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	<title>dottprof.com &#187; Letture</title>
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	<description>Tecnologia, comunicazione e risorse in medicina: tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere...</description>
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		<title>Dieci libri per la rivoluzione (della sanità)</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:32:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vuole, semplicemente, la terza rivoluzione nell’assistenza sanitaria. Difficile non essere d’accordo con il suo Manifesto. Così come non accettare di mettere una firma sotto alle soluzioni che propone. L’arma con cui farla, la rivoluzione, non fa male anche se può essere una bomba: è la conoscenza. Del resto, Muir Gray è stato uno degli animatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/Muir-Gray_foto_piccola.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2233" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Muir Gray_foto_piccola" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/Muir-Gray_foto_piccola.jpg" alt="" width="132" height="200" /></a>Vuole, semplicemente, la <a href="http://www.bvhc.co.uk/the-transformation-shop.php">terza rivoluzione </a>nell’assistenza sanitaria. Difficile non essere d’accordo con il suo <a href="http://muirgray.net/?page_id=2">Manifesto</a>. Così come non accettare di mettere una firma sotto alle <a href="http://muirgray.net/?page_id=741">soluzioni </a>che propone.</p>
<p>L’arma con cui farla, la rivoluzione, <strong>non fa male anche se può essere una bomba</strong>: è la conoscenza. Del resto, Muir Gray è stato uno degli animatori della Cochrane Collaboration in Gran Bretagna e, soprattutto, direttore della National Library of Health del servizio sanitario inglese e Chief Knowledge Officer del programma nazionale inglese per l’introduzione della Information Technology nel servizio sanitario.</p>
<p>La sua ultima fissa è quella di una libreria (non biblioteca) dove si possa trovare subito, vicino all’ingresso, i dieci libri essenziali per governare un servizio sanitario. Quali saranno mai? Vediamoli subito.</p>
<ul>
<li>Il primo è di Avedis Donabedian: <em><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=534">Introduction to Quality Assurance</a></em>. (in Italia ha un titolo bello e strano, un&#8217;invenzione della curatrice, Stefania Rodella).</li>
<li>2. <em>How Much Is Enough</em> di Alain Enthoven.</li>
<li>3. <em>The Illness Narratives: Suffering, Healing and the Human Condition</em>, di Arthur Kleinman.</li>
<li>4. <em>Toyota Production System</em>, di Taiichi Ohno. “Remember the sub title”, raccomanda Gray: “beyond large scale production &#8211; personalised car production”.</li>
<li>5. <em><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=152">How to Practice and teach Evidence Based Medicine</a></em> di Sharon Strauss et al. “The original and still the best. We chose the name Centre for Evidence Based Medicine rather than Centre for clinical Epidemiology that the only difference between irritation and stimulation is the spelling, and the fact that irritation is more effective than stimulation as a driver of change”.</li>
<li>6. <em>Treating Individuals: From Randomised Trials to Personalised Medicine</em>, curato da Peter Rothwell: “builds on both Ohno&#8217;s customisation and EBM to launch personalised medicine”.</li>
<li>7. <em>Organizational Culture and Leadership</em>, di Edgar H. Schein: “This is the book on the most neglected aspect of healthcare – culture.</li>
<li>8. <em><a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=23">Effectiveness and Efficiency: Random Reflections: Random Reflections on Health Services</a></em>, di Archie Cochrane: “The source of so many movements including the Cochrane Collaboration and EBM”.</li>
<li>9. <em>Administrative Behavior: A Study of Decision-making Processes in Administrative Organizations: A Study of Decision-making Processes in Administrative Organisations</em>, di Herbert A. Simon: “What a boring title , what an outstanding book by the man who first described satisficing, bounded rationality and the relationship between politicians and officials”.</li>
<li>10. <em>Social Determinants of Health</em>, di Michael Marmot and Richard Wilkinson: “The single simplest and clearest read on how poverty and inequality affect us all, not only the health of poor people”.</li>
</ul>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/banksy-19841.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2231" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="banksy-1984" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2012/01/banksy-19841-300x213.jpg" alt="" width="160" height="114" /></a>E fanno dieci.</p>
<p>Dopo di che, al termine dell’elenco, Muir Gray ne aggiunge un altro, ed è tutto un programma: <em>How to Talk About Books You Haven&#8217;t Read</em>, di Pierre Bayard: “Better to talk intelligently about a book even though you have not read it than never to have heard of it or have no idea what the book is about. This is a wonderful book. In part it is humorous, like Litmanship in the writings of Stephen Potter”.</p>
<p>Dei dieci libri che potrebbero sconvolgere la sanità (italiana?) <strong>tre sono nel catalogo</strong> del Pensiero. Mica male.</p>
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		<title>Chiedere numi in redazione</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 15:43:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“L’atto della lettura è a rischio&#8221;. Lo dice l&#8217;articolo di apertura del supplemento domenicale del Sole 24 Ore. E se a scriverlo è Alfonso Berardinelli è probabile sia così. &#8220;Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. (…) E’ una forma di arricchimento, implica una razionale e volontaria cura di sé.” Evidentemente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“L’atto della lettura è a rischio&#8221;. Lo dice l&#8217;articolo di apertura del supplemento domenicale del Sole 24 Ore. E se a scriverlo è Alfonso Berardinelli è probabile sia così.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Lettere_Flickr_3296410847_eac15b0d2b_o.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2126" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Lettere_Flickr_3296410847_eac15b0d2b_o" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Lettere_Flickr_3296410847_eac15b0d2b_o-300x200.jpg" alt="" width="150" height="100" /></a>&#8220;Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. (…) E’ una forma di arricchimento, implica una razionale e volontaria cura di sé.” Evidentemente, <strong>oggi la cura di sé è più estetica che interiore</strong>. “Il primo rischio per il lettore, il più originario e fra i più gravi, è il rischio di diventare, di voler diventare, scrittore, oppure, anche peggio, critico”. Leggere è destabilizzante perché espone al confronto con le idee degli altri e poi la tentazione è a un passo, ha ragione Berardinelli: <strong>quella di farsi lettore-speciale, iper-lettore, lettore-giudice</strong>, lettore-pedagogo.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Pacchetto_Flickr_5064664667_ce35e31c911.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2137" title="Pacchetto_Flickr_5064664667_ce35e31c91" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Pacchetto_Flickr_5064664667_ce35e31c911-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il mondo editoriale vive di queste figure a cavallo tra la parola letta e quella scritta. A loro il compito di ammettere o tenere fuori dall&#8217;ambiente quelli che Fabio Mauri chiamava &#8220;i non pertinenti&#8221;. Era a pagina 17 di uno dei libri più divertenti del secolo scorso:<em> I 21 modi di non pubblicare un libro</em>. Mauri era stato per anni a capo della redazione romana della Bompiani; entrambi pagati per aprire centinaia di buste e pacchetti e soprattutto per distinguere i pazzi dai savi, come diceva Umberto Eco, suo péndant a Milano. Ho ripreso in mano l&#8217;introvabile tascabile pubblicato dal Mulino dopo aver chiuso il libro di Cristiano Armati sulle <a href="http://giulioperroneditore.it/node/675"><em>Cose che gli aspiranti scrittori farebbero meglio a non fare ma che invece fanno</em></a>.</p>
<p>Quello dei &#8220;libri sui chi vorrebbe pubblicare libri&#8221; <strong>è ormai un genere a sé</strong>; c&#8217;è da scommettere che si vendano, sia per la frequente presenza vicino alla cassa della libreria, sia per l&#8217;aver raggiunto &#8211; la folla degli aspiranti autori-pubblicati &#8211; una dimensione preoccupante.  Scrivere una guida di questo tipo è cosa delicata perché l&#8217;autore dovrebbe dimostrare di saper mettere in pratica il decalogo proposto. Vero è che Armati si sofferma prudentemente su aspetti per lo più formali:</p>
<ul>
<li>rilega il manoscritto prima di mandarlo,</li>
<li>non essere insistente,</li>
<li>non millantare crediti inesistenti,</li>
<li>non credere di poter convincere un editor offrendogli prestazioni sessuali (mah)&#8230;</li>
</ul>
<p>La delicatezza di dare consigli a un giovane scrittore può essere protetta da un pizzico di understatement. Dal <strong>non prendersi (troppo) sul serio</strong>. Mauri c&#8217;era riuscito, eccome. E&#8217; che i tempi sono cambiati; ci sono ancora più &#8220;scrittori&#8221; in giro e anche più &#8220;editori&#8221;, magari provvisori. Mail e social network hanno resto tutto più semplice e rapido; è un&#8217;operazione veloce anche trasformare in libro i contenuti di un blog.</p>
<p><strong>Anche questo, come la lettura, espone a pericoli.</strong> Per esempio, al rischio di consigliare di &#8220;non chiedere numi sulle vostre mail&#8221; usando Facebook. Che è una cosa che gli aspiranti editori farebbero meglio a non scrivere e invece scrivono.</p>
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		<title>Internet in (cattiva) salute</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 15:15:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non perde occasione, Tim Berners Lee, per ricordare che lui, il web, l’aveva messo su per “far lavorare insieme la gente”. Difficile ritrovare questa intenzione iniziale nei due libri che ho appena letto. La ricostruzione su Sanità e web di Walter Gatti è ampia e originale: la storia di internet nei suoi rapporti con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non perde occasione, Tim Berners Lee, per ricordare che lui, il web, l’aveva messo su per “far lavorare insieme la gente”. Difficile ritrovare questa intenzione iniziale nei due libri che ho appena letto.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/ipad_iphone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2134" title="ipad_iphone" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/ipad_iphone-300x199.jpg" alt="" width="178" height="118" /></a>La ricostruzione su <em>Sanità e web</em> di Walter Gatti è ampia e originale: la storia di internet nei suoi rapporti con la sanità italiana è tracciata attraverso molte interviste, che talvolta hanno il sapore di conversazioni confidenziali. Quella di Eugenio Santoro, invece, è una panoramica più sistematica; non a caso la scansione del libro è “per generi” tecnologici. Più italiano il libro di Gatti. Più internazionale quello di Santoro. Neanche il più distratto dei lettori potrà uscire da queste pagine senza essersi fatto un’idea: ma quale? Un quadro così articolato si presta alle conclusioni più diverse. Ecco alcune possibili chiavi di lettura.</p>
<ul>
<li>Medicina e web: l&#8217;Italia non sconta ritardi: dal 1995 alcune importanti realtà istituzionali e soprattutto aziende profit sono su internet. Con poche eccezioni, però, l’urgenza rispondeva all&#8217;obiettivo di “essere sul web”:  <strong>l’assenza di pensiero strategico</strong> e di programmazione ha condizionato l’avvio di molte esperienze; in più di un caso, questo peccato originale non è stato scontato. Sembra impossibile ma c&#8217;è ancora chi vive internet come  &#8220;un male necessario&#8221;.</li>
<li>L’offerta disordinata e il diffuso analfabetismo del personale sanitario hanno indotto un <strong>uso immaturo di </strong><strong>internet</strong>; c&#8217;è poco da fare, ma la sottoscrizione di servizi professionali a pagamento, l’uso del web per progettare e sviluppare progetti di ricerca o per l’e-learning sono ancora poco frequenti.</li>
<li>Aprendo un sito, pochi si sono chiesti “Di cosa ha bisogno chi userà i miei servizi?” Tutti si sono invece domandati: “Che valore aggiunto può dare internet alla mia azienda, società scientifica, ordine professionale?” Nessuno ha capito che un servizio online ha senso solo se <strong>migliora la qualità della vita professionale</strong> (e di conseguenza anche quella personale). Il primo risultato è che il web non solo non ha aiutato come avrebbe potuto l’organizzazione del lavoro degli operatori, ma qualcuno lo vive addirittura come una complicazione.</li>
<li>Il secondo effetto di questo approccio è <strong>la povertà di investimenti non dettati dall’industria farmaceutica</strong>; tra le poche eccezioni, la straordinaria stagione di in-formazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco, non a caso bruscamente interrotta. Sul libro di Gatti, Roberto Turno, del <em>Sole 24 Ore</em>, scrive giustamente di “editori che non sanno vivere della propria capacità informativa e devono dipendere da finanziamenti delle imprese” farmaceutiche che a loro volta “disperdono potenzialità informative ed economiche”.</li>
</ul>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Santoro_Copertina.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2120" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Santoro_Copertina" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/11/Santoro_Copertina.jpg" alt="" width="125" height="190" /></a>Il libro di Gatti è prezioso per il medico e il farmacista che avranno la pazienza di leggere tra le righe chi e come lo vuole fregare: tracciandone i comportamenti di navigazione, precisando il suo profilo in maniera sempre più accurata e vendendolo all&#8217;industria nei modi più vari, coinvolgendolo in finte survey (retribuite&#8230;) al solo scopo di promuovere i farmaci cosiddetti “maturi” che non giustificano più le visite degli informatori farmaceutici.</p>
<p>Purtroppo, una vera “rete” è di là da venire e il web è ancora visto per lo più come una biblioteca: fa rabbia che, a distanza di tanti anni, i libri stiano ancora tutti per terra come diceva John Allen Paulos.</p>
<p>La sensazione (la speranza?) è che queste cianfrusaglie digitali possano presto essere rese  marginali dalle reti spontanee che strumenti come Facebook e Twitter possono aiutare a far crescere. Con buona pace dei siti di prodotto dai nomi improbabili o delle superflue vetrine di associazioni, enti e ordini professionali. Gatti è prudente e non a caso dà spazio alle opinioni di chi, come Nicholas Carr o Gordana Kalan Zivec, enfatizzano i rischi più dei pregi del web.</p>
<p>Ho il sospetto, piuttosto, che i danni non siano causati dai social network ma dall&#8217;informazione a senso unico e non trasparente; e a questo riguardo i principali cattivi maestri alloggiano nelle redazioni dei giornali tradizionali.</p>
<p>Due libri utili, da leggere e su cui riflettere: uno a tracciare i meridiani, l’altro i paralleli di <strong>una geografia della medicina su internet</strong>, ancora in cattiva salute.</p>
<p>Gatti W. Sanità e web. Come Internet ha cambiato il modo di essere medico e malato in Italia. Milano: Springer, 2011. 326 pagine. Euro 26,00</p>
<p>Santoro E. Web 2.0 e social media in medicina. Come social network, wiki e blog trasformano la comunicazione, l’assistenza e la formazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2011. 360 pagine. Euro 25,00. <a href="http://www.pensiero.it/ecomm/pc/viewPrd.asp?idproduct=564">Vuoi leggerlo?</a></p>
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		<title>Documentate perdite di tempo</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 20:57:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;iPad è la nostra anima, dice Maurizio Ferraris: riflette il nostro volto ed &#8220;è&#8221; noi perché al suo interno registriamo tutto: scritture, video, immagini, suoni. L&#8217;allievo di Vattimo gira l&#8217;Italia sostenendo un&#8217;idea interessante: tutti gli aggeggi che abbiamo in tasca, nello zaino o in borsa non servono per comunicare, ma per registrare il nostro stare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Facebook_al_buio.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2081" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Facebook_al_buio" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Facebook_al_buio-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>L&#8217;iPad è la nostra anima, dice Maurizio Ferraris: riflette il nostro volto ed &#8220;è&#8221; noi perché al suo interno registriamo tutto: scritture, video, immagini, suoni. L&#8217;allievo di Vattimo gira l&#8217;Italia sostenendo un&#8217;idea interessante: tutti gli aggeggi che abbiamo in tasca, nello zaino o in borsa <strong>non servono per comunicare, m</strong>a per registrare il nostro stare al mondo. Per costruire la nostra identità rendendoci &#8220;responsabili&#8221; grazie alla conservazione di tracce di ogni genere.</p>
<p>Avrà pure ragione ma tutta &#8216;sta registrazione è un problema.</p>
<ul>
<li>Leggere, riflettere e eventualmente rispondere a 100 mail assorbe in media mezza giornata di lavoro.</li>
<li>A un&#8217;azienda di grandi dimensioni la gestione delle informazioni superflue costa circa un miliardo di dollari l&#8217;anno.</li>
<li>&#8220;Lasciare tracce&#8221; via sms, Twitter o con messaggi su Facebook interrompe la concentrazione degli altri: servono 5 minuti per ritrovarla dopo un&#8217;interruzione di 30 secondi.</li>
</ul>
<p>Anche per questo, molte aziende hanno vietato di ricevere alert pubblicitari o mail private sugli account professionali. Così come suggeriscono ai dipendenti di disattivare l&#8217;alerting delle mail e dei messaggi in arrivo. Anche l&#8217;opzione &#8220;Reply all&#8221; è sotto processo: meglio evitare preferendo rispondere alle mail selettivamente e in modo personalizzato.</p>
<p>Il sospetto è che questa smania di registrazione abbia come conseguenza una documentalità ingovernabile. <strong>Tutti sappiamo lasciare tracce, ma pochi sanno come cancellare quelle inutili.</strong> &#8220;Getting data is easy, but selecting, storing, indexing, updating, and most importantly contextualizing the information is rather difficult&#8221;.</p>
<p>Ha ragione <a href="http://www.goodreads.com/book/show/4855536-data-flow">Sven Ehmann</a>: accumuliamo dati che non riusciamo a gestire.</p>
<p>Fonti: Ferraris M. Anima e iPad. Parma: Guanda, 2011</p>
<p>Spira J. <a href="http://www.overloadstories.com/2011/04/overload-101/">Overload</a>! How too much information is hazardous to your organization. NJ: Wiley, 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;e-book fa risparmiare</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 14:24:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il dorso di un libro misura in media due centimetri e mezzo. Dai, più o meno, mica vorrai stare lì a misurare. Dividi la lunghezza dell&#8217;insieme degli scaffali che hai in casa per questi due centimetri e mezzo: viene fuori quanti libri hai. Che poi, si chiamano &#8220;luci&#8221;, gli scaffali. Luci oscurate dai libri. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il dorso di un libro misura in media due centimetri e mezzo. Dai, più o meno, mica vorrai stare lì a misurare. Dividi la lunghezza dell&#8217;insieme degli scaffali che hai in casa per questi due centimetri e mezzo: viene fuori quanti libri hai. Che poi, si chiamano &#8220;luci&#8221;, gli scaffali. <strong>Luci oscurate dai libri</strong>. Ma non di questo volevo parlare adesso.</p>
<p>Volevo dire ch<strong><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/dollari-nel-libro.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2072" title="dollari nel libro" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/dollari-nel-libro-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a></strong>e da qualche parte, nascoste tra due pagine di un libro conservato negli 80 metri di ripiani di casa, ci sono 500 mila lire. Messe là a inizio di un&#8217;estate di tanti anni fa e mai recuperate. Succede regolarmente: nascondi una cosa e dimentichi dov<strong></strong>e. Tomasi di Lampedusa, quello del <em>Gattopardo</em>, diceva che la sua biblioteca nascondeva tesori: non per i titoli che o<strong></strong>spitava, ma per le lire dimenticate tra le pagine.  La collezione di libri di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cortazar">Julio Cortazar</a> è finita alla Fondazione Juan March di M<strong></strong>adrid. Hanno trovato due banconote in un libro, ma <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Jes%C3%BAs_Marchamalo" target="_blank">Jesús Marchamalo</a> che lo racconta <strong></strong>non dice se hanno restituito il tesoro agli eredi o lo hanno trattenuto nel libro. L&#8217;unico modo per ritrovarli, i soldi, è nasconderli con criterio: l&#8217;ideale è in una copia dell&#8217;Avaro di Molière o alla pagina della Garzantina alla voce &#8220;Soldi&#8221;, pe<strong></strong>r dire. Oppure, metti che ti avanzano dei dollari da un viaggio in America: mettili in una guida, no?</p>
<p>Meno male che adesso ci sono gli e-book. Sai quanti soldi risparmiati: dovremo trovare altri nascondigli.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Libri-soldi.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2071" title="Libri-soldi" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Libri-soldi-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a><strong>Ma gli e-book ci sono veramente?</strong> Nel 2010 hanno rappresentato lo 0,05 per cento del mercato del libro. A settembre di quest&#8217;anno, i titoli disponibili erano poco meno di 18 mila. Se confronti le due cifre noti l&#8217;asimmetria tra l&#8217;impegno degli editori e il disinteresse dei lettori. Dai dati presentati a Francoforte da AT Kearney e Book Republic c&#8217;è anche una disparità tra la penetrazione dei titoli e quella dei reader: la prima è più che doppia rispetto alla seconda. In sostanza: pochi hanno un Kindle (o altro device) ma chi lo ha carica parecchie cose da leggere.</p>
<p>La verità è che restano dei problemi da risolvere:</p>
<ul>
<li>se non aumenta il numero dei reader in circolazione, gli e-book non decollano</li>
<li>se non migliora la qualità della resa sui reader, difficile che la gente si appassioni</li>
<li>se non si risolve il problema dell&#8217;IVA (sui libri è al 4 per cento, sugli e-book al 21) tutto è più difficile</li>
<li>se non si governa la pirateria, agli editori non conviene investire se non per immagine</li>
<li>se le piattaforme di vendita non vengono maggiormente incontro agli editori, questi si stufano.</li>
</ul>
<p>E poi il problema più grande: <strong>oggi gli e-book cannibalizzano i libri.</strong> Il mercato complessivo è in calo: quindi, vendere più edizioni digitali non conviene a nessuno.</p>
<p>* Gli aneddoti sulla &#8220;scomparsa&#8221; dei soldi li ho letti su <em>Toccare i libri</em>, di Jesus Marchamalo. Firenze: Ponte alle grazie, 2011.</p>
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		<title>Jobs, il Lancet e la qualità di vita</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 15:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi è capitato di leggere consecutivamente il numero speciale di Lancet Oncology dedicato alla sostenibilità delle cure e il racconto sul New York Times e su vari magazine americani delle ultime settimane vissute da Steve Jobs. Da una parte, un&#8217;analisi puntuale, finalmente senza apparenti condizionamenti, pragmatica al punto che a qualcuno potrà sembrare cinica: l&#8217;assistenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi è capitato di leggere consecutivamente il numero speciale di <a href="http://www.thelancet.com/journals/lanonc/issue/current?tab=past"><em>Lancet Oncology</em></a> dedicato alla sostenibilità delle cure e il racconto sul New York Times e su vari magazine americani delle ultime settimane vissute da Steve Jobs.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Lancet-Oncology-_-Sept-2011-issue.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-2060" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Lancet Oncology _ Sept 2011 issue" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Lancet-Oncology-_-Sept-2011-issue.gif" alt="" width="90" height="122" /></a>Da una parte, un&#8217;analisi puntuale, finalmente senza apparenti condizionamenti, pragmatica al punto che a qualcuno potrà sembrare cinica: l&#8217;assistenza al malato di tumore ha fatto passi da gigante ma, non cambiando strategie, <strong>è insostenibile e si rischia di sprecare risorse</strong> a fronte di benefici impalpabili. Quando ci sono, i benefici. Le evidenze &#8211; su questo concordano i molti &#8220;portatori di interessi&#8221; coinvolti dal <em>Lancet</em> nel numero speciale -  raramente supportano l&#8217;uso di farmaci molto costosi che nel migliore dei casi prolungano di giorni o di poche settimane la vita delle persone malate. Spesso a fronte di effetti indesiderati difficilmente governabili e assai pesanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/muir-gray.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2059" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="muir gray" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/muir-gray-150x150.jpg" alt="" width="90" height="90" /></a>Come spiega <a href="http://muirgray.net/">Muir Gray</a> nel suo splendido, piccolo e nuovo libro, <a href="http://www.offoxpress.com/how-to-get-better-value-healthcare.html"><em>How to getter better value healthcare</em></a>, il servizio sanitario (è necessario ripetere: il <strong><em>servizio</em></strong> sanitario) poggia su<strong> un sistema di valori diversamente percepiti</strong>. Ciò che è valore per il medico può non essere tale per il dirigente; ciò che è valore per il <em>payor</em> (ente, istituzione, fondazione) può non essere tale per l&#8217;infermiere o il riabilitatore. Soprattutto, ciò che ha valore per il malato può non averlo (o  in misura diversa) per gli altri <em>stakeholder</em>. Probabilmente, è impossibile allineare i diversi protagonisti su una scala valoriale condivisa. Se è così, però, il malato (la persona, l&#8217;utente) deve essere riportato al centro del sistema; &#8220;the patient is at the centre, the coordinating point&#8221;. Punto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Jobs_di_Spalle.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2061" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Jobs_di_Spalle" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Jobs_di_Spalle-150x150.jpg" alt="" width="90" height="90" /></a>Che c&#8217;entra questo con Jobs? C&#8217;entra, perché in diverse occasioni, in questi anni, mi sono chiesto se le cure di cui poteva beneficiare uno degli uomini più ricchi del mondo avrebbero potuto essere le stesse &#8211; o comunque paragonabili &#8211; a quelle di cui avrebbe potuto godere uno qualsiasi dei cittadini italiani. E ogni volta la risposta (forse un po&#8217; ottimistica&#8230;) era che &#8220;sì, fortunatamente i protocolli sono condivisi a livello internazionale e che, semmai, le cure prestate per le quali il fondatore della Apple aveva dovuto pagare personalmente nel nostro Paese sono garantite gratuitamente&#8221;.</p>
<p><strong>La differenza è in quegli ultimi giorni</strong>, nelle ultime settimane. Nella quiete di cui Jobs ha potuto godere, nella assistenza domiciliare qualificata. In poche parole, <strong>nella qualità di quell&#8217;ultima parte di vita</strong> nella propria casa, vicino ai familiari e a pochi amici convocati per il congedo.</p>
<p>Morire a casa vicino alle persone che amiamo assumendo solo farmaci capaci di alleviare il nostro dolore. Sarebbe bello fare uno studio di confronto, tra questa opzione e le altre comunemente praticate. Un percorso di HTA: bello e certamente superfluo perché già si conosce il risultato.</p>
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		<title>iHeaven e il nostro inferno</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 08:52:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E&#8217; atteso da un iHeaven, Steve Jobs. Mentre noi, il nostro inferno, ce lo siamo davvero meritato. Con il mondo profondamente colpito dalla morte di uno dei fondatori della Apple, in Italia siamo alle prese con qualcosa che in quasiasi Paese normale sembrerebbe uno scherzo: il tentativo (la pretesa?) di regolamentare il web. Si crede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; atteso da un iHeaven, Steve Jobs. Mentre noi, il nostro inferno, ce lo siamo davvero meritato.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/04/steve_jobs.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-316" title="steve_jobs" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/04/steve_jobs-150x150.gif" alt="" width="100" height="100" /></a>Con il mondo profondamente colpito dalla morte di uno dei fondatori della Apple, in Italia siamo alle prese con <strong>qualcosa che in quasiasi Paese normale sembrerebbe uno scherzo</strong>: il tentativo (la pretesa?) di regolamentare il web. Si crede di poter applicare a internet logiche proprie di un mondo superato; <strong>siamo già oltre, si è già voltata pagina</strong>. Al di là della possibile riconsiderazione delle nuove normative &#8211; forse adesso meno severe, dal momento che le opinioni che più spontaneamente si esprimono in rete sembrerebbero risparmiate dal decreto legge &#8211; il tentativo di definire impossibili regole finisce con l&#8217;essere una &#8230; buona notizia: <strong>chi è al governo è fuori dalla modernità</strong> e teme il web per la capacità di aggregare, di coinvolgere, di determinare attenzione.</p>
<p>La rete sta vincendo la battaglia contro la strategia della disattenzione. La seconda (e non la prima&#8230;) è fatta di <em>information overload</em>, di diluvi di inutilità, di un&#8217;inondazione di superfluo; migliaia di network che animano il web, invece, sostengono un&#8217;economia nuova, basata non sul mercato ma sulla conoscenza, sulla condivisione, sulla parità. La nuova Politica deve scommettere sulla generazione di senso, sulla produzione partecipata di nuovi significati del vivere intorno ai quali restituire attenzione ai cittadini.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Kevin_Kelly.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2048" title="Kevin_Kelly" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/10/Kevin_Kelly.jpg" alt="" width="90" height="115" /></a>La rete sorride a chi domanda &#8220;rettifiche&#8221; o denuncia possibili &#8220;inesattezze&#8221; sul web.<strong> &#8220;Dove c&#8217;è libertà ci sono errori&#8221;</strong>, ricorda <a href="http://www.kk.org/">Kevin Kelly</a>: &#8220;possiamo considerare ogni nuova briciola di intelligenza artificiale come un nuovo modo per compiere sbagli, per fare cose stupide, per combinare guai. In altre parole, la tecnologia ci insegna a fare errori nuovi, che prima non avremmo fatto. In realtà, interrogarci sul modo in cui l&#8217;umanità potrebbe commettere nuovi tipi di sbagli è la migliore strategia per scoprire nuove possibilità di scelta e di libertà&#8221;.</p>
<p>Leggi o non leggi (meglio la seconda, comunque), il mondo non è più quello di ieri. Le regole che si pensa di poter imporre sono dettate da quello che <a href="http://www.shirky.com/">Clay Shirky</a> chiama &#8220;the world of money&#8221;;  la Rete è davvero cosa dell&#8217;altro mondo: &#8220;the world of affection&#8221;.</p>
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		<title>Il lavoro editoriale è impagabile</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 09:49:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;A distruggere i libri, più che l&#8217;Inquisizione o la censura, sono gli stessi editori che li hanno pubblicati con tutte le speranze, l&#8217;attenzione e l&#8217;amore del mondo&#8221;. Parola di uno che se ne intende (di libri e evidentemente anche di distruzioni) come Oliviero Ponte Di Pino, direttore editoriale di Garzanti. Sapendo di poter contare su tanti &#8220;lettori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;A distruggere i libri, più che l&#8217;Inquisizione o la censura, sono gli stessi editori che li hanno pubblicati con tutte le speranze, l&#8217;attenzione e l&#8217;amore del mondo&#8221;. Parola di uno che se ne intende (di libri e evidentemente anche di distruzioni) come Oliviero Ponte Di Pino, direttore editoriale di Garzanti.</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/Manifesto_jjoo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1960" style="margin: 5px;" title="Manifesto_jjoo" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/Manifesto_jjoo-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>Sapendo di poter contare su tanti &#8220;lettori forti&#8221; tra i propri aficionados, il quotidiano <em>il manifesto</em> ha proposto una <strong>ampia panoramica sullo stato dell&#8217;editoria italiana</strong>, invitando a raccontarla in prima persona alcuni noti e meno noti protagonisti del mondo editoriale. In questo modo, le doppie pagine del quotidiano comunista hanno preso quell&#8217;inconfondibile profumo di carta che tutte le persone intervenute hanno confessato di amare più di ogni altra cosa (del resto non era poi tanto difficile, dal momento che sempre di carta è fatto anche il quotidiano no?). Quella degli addetti al lavoro editoriale è una passione contagiosa al punto di sembrare aggressiva: votati ad una Guerra Santa culturale che trova pace solo nel sapere diffusi, comprati e letti i testi personalmente più amati.</p>
<p>Dalla lettura delle testimonianze traspare un costante conflitto con un pubblico sempre troppo distratto, poco incline a dare valore alle suggestioni più raffinate; insensibile al lavoro meticoloso, paziente, instancabile e fatto di revisioni, controlli, &#8220;punti fuori dalle virgolette&#8221;, sintassi per le quali si perde il sonno. <strong>Poco importa se nessuno se ne accorgerà</strong>, se questa abnegazione risulterà invisibile, al punto di non poter neanche essere riconosciuta pubblicamente dal ringraziamento di un autore ben tradotto o editato. <strong>Un lavoro impagabile</strong> (in senso letterale).</p>
<p><strong><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/Manifesto_Stef.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1959" style="margin: 5px;" title="Manifesto_Stef" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/Manifesto_Stef-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>E mal pagato.</strong> Come qualcuno si è premurato di sottolineare in un commento ad uno dei primi contributi pubblicati online sul sito del giornale, l&#8217;editoria vive di stagisti, di contratti in nero, di tempi pieni pagati come part-time. Si sfruttano i ragazzi, insomma, o si rinuncia ad assumere giovani (per impossibilità o prudenza) tenendo fuori &#8220;il nuovo&#8221; da un ambiente che proprio di innovazione (e quindi di giovani) dovrebbe vivere. Ma non solo: l&#8217;editoria vive di professori universitari che usano di fatto il tempo accademico per lavorare al libro proprio o a quello degli altri; di dirigenti medici (nel caso dell&#8217;editoria professionale) che confondono pubbliche virtù (la ricerca o la clinica) con interessi privati (la pubblicazione, molto spesso a pagamento con fondi pubblici). <em>Publish or perish</em>, si diceva una volta, così che accanto all&#8217;ossessione per il particolare, il mondo editoriale sembra affetto da un&#8217;altra patologia: la bulimia.</p>
<p><strong>Non si lavora mai per sottrazione</strong>, ritenendo che l&#8217;offerta culturale non sia mai sufficiente e che il lettore sia imprendibile  per incompletezza di proposte, per inadeguatezza di scaffali mai troppo pieni. Da filtro, l&#8217;editore si è fatto imbuto: ecco che alla &#8220;russistica&#8221; si deve aggiungere la &#8220;polonistica&#8221; e a questa la &#8220;boemistica&#8221; fino agli imperdibili versi di profeti di microscopiche realtà locali o alle prose dei &#8220;cagnolini lungo la strada&#8221;&#8230; <strong>Preda di un invincibile horror vacui anche il grafico</strong> &#8211; pardon: l&#8217;art director &#8211; al quale lasciare bianche la seconda e la terza di copertina &#8220;sembrava uno spreco oltre che un&#8217;ipocrisia&#8221; (perché mai, &#8220;ipocrisia&#8221;?). Quindi, oltre a &#8220;dipingere la facciata&#8221; (la copertina), ecco la scelta di &#8220;inserire immagini pertinenti al testo, senza dover rispondere al gravoso compito di vendere&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;Senza dover rispondere al gravoso compito di vendere&#8221;</strong>: non è inutile ripetere questa frase che accenna ad una questione evidentemente ancora vissuta in certi ambienti come secondaria o, addirittura, poco elegante. Vendere o, riprendendo l&#8217;apertura, proteggere i libri pubblicati dall&#8217;umiliazione del macero. Non sarei ottimista sulle sorti di gran parte dei progetti citati in questa bella serie di articoli del <em>manifesto,</em> che conferma la sensazione di quanto l&#8217;editoria italiana sia in ritardo rispetto a quella di altri paesi. E&#8217; sufficiente confrontare le qualifiche degli autori dei contributi con quelle delle posizioni editoriali per le quali c&#8217;è domanda, oggi, a Londra, Boston o New York: e-commerce web designer, web analytics manager, knowledge editor, SEO titles editor, iPad platform publisher, e-publishing modeling analyst&#8230;</p>
<p>E se sotto le Alpi non sapessimo neanche cosa fanno, &#8216;sti signori?</p>
<p>Fonte: la serie sul manifesto è in parte disponibile free anche sul sito del giornale: www.ilmanifesto.it/</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Estate: i lettori sono animali notturni</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Aug 2011 11:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ldf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;In estate non è il caso di appesantirsi con troppi libri. L&#8217;estate, specialmente marina, non è fatta per leggere e nemmeno per scrivere o tener lezione&#8221;. Avrà ragione Claudio Magris sul Corriere del 17 agosto? A nulla può il cocktail (improvvisato) di antidolorifici, antinfiammatori, stiracchiamenti artigianali; così come l&#8217;acquisto al supermarket di una seggiolina cinese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;In estate non è il caso di appesantirsi con troppi libri. L&#8217;estate, specialmente marina, <strong>non è fatta per leggere</strong> e nemmeno per scrivere o tener lezione&#8221;. Avrà ragione Claudio Magris sul <em>Corriere</em> del 17 agosto?</p>
<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/themes/tma/images/latest/Ragazza-legge-sulla-spiaggia.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1940" title="Ragazza legge sulla spiaggia" src="http://dottprof.com/wp-content/themes/tma/images/latest/Ragazza-legge-sulla-spiaggia-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>A nulla può il cocktail (improvvisato) di antidolorifici, antinfiammatori, stiracchiamenti artigianali; così come l&#8217;acquisto al supermarket di una seggiolina cinese di plastica bianca. Otto euro e record di resistenza: 72 secondi. &#8220;Non le avevo detto che reggeva fino a 50 chili?&#8221; No, non me l&#8217;aveva detto. Arrendiamoci, ragazzi: &#8220;Stagione da posizione orizzontale&#8221; (sempre Magris) in cui &#8220;i giornali non si riescono a leggere e i libri si inumidiscono e si gonfiano&#8221; (Francesco Piccolo, <em>Sole 24 Ore</em>, 14 agosto). <strong>&#8220;Che dittatura l&#8217;estate&#8221; in cui il lettore è animale notturno.</strong></p>
<p>Che fare? Pensare a ciò che si legge la notte. &#8220;Distributori che diventano editori, editori che si mettono a vendere libri. Cadono le barriere nel mondo editoriale, si accorcia la filiera&#8221; (<em>Corriere</em>, 19 agosto). Amazon diventa editore  con &#8220;libri non di alto livello letterario ma di sicuro impatto sulle vendite&#8221; (Tommaso Pelizzari, <em>Corriere</em>, 19 agosto). C&#8217;è ancora chi riesce ad essere sicuro di quello che per tutti gli editori (quelli vecchi) resta una scommessa; del resto, il gruppo di Seattle viene da un giugno trionfale con 28 milioni di visitatori unici (il 20,4 per cento del traffico web).</p>
<p><strong>Filiera corta (come la Roma di Luis Enrique? ahi ahi&#8230;).</strong> A settembre chiuderanno le ultime 11 librerie della catena Borders: in pochi mesi 19.500 persone a casa. Ma come ti spieghi che gli iscritti alla American Booksellers Association sono passati da 400 nel 2005 agli attuali 1.830? Aprire una libreria è ancora oggi una forte tentazione, soprattutto per chi è convinto che chiunque possa improvvisarsi librario forte delle proprie buone letture. Quelli che &#8220;non potrei mai rinunciare al profumo della carta&#8230;&#8221; Cattive notizie dall&#8217;America, per gli apocalittici (ancora il Corriere del 19, ma a scriverlo è Cristina Taglietti).</p>
<p><strong><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/ragazza-legge-sulla-spiaggia_21.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1945" title="Reading Beach" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/ragazza-legge-sulla-spiaggia_21-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>Apocalittici e autolesionisti</strong>, perché la chiave è in una fulminante nota di <a href="http://www.scottberkun.com/blog/2007/the-book-the-myths-of-innovation/" target="_blank">Scott Berkun</a> nel suo <a href="http://www.amazon.com/Myths-Innovation-Scott-Berkun/dp/0596527055" target="_blank">&#8220;The myth of innovation&#8221;</a>: &#8220;The best business opportunity might be the least interesting personal challenge&#8221;. Gli editori hanno sempre sbagliato dando retta alle proprie passioni e trascurando le opportunità per fare affari semplicemente perché non ritenute personalmente stimolanti; parafrasando Paolo Conte, quello dell&#8217;editoria è (o era?) un mondo bambino, in cui si sbaglia da dilettanti e non da professionisti.</p>
<p>Il rischio, adesso, è che &#8211; filiera corta o lunga &#8211; il caos suggerisca improbabili improvvisazioni. &#8220;L&#8217;autopubblicazione è un elemento imprescindibile per gli editori &#8211; dichiara Riccardo Cavallero, di Mondadori, a <em>Prima Comunicazione</em>; stiamo studiano modi diversi di self-publishing. Nel prossimo futuro, un editore che non sarà coinvolto nel self-publishing non avrà autori&#8221;. Risponde Stefano Mauri su <em>Affari Italiani</em> (citato da <em>La Stampa</em> del 19 agosto): &#8220;Se uno pensa che il lavoro dell&#8217;editore sia prendere un manoscritto e pubblicarlo così com&#8217;è fa bene a ritenere di non essere più necessario in futuro&#8221;.</p>
<p>In fondo alla vacanza abbiamo imparato che d&#8217;estate non si dovrebbe leggere, che i giornali in spiaggia svolazzano, che le librerie chiudono (ma aprono anche), che Stefano Mauri si sente necessario (al mondo? a chi?). Un&#8217;ultima notizia: uno dei due primi titolo pubblicati da Amazon (primavera 2012) sarà una guida alla felicità lavorando poco. Oddio: lavorando poco? Ma come, davvero il primo libro del nuovo editore sarà una guida per allungare le vacanze e&#8230; leggere di meno?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chi ricerca usa Twitter più Facebook</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Aug 2011 10:42:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Su Repubblica del 13 agosto Maurizio Ferraris scrive sulle &#8220;comunità documentali&#8221;: Facebook è l&#8217;emozione e Twitter la ragione. L&#8217;urgenza di semplificare aumenta col caldo agostano? Uno studio del Charleston Observatory, Social media and research workflow  (University College of London e Emerald, dicembre 2010) ci dice qualcosa in più di come gli strumenti del social web sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/the-social-network-movie-main.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1950" title="the-social-network-movie-main" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/08/the-social-network-movie-main-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>Su <em>Repubblica</em> del 13 agosto Maurizio Ferraris scrive sulle &#8220;comunità documentali&#8221;: Facebook è l&#8217;emozione e Twitter la ragione. L&#8217;urgenza di semplificare aumenta col caldo agostano?</p>
<p>Uno studio del Charleston Observatory, <a href="www.ucl.ac.uk/infostudies/research/ciber/social-media-report.pdf"><strong>Social media and research workflow</strong>  </a>(University College of London e Emerald, dicembre 2010) ci dice qualcosa in più di come gli strumenti del social web sono usati da chi fa ricerca (comprende anche l&#8217;ambito sanitario, clinico e sperimentale):</p>
<ul>
<li>le funzionalità collaborative hanno preso piede nell&#8217;ambiente accademico di quasi tutte le discipline;</li>
<li>l&#8217;uso non dipende dall&#8217;età ma dalla maggiore/minore disponibilità/curiosità per l&#8217;innovazione;</li>
<li>le persone più lente a cambiare usano prima strumenti più vicini a quelli tradizionali, come Skype, Google Docs o Google Calendar;</li>
<li>gli &#8220;early adopters&#8221; (vedi la classica figura di Rogers) scelgono i blog, i social network e i microblogging.</li>
</ul>
<p>Insomma: <strong>chi usa Twitter è molto spesso la stessa persona che usa Facebook</strong> e che ha un blog. Quindi, Ferraris, come la mettiamo? I diversi strumenti soddisfano le differenti facce della nostra personalità, narcisista e razionale? Può darsi.</p>
<p><img class="alignleft" title="Italo Calvino " src="http://www.wuz.it/mm/102/00006089_b.jpg" alt="" width="92" height="115" />Ma può anche essere che Facebook, Twitter &#8211; come anche YouTube o Flickr &#8211; siano ciò che serviva per <strong>tornare a raccontarsi</strong>. E anche la ricerca o, in generale, il proprio lavoro può essere oggetto di narrazione. Così si concludevano le <em>Lezioni americane</em> di Italo Calvino: &#8220;Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d&#8217;esperienze, d&#8217;informazioni, di letture, d&#8217;immaginazioni? Ogni vita è un&#8217;enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, <strong>un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato</strong> e riordinato in tutti i modi possibili&#8221;. Quindi, anche con Twitter e Facebook, no?</p>
<p>Piuttosto, ciò che sembra più difficile è uscire dalla prospettiva dell&#8217;io individuale, portando queste comunità documentali &#8220;al di fuori del self&#8221;, per usare di nuovo un&#8217;espressione cara a Calvino&#8230;</p>
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