You Haven&#8217;t Read</em>, di Pierre Bayard: “Better to talk intelligently about a book even though you have not read it than never to have heard of it or have no idea what the book is about. This is a wonderful book. In part it is humorous, like Litmanship in the writings of Stephen Potter”.</p>
<p>Dei dieci libri che potrebbero sconvolgere la sanità (italiana?) <strong>tre sono nel catalogo</strong> <strong>del Pensiero</strong>. Mica male.</p>
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		<title>Chiedere numi in redazione</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 15:43:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“L’atto della lettura è a rischio&#8221;. Lo dice l&#8217;articolo di apertura del supplemento domenicale del Sole 24 Ore. E se a scriverlo è Alfonso Berardinelli è probabile sia così. &#8220;Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. (…) E’ una forma di arricchimento, implica una razionale e volontaria cura di sé.” Evidentemente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“L’atto della lettura è a rischio&#8221;. Lo dice l&#8217;articolo di apertura del supplemento domenicale del Sole 24 Ore. E se a scriverlo è Alfonso Berardinelli è probabile sia così.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Lettere_Flickr_3296410847_eac15b0d2b_o.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2126" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Lettere_Flickr_3296410847_eac15b0d2b_o" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Lettere_Flickr_3296410847_eac15b0d2b_o-300x200.jpg" alt="" width="150" height="100" /></a>&#8220;Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. (…) E’ una forma di arricchimento, implica una razionale e volontaria cura di sé.” Evidentemente, <strong>oggi la cura di sé è più estetica che interiore</strong>. “Il primo rischio per il lettore, il più originario e fra i più gravi, è il rischio di diventare, di voler diventare, scrittore, oppure, anche peggio, critico”. Leggere è destabilizzante perché espone al confronto con le idee degli altri e poi la tentazione è a un passo, ha ragione Berardinelli: <strong>quella di farsi lettore-speciale, iper-lettore, lettore-giudice</strong>, lettore-pedagogo.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Pacchetto_Flickr_5064664667_ce35e31c911.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2137" title="Pacchetto_Flickr_5064664667_ce35e31c91" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Pacchetto_Flickr_5064664667_ce35e31c911-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il mondo editoriale vive di queste figure a cavallo tra la parola letta e quella scritta. A loro il compito di ammettere o tenere fuori dall&#8217;ambiente quelli che Fabio Mauri chiamava &#8220;i non pertinenti&#8221;. Era a pagina 17 di uno dei libri più divertenti del secolo scorso:<em> I 21 modi di non pubblicare un libro</em>. Mauri era stato per anni a capo della redazione romana della Bompiani; entrambi pagati per aprire centinaia di buste e pacchetti e soprattutto per distinguere i pazzi dai savi, come diceva Umberto Eco, suo péndant a Milano. Ho ripreso in mano l&#8217;introvabile tascabile pubblicato dal Mulino dopo aver chiuso il libro di Cristiano Armati sulle <a href="http://giulioperroneditore.it/node/675"><em>Cose che gli aspiranti scrittori farebbero meglio a non fare ma che invece fanno</em></a>.</p>
<p>Quello dei &#8220;libri sui chi vorrebbe pubblicare libri&#8221; <strong>è ormai un genere a sé</strong>; c&#8217;è da scommettere che si vendano, sia per la frequente presenza vicino alla cassa della libreria, sia per l&#8217;aver raggiunto &#8211; la folla degli aspiranti autori-pubblicati &#8211; una dimensione preoccupante.  Scrivere una guida di questo tipo è cosa delicata perché l&#8217;autore dovrebbe dimostrare di saper mettere in pratica il decalogo proposto. Vero è che Armati si sofferma prudentemente su aspetti per lo più formali:</p>
<ul>
<li>rilega il manoscritto prima di mandarlo,</li>
<li>non essere insistente,</li>
<li>non millantare crediti inesistenti,</li>
<li>non credere di poter convincere un editor offrendogli prestazioni sessuali (mah)&#8230;</li>
</ul>
<p>La delicatezza di dare consigli a un giovane scrittore può essere protetta da un pizzico di understatement. Dal <strong>non prendersi (troppo) sul serio</strong>. Mauri c&#8217;era riuscito, eccome. E&#8217; che i tempi sono cambiati; ci sono ancora più &#8220;scrittori&#8221; in giro e anche più &#8220;editori&#8221;, magari provvisori. Mail e social network hanno resto tutto più semplice e rapido; è un&#8217;operazione veloce anche trasformare in libro i contenuti di un blog.</p>
<p><strong>Anche questo, come la lettura, espone a pericoli.</strong> Per esempio, al rischio di consigliare di &#8220;non chiedere numi sulle vostre mail&#8221; usando Facebook. Che è una cosa che gli aspiranti editori farebbero meglio a non scrivere e invece scrivono.</p>
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		<title>Internet in (cattiva) salute</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 15:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non perde occasione, Tim Berners Lee, per ricordare che lui, il web, l’aveva messo su per “far lavorare insieme la gente”. Difficile ritrovare questa intenzione iniziale nei due libri che ho appena letto. La ricostruzione su Sanità e web di Walter Gatti è ampia e originale: la storia di internet nei suoi rapporti con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non perde occasione, Tim Berners Lee, per ricordare che lui, il web, l’aveva messo su per “far lavorare insieme la gente”. Difficile ritrovare questa intenzione iniziale nei due libri che ho appena letto.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/ipad_iphone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2134" title="ipad_iphone" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/ipad_iphone-300x199.jpg" alt="" width="178" height="118" /></a>La ricostruzione su <em>Sanità e web</em> di Walter Gatti è ampia e originale: la storia di internet nei suoi rapporti con la sanità italiana è tracciata attraverso molte interviste, che talvolta hanno il sapore di conversazioni confidenziali. Quella di Eugenio Santoro, invece, è una panoramica più sistematica; non a caso la scansione del libro è “per generi” tecnologici. Più italiano il libro di Gatti. Più internazionale quello di Santoro. Neanche il più distratto dei lettori potrà uscire da queste pagine senza essersi fatto un’idea: ma quale? Un quadro così articolato si presta alle conclusioni più diverse. Ecco alcune possibili chiavi di lettura.</p>
<ul>
<li>Medicina e web: l&#8217;Italia non sconta ritardi: dal 1995 alcune importanti realtà istituzionali e soprattutto aziende profit sono su internet. Con poche eccezioni, però, l’urgenza rispondeva all&#8217;obiettivo di “essere sul web”:  <strong>l’assenza di pensiero strategico</strong> e di programmazione ha condizionato l’avvio di molte esperienze; in più di un caso, questo peccato originale non è stato scontato. Sembra impossibile ma c&#8217;è ancora chi vive internet come  &#8220;un male necessario&#8221;.</li>
<li>L’offerta disordinata e il diffuso analfabetismo del personale sanitario hanno indotto un <strong>uso immaturo di </strong><strong>internet</strong>; c&#8217;è poco da fare, ma la sottoscrizione di servizi professionali a pagamento, l’uso del web per progettare e sviluppare progetti di ricerca o per l’e-learning sono ancora poco frequenti.</li>
<li>Aprendo un sito, pochi si sono chiesti “Di cosa ha bisogno chi userà i miei servizi?” Tutti si sono invece domandati: “Che valore aggiunto può dare internet alla mia azienda, società scientifica, ordine professionale?” Nessuno ha capito che un servizio online ha senso solo se <strong>migliora la qualità della vita professionale</strong> (e di conseguenza anche quella personale). Il primo risultato è che il web non solo non ha aiutato come avrebbe potuto l’organizzazione del lavoro degli operatori, ma qualcuno lo vive addirittura come una complicazione.</li>
<li>Il secondo effetto di questo approccio è <strong>la povertà di investimenti non dettati dall’industria farmaceutica</strong>; tra le poche eccezioni, la straordinaria stagione di in-formazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco, non a caso bruscamente interrotta. Sul libro di Gatti, Roberto Turno, del <em>Sole 24 Ore</em>, scrive giustamente di “editori che non sanno vivere della propria capacità informativa e devono dipendere da finanziamenti delle imprese” farmaceutiche che a loro volta “disperdono potenzialità informative ed economiche”.</li>
</ul>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Santoro_Copertina.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2120" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Santoro_Copertina" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Santoro_Copertina.jpg" alt="" width="125" height="190" /></a>Il libro di Gatti è prezioso per il medico e il farmacista che avranno la pazienza di leggere tra le righe chi e come lo vuole fregare: tracciandone i comportamenti di navigazione, precisando il suo profilo in maniera sempre più accurata e vendendolo all&#8217;industria nei modi più vari, coinvolgendolo in finte survey (retribuite&#8230;) al solo scopo di promuovere i farmaci cosiddetti “maturi” che non giustificano più le visite degli informatori farmaceutici.</p>
<p>Purtroppo, una vera “rete” è di là da venire e il web è ancora visto per lo più come una biblioteca: fa rabbia che, a distanza di tanti anni, i libri stiano ancora tutti per terra come diceva John Allen Paulos.</p>
<p>La sensazione (la speranza?) è che queste cianfrusaglie digitali possano presto essere rese  marginali dalle reti spontanee che strumenti come Facebook e Twitter possono aiutare a far crescere. Con buona pace dei siti di prodotto dai nomi improbabili o delle superflue vetrine di associazioni, enti e ordini professionali. Gatti è prudente e non a caso dà spazio alle opinioni di chi, come Nicholas Carr o Gordana Kalan Zivec, enfatizzano i rischi più dei pregi del web.</p>
<p>Ho il sospetto, piuttosto, che i danni non siano causati dai social network ma dall&#8217;informazione a senso unico e non trasparente; e a questo riguardo i principali cattivi maestri alloggiano nelle redazioni dei giornali tradizionali.</p>
<p>Due libri utili, da leggere e su cui riflettere: uno a tracciare i meridiani, l’altro i paralleli di <strong>una geografia della medicina su internet</strong>, ancora in cattiva salute.</p>
<p>Gatti W. Sanità e web. Come Internet ha cambiato il modo di essere medico e malato in Italia. Milano: Springer, 2011. 326 pagine. Euro 26,00</p>
<p>Santoro E. Web 2.0 e social media in medicina. Come social network, wiki e blog trasformano la comunicazione, l’assistenza e la formazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2011. 360 pagine. Euro 25,00. <a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=564">Vuoi leggerlo?</a></p>
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		<title>Documentate perdite di tempo</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 20:57:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;iPad è la nostra anima, dice Maurizio Ferraris: riflette il nostro volto ed &#8220;è&#8221; noi perché al suo interno registriamo tutto: scritture, video, immagini, suoni. L&#8217;allievo di Vattimo gira l&#8217;Italia sostenendo un&#8217;idea interessante: tutti gli aggeggi che abbiamo in tasca, nello zaino o in borsa non servono per comunicare, ma per registrare il nostro stare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Facebook_al_buio.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2081" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Facebook_al_buio" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Facebook_al_buio-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>L&#8217;iPad è la nostra anima, dice Maurizio Ferraris: riflette il nostro volto ed &#8220;è&#8221; noi perché al suo interno registriamo tutto: scritture, video, immagini, suoni. L&#8217;allievo di Vattimo gira l&#8217;Italia sostenendo un&#8217;idea interessante: tutti gli aggeggi che abbiamo in tasca, nello zaino o in borsa <strong>non servono per comunicare, m</strong>a per registrare il nostro stare al mondo. Per costruire la nostra identità rendendoci &#8220;responsabili&#8221; grazie alla conservazione di tracce di ogni genere.</p>
<p>Avrà pure ragione ma tutta &#8216;sta registrazione è un problema.</p>
<ul>
<li>Leggere, riflettere e eventualmente rispondere a 100 mail assorbe in media mezza giornata di lavoro.</li>
<li>A un&#8217;azienda di grandi dimensioni la gestione delle informazioni superflue costa circa un miliardo di dollari l&#8217;anno.</li>
<li>&#8220;Lasciare tracce&#8221; via sms, Twitter o con messaggi su Facebook interrompe la concentrazione degli altri: servono 5 minuti per ritrovarla dopo un&#8217;interruzione di 30 secondi.</li>
</ul>
<p>Anche per questo, molte aziende hanno vietato di ricevere alert pubblicitari o mail private sugli account professionali. Così come suggeriscono ai dipendenti di disattivare l&#8217;alerting delle mail e dei messaggi in arrivo. Anche l&#8217;opzione &#8220;Reply all&#8221; è sotto processo: meglio evitare preferendo rispondere alle mail selettivamente e in modo personalizzato.</p>
<p>Il sospetto è che questa smania di registrazione abbia come conseguenza una documentalità ingovernabile. <strong>Tutti sappiamo lasciare tracce, ma pochi sanno come cancellare quelle inutili.</strong> &#8220;Getting data is easy, but selecting, storing, indexing, updating, and most importantly contextualizing the information is rather difficult&#8221;.</p>
<p>Ha ragione <a href="http://www.goodreads.com/book/show/4855536-data-flow">Sven Ehmann</a>: accumuliamo dati che non riusciamo a gestire.</p>
<p>Fonti: Ferraris M. Anima e iPad. Parma: Guanda, 2011</p>
<p>Spira J. <a href="http://www.overloadstories.com/2011/04/overload-101/">Overload</a>! How too much information is hazardous to your organization. NJ: Wiley, 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;e-book fa risparmiare</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 14:24:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Letture]]></category>
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		<category><![CDATA[editoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Il dorso di un libro misura in media due centimetri e mezzo. Dai, più o meno, mica vorrai stare lì a misurare. Dividi la lunghezza dell&#8217;insieme degli scaffali che hai in casa per questi due centimetri e mezzo: viene fuori quanti libri hai. Che poi, si chiamano &#8220;luci&#8221;, gli scaffali. Luci oscurate dai libri. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il dorso di un libro misura in media due centimetri e mezzo. Dai, più o meno, mica vorrai stare lì a misurare. Dividi la lunghezza dell&#8217;insieme degli scaffali che hai in casa per questi due centimetri e mezzo: viene fuori quanti libri hai. Che poi, si chiamano &#8220;luci&#8221;, gli scaffali. <strong>Luci oscurate dai libri</strong>. Ma non di questo volevo parlare adesso.</p>
<p>Volevo dire ch<strong><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/dollari-nel-libro.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2072" title="dollari nel libro" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/dollari-nel-libro-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a></strong>e da qualche parte, nascoste tra due pagine di un libro conservato negli 80 metri di ripiani di casa, ci sono 500 mila lire. Messe là a inizio di un&#8217;estate di tanti anni fa e mai recuperate. Succede regolarmente: nascondi una cosa e dimentichi dov<strong></strong>e. Tomasi di Lampedusa, quello del <em>Gattopardo</em>, diceva che la sua biblioteca nascondeva tesori: non per i titoli che o<strong></strong>spitava, ma per le lire dimenticate tra le pagine.  La collezione di libri di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cortazar">Julio Cortazar</a> è finita alla Fondazione Juan March di M<strong></strong>adrid. Hanno trovato due banconote in un libro, ma <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Jes%C3%BAs_Marchamalo" target="_blank">Jesús Marchamalo</a> che lo racconta <strong></strong>non dice se hanno restituito il tesoro agli eredi o lo hanno trattenuto nel libro. L&#8217;unico modo per ritrovarli, i soldi, è nasconderli con criterio: l&#8217;ideale è in una copia dell&#8217;Avaro di Molière o alla pagina della Garzantina alla voce &#8220;Soldi&#8221;, pe<strong></strong>r dire. Oppure, metti che ti avanzano dei dollari da un viaggio in America: mettili in una guida, no?</p>
<p>Meno male che adesso ci sono gli e-book. Sai quanti soldi risparmiati: dovremo trovare altri nascondigli.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Libri-soldi.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2071" title="Libri-soldi" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Libri-soldi-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a><strong>Ma gli e-book ci sono veramente?</strong> Nel 2010 hanno rappresentato lo 0,05 per cento del mercato del libro. A settembre di quest&#8217;anno, i titoli disponibili erano poco meno di 18 mila. Se confronti le due cifre noti l&#8217;asimmetria tra l&#8217;impegno degli editori e il disinteresse dei lettori. Dai dati presentati a Francoforte da AT Kearney e Book Republic c&#8217;è anche una disparità tra la penetrazione dei titoli e quella dei reader: la prima è più che doppia rispetto alla seconda. In sostanza: pochi hanno un Kindle (o altro device) ma chi lo ha carica parecchie cose da leggere.</p>
<p>La verità è che restano dei problemi da risolvere:</p>
<ul>
<li>se non aumenta il numero dei reader in circolazione, gli e-book non decollano</li>
<li>se non migliora la qualità della resa sui reader, difficile che la gente si appassioni</li>
<li>se non si risolve il problema dell&#8217;IVA (sui libri è al 4 per cento, sugli e-book al 21) tutto è più difficile</li>
<li>se non si governa la pirateria, agli editori non conviene investire se non per immagine</li>
<li>se le piattaforme di vendita non vengono maggiormente incontro agli editori, questi si stufano.</li>
</ul>
<p>E poi il problema più grande: <strong>oggi gli e-book cannibalizzano i libri.</strong> Il mercato complessivo è in calo: quindi, vendere più edizioni digitali non conviene a nessuno.</p>
<p>* Gli aneddoti sulla &#8220;scomparsa&#8221; dei soldi li ho letti su <em>Toccare i libri</em>, di Jesus Marchamalo. Firenze: Ponte alle grazie, 2011.</p>
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