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	<title>dottprof.com &#187; dfrati</title>
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	<description>Tecnologia, comunicazione e risorse in medicina: tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere...</description>
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		<title>Medicina personalizzata: chi l&#8217;ha vista?</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 13:59:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Genetica]]></category>
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		<description><![CDATA[La recente raccomandazione della Food and Drug Administration – il messaggio ai medici è: analizzate sempre il genotipo dei pazienti per specifici biomarker prima di prescrivere 70 farmaci comunemente usati - ha fatto emergere le contraddizioni di una situazione che va avanti da un po’ e rischia davvero di scadere nel ridicolo. Quasi tutti i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1808" title="genomics-dna1" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/06/genomics-dna1.jpg" alt="" width="200" height="298" />La recente raccomandazione della Food and Drug Administration – <strong>il messaggio ai medici è: analizzate sempre il genotipo dei pazienti per specifici biomarker prima di prescrivere 70 farmaci comunemente usati </strong>- ha fatto emergere le contraddizioni di una situazione che va avanti da un po’ e rischia davvero di scadere nel ridicolo.</p>
<p><strong>Quasi tutti i medici sanno</strong> che i profili genetici dei loro pazienti influenzano anche pesantemente l’efficacia dei trattamenti e l’outcome clinico, ma <strong>quasi nessuno fa nulla (o può fare nulla) nella pratica clinica quotidiana </strong>per conoscere questi profili genetici. Quasi tutti i medici si riempiono la bocca dell’espressione “Medicina personalizzata”, ma quasi nessuno la pratica. E questo è quanto.</p>
<p>Una indagine dell’American Medical Association (AMA) e del Medco Research Institute ha rivelato che <strong>sebbene il 98% dei medici statunitensi dichiari che i test genetici possono rivelarsi essenziali </strong>per impostare il trattamento dei pazienti,<strong> solo il 10% si dichiara sufficientemente informato </strong>su come condurre tali test, su quali sono i biomarker da valutare, su come possono predire la sicurezza o l’efficacia di questo o quel trattamento.</p>
<p><strong>“Meno dell’1% dei percorsi terapeutici oggi sono realizzati seguendo la via indicata dai test genetici”</strong>, rivela Felix Frueh della Medco. “La strada che porta alla traslazione di questa nuova tecnologia è ancora molto lunga, purtroppo”. A dar retta ai sommari delle riviste medico-scientifiche, letteralmente ogni giorno nuovi biomarker vengono identificati, e nuove varianti genetiche correlate al rischio di una certa patologia o alla risposta a un certo trattamento vengono individuate. Si stima che siano oggi disponibili più di 1200 test genetici su più di 1000 patologie, ma <strong>solo il 13% dei medici statunitensi ha effettuato un test genetico negli ultimi 6 mesi, figuriamoci che dato rileveremmo se lo chiedessimo ai medici italiani</strong>.</p>
<p>Vance Vanier, CEO dell’azienda biotech Navigenics, sottolinea: “Questa mancanza di implementazione è la ragione per la quale la cosiddetta Medicina personalizzata di cui tutti parlano non è ancora una realtà clinica diffusa e consolidata. <strong>Colpa di quello che io chiamo il ‘gap di adozione’</strong> tra i progressi in laboratorio e i benefici in ambulatorio”.</p>
<p>Ma quale sarebbe il meccanismo più efficace per diffondere la consapevolezza delle potenzialità dei test genetici tra i medici di base, per esempio? Far loro superare alcuni pregiudizi, sostiene sempre il buon Frueh: “<strong>Il peso dei fattori di rischio genetici è largamente sottostimato dai medici, e ce lo dimostrano numerosi studi. </strong>Ritengono che la differenza di rischio relativo se si confrontano fattori genetici e fattori comportamentali come il fumo sia di 10-15 volte e invece è di 1-2 volte, per esempio. Sono affezionati ai fattori predittivi tradizionali, non c’è nulla da fare. Sta ai ricercatori dimostrare alla classe medica con più convinzione la validità di questi nuovi tool,<strong> l’approccio ‘crea la Medicina personalizzata e i medici arriveranno e la useranno’ non sta funzionando, poco ma sicuro</strong>”.</p>
<p><strong>Fonte</strong>: Grant B. The ghost of personalized medicine. The Scientist 14/06/2011.</p>
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		<title>London Calling: sarà mica il Lancet?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 15:43:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dfrati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Creatività, individualismo, approccio anti-establishment: tre caratteristiche che la musica punk ha sempre esaltato, ma che sono comuni anche a una categoria professionale apparentemente assai lontana da ragazzi con i capelli a cresta e giubbotti con le borchie: i ricercatori scientifici. O almeno così sostiene un divertente articolo pubblicato dalla rivista The Scientist. Spiega Bill Cuevas, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Creativ<a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/02/Clash.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1494" title="Clash" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/02/Clash-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ità, individualismo, approccio anti-establishment: tre  caratteristiche che la musica punk ha sempre esaltato, ma che sono  comuni anche a una categoria professionale apparentemente assai lontana  da ragazzi con i capelli a cresta e giubbotti con le borchie: i  ricercatori scientifici. O almeno così sostiene un divertente articolo  pubblicato dalla rivista <em>The Scientist</em>.</p>
<p>Spiega Bill Cuevas, biochimico presso l’azienda biotech Genencor e  conduttore radio per hobby alla stazione radio della Stanford  University, KZSU: “L’ethos punk è caratterizzato da un’appassionata  aderenza alla libertà d’espressione e da un’atavica e radicale  diffidenza verso le opinioni dominanti. Anche la ricerca scientifica se  ci pensiamo però è mossa dallo stesso approccio, da una curiosità  insaziabile che va a minare le certezze più diffuse”.</p>
<p>Il punk è un movimento culturale e musicale che ha vissuto il suo  momento di massima gloria a cavallo degli anni ’70 e ’90, ma che ha  comunque influenzato profondamente numerosi ambiti della cultura  occidentale, per esempio la moda. “La cosa più importante del punk era  la libertà di esprimere quello che avevi l’urgenza di esprimere”, spiega  Milo Aukerman, ricercatore alla DuPont ma soprattutto cantante della  leggendaria band punk The Descendents.</p>
<p>Sarà un caso che così tanti punk svolgono la professione di ricercatori  medico-scientifici? Il batterista dei Dillinger Four Lane Pederson,  Gregg Gillis (Girl Talk), Greg Graffin dei Bad Religion sono solo i  primi nomi che vengono in mente.</p>
<p>“E sono tanti gli scienziati che conoscendola abbraccerebbero l’ideologia punk”, giura Cuevas.</p>
<p>Fonte: McCook A. Researchers are punks. The Scientist 10/02/2011<br />
<em></em></p>
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		<title>Infermiere e poliziotte sexy ad Arcore?</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 13:41:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dfrati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inciampi]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[Essere trattate come un mero oggetto (o archetipo) erotico è degradante, irrispettoso e odioso, non ci piove. Ma essere un oggetto (o archetipo) erotico è una figata. Magari lo fossero i giornalisti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/01/sexynursepin.jpg"><img src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2011/01/sexynursepin.jpg" alt="" title="sexynursepin" width="200" height="200" class="alignleft size-full wp-image-1423" /></a>Ci mancavano solo le intercettazioni dei colloqui telefonici delle &#8216;Arcore girls&#8217; a turbare i sonni delle infermiere italiane, già alle prese con un impegno professionale difficile e spesso non retribuito adeguatamente.</p>
<p>Sul quotidiano &#8220;La Repubblica&#8221; Paolo Berizzi racconta &#8211; desumendola dai verbali delle intercettazioni telefoniche allegati alla richiesta di perquisizione degli uffici di pertinenza di Silvio Berlusconi inviata dalla Procura di Milano alla Giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta che vede indagato il premier per concussione e prostituzione minorile &#8211; la storia di Roberta Bonasia, infermiera a domicilio dipendente dell´Asl Torino 5 dalle ambizioni artistiche nonché Miss Torino 2010. </p>
<p>La ragazza ha ricevuto una telefonata dal manager Lele Mora che le comunicava che il giorno seguente sarebbe stata ospite di Berlusconi nella sua villa, e la avvertiva: &#8220;Dato che sarai l´infermiera ufficiale devi fargli uno scherzo. Devi prendere su (lo strumento) che misura la pressione, e un camice da dottoressa&#8230; con sotto niente ovviamente, solo le autoreggenti bianche&#8221;. Da altre intercettazioni di tenore simile si è appreso che in una saletta della villa di Arcore di proprietà del premier si svolgevano spettacoli di lap-dance effettuati da ragazze in uniforme da poliziotte. </p>
<p>Non è certo una novità: infermiere e poliziotte sono da sempre archetipi dell&#8217;immaginario erotico maschile, e non a caso sono protagoniste di innumerevoli sequenze osè in film erotici o addirittura pornografici, senza parlare del fatto che spogliarelliste e sexy star durante i loro show nei locali notturni indossano spesso (anche se per poco tempo, perché sono lì per spogliarsi) queste uniformi e altre simili.</p>
<p>La reazione dei sindacati di categoria però non è tardata ad arrivare.</p>
<p>“Abbiamo appreso con forte disagio attraverso i giornali di un uso del tutto indecoroso di uniformi da infermiera che sarebbe avvenuto nel corso di incontri a sfondo erotico nei quali sarebbe stato coinvolto il Presidente del Consiglio” ha affermato Annalisa Silvestro, presidente della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi. “Se i fatti riportati venissero confermati, saremmo di fronte ad una grave offesa alla dignità della figura e dell’immagine di un grandissimo numero di infermiere che ogni giorno, tra mille difficoltà, lavorano per assicurare l’assistenza ai pazienti e il funzionamento del Servizio Sanitario Nazionale. L’uniforme dell’infermiere è il simbolo di competenze professionali acquisite in anni di studio e dell’impegno che ciascun infermiere assume nei confronti dei pazienti, non è accettabile che la si ridicolizzi ed umili in contesti degradanti, a maggiore ragione se si ricoprono cariche pubbliche alle quali fa capo, direttamente o indirettamente, la responsabilità di indirizzare il Servizio Sanitario Nazionale. Come donna e come infermiera esprimo una profonda amarezza per quanto emerso e solidarietà alle donne poliziotto altrettanto tristemente coinvolte in una spirale di vicende prive di ogni decoro”.</p>
<p>Giuseppe Tiani, segretario generale del Siap, spiega: “Se venisse tutto confermato, saremmo di fronte ad un&#8217;offesa gravissima e gratuita agli uomini e alle donne che indossano, ogni giorno, la divisa. Una divisa che rappresenta l&#8217;unità dello Stato: è un simbolo e, se certe cose sono veramente accadute, sarebbe tutto molto degradante. La divisa non può essere usata come strumento di offesa per le donne. Ma sarebbe anche un&#8217;offesa anche nei confronti della Repubblica. E se è vero che nei festini sono state usate delle uniformi da poliziotte, bisogna chiarire se fossero vere o meno: nella prima ipotesi, infatti, saremmo di fronte alla violazione di una legge”. Duro anche il giudizio della Consap: “Qualora queste indiscrezioni di stampa rivelassero un fondamento &#8211; sostiene il segretario generale, Giorgio Innocenzi &#8211; sarebbe un fatto gravissimo che colpisce l&#8217;alta professionalità garantita dalle donne in polizia. Sarebbe altresì evidente il profondo disagio dell&#8217;intera categoria, nell&#8217;indossare una divisa che sarebbe stata ridicolizzata di fronte all&#8217;opinione pubblica nazionale ed internazionale. In tema di scelte di Governo sulla sicurezza, quelle che più ci stanno a cuore, i fatti che stanno emergendo appalesano nel nostro presidente del Consiglio, una personalità sempre meno attenta all&#8217;agenda di governo, che si era evidenziata anche nell&#8217;assenza in occasione dei provvedimenti che hanno riguardato la sicurezza e la specificità delle forze di polizia, che mai come in questo periodo si sono sempre chiuse con inaccettabili penalizzazioni economiche ed operative”. </p>
<p>Una sola nota a margine. Le infermiere e le poliziotte svolgono lavori preziosi per la collettività e meritano tutto il nostro rispetto come professioniste e come donne. Essere trattate come un mero oggetto (o archetipo) erotico è degradante, irrispettoso e odioso, non ci piove. Ma essere un oggetto (o archetipo) erotico è una figata. Magari lo fossero i giornalisti.</p>
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		<title>Un iPad per tutti! Ehm, per alcuni</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Nov 2010 15:25:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Durante la campagna elettorale per la poltrona di governatore dello stato australiano di Victoria – il secondo più popoloso dell’isola – il candidato laburista John Brumby ha promesso che in caso di sua riconferma ogni medico del sistema ospedaliero pubblico verrà dotato a spese dello Stato di un iPad nuovo fiammante. “Man mano che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/11/227540-masterchef-brumby-not-on-menu.jpg"><img src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/11/227540-masterchef-brumby-not-on-menu-300x250.jpg" alt="" title="227540-masterchef-brumby-not-on-menu" width="300" height="250" class="alignleft size-medium wp-image-1314" /></a>Durante la campagna elettorale per la poltrona di governatore dello stato australiano di Victoria – il secondo più popoloso dell’isola – il candidato laburista John Brumby ha promesso che in caso di sua riconferma ogni medico del sistema ospedaliero pubblico verrà dotato a spese dello Stato di un iPad nuovo fiammante. </p>
<p>“Man mano che la tecnologia si evolve, anche gli strumenti dei quali un medico ha bisogno per il suo lavoro quotidiano cambiano”, ha spiegato in una nota Brumby. “Stanzieremo i fondi per l’acquisto degli iPad in modo che ogni medico che lavora nei nostri ospedali pubblici abbia la possibilità di avere accesso a informazioni cliniche mentre è al capezzale dei malati, in corsia”. I rivali della Victorian Coalition sono stati meno specifici e diretti nella promessa di nuove tecnologie per la Sanità ospedaliera, ma il loro programma elettorale parla di “nuove tecnologie mobili” – anche se il focus sembra essere più sulle cartelle cliniche on-line.</p>
<p>“Gli iPad permetteranno ai medici ospedalieri di accedere ai servizi Web-based implementati dalle loro strutture ospedaliere e di utilizzare numerose apps mediche nella pratica clinica quotidiana, oltre che di accedere a internet con più continuità e facilità per raccogliere informazioni sanitarie”, ha spiegato il Ministro della Salute australiano Daniel Andrews qualche tempo fa a margine di un progetto pilota in alcuni ospedali nei quali sono stati distribuiti iPad. </p>
<p>Ma quanto costerebbe esattamente la realizzazione di questa promessa elettorale? Si tratta di un obiettivo irragiungibile &#8211; come sostiene qualcuno &#8211; o di una prospettiva concreta? Si stimava nel 2006 che lo staff medico fisso rappresentasse il 10% degli operatori sanitari impiegati nelle strutture ospedaliere pubbliche dello Stato di Victoria, che erano allora circa 208.000.</p>
<p>Il numero è senza dubbio cresciuto negli ultimi quattro anni, ma facciamo due conti dandolo per buono: la versione da 16GB Wi-Fi dell&#8217;iPad Apple, la meno costosa, viene 499 dollari. Acquistarne 20.800 (senza sconti, peraltro prevedibili a fronte di una fornitura del genere) costerebbe quasi 11 milioni di dollari. </p>
<p>Brumby afferma di averne stanziati 12 milioni, quindi ci siamo. Naturalmente, se Brumby vince le elezioni.<br />
Naturalmente, se Brumby mantiene le promesse elettorali.<br />
Naturalmente, a patto di essere medici.<br />
Medici australiani.<br />
Medici australiani dello Stato di Victoria.<br />
Medici australiani dello Stato di Victoria che lavorano in un ospedale pubblico.<br />
Medici australiani dello Stato di Victoria assunti a tempo indeterminato in un ospedale pubblico. </p>
<p>Fonte: LeMay R. An iPad for every doctor: Victorian Labor promises. ItWire 09/11/2010.</p>
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		<title>Gli squali hanno il cancro</title>
		<link>http://dottprof.com/2010/09/gli-squali-hanno-il-cancro/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 09:13:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra le tante leggende metropolitane che circolano da anni, una si è rivelata particolarmente persistente e dannosa: quella secondo la quale gli squali sarebbero immuni al cancro. Una falsa notizia che ha portato al massacro inutile di milioni di pesci in nome di un lucroso e truffaldino commercio e continua a illudere migliaia di malati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/09/squalo_tevere.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1195" title="squalo_tevere" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/09/squalo_tevere-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Tra le tante leggende metropolitane che circolano da anni, una si è rivelata particolarmente persistente e dannosa: quella secondo la quale gli squali sarebbero immuni al cancro. Una falsa notizia che ha portato al massacro inutile di milioni di pesci in nome di un lucroso e truffaldino commercio e continua a illudere migliaia di malati di cancro disposti ad aggrapparsi a qualsiasi illusione pur di non perdere la speranza. Di qui la necessità di fare chiarezza una volta per tutte: gli squali vengono colpiti dal cancro, eccome.</p>
<div>Tutto nasce dal lavoro di Henry Brem e Judah Folkman della Johns Hopkins School of Medicine, che negli anni ’70 stavano analizzando le proprietà della cartilagine nel quadro dei loro pioneristici studi sull’angiogenesi nei tumori. Infatti nei tessuti cartilaginei non sono presenti vasi sanguigni, e gli scienziati statunitensi avevano ipotizzato che le cellule della cartilagine sintetizzassero una qualche sostanza in grado di inibire l’angiogenesi. Una teoria confermata da alcuni esperimenti, durante i quali si era riuscito a inibire la crescita dei tessuti tumorali bloccando l’angiogenesi grazie a inserti di cellule cartilaginee estratte da embrioni di coniglio.</p>
<p>Le proprietà anti-angiogeniche della cartilagine furono studiate anche da Robert S. Langer del Massachusetts Institute of Technology, che però utilizzò cartilagine di squalo anziché di coniglio – con i medesimi promettenti risultati. Il biologo Carl Luer dei Mote Marine Laboratories di Sarasota intanto (siamo sempre negli anni ’70) aveva notato che tra gli squali l’incidenza dei tumori sembrava più bassa del previsto, e più elevata della media la resistenza ad alcune sostanze carcinogene molto potenti. Ma attenzione: Luer non ha mai affermato che gli squali sono immuni dal cancro, anzi (sul sito ufficiale dei Mote Marine Laboratories lui stesso tiene a precisare che non solo questi pesci soffrono di cancro, ma addirittura di cancro alla cartilagine!).</p>
<div>Nel 1992 entra in scena I. William Lane, un biochimico agrario che mette a punto un trattamento orale a base di cartilagine di squalo basato sui clamorosi risultati di uno studio effettuato in Messico (senza rispettare quasi nessuna delle regole che i protocolli internazionali esigono dal disegno di un trial clinico così importante), lo pubblicizza in un libro che diventa rapidamente un bestseller mondiale e soprattutto inizia a produrlo con i suoi LaneLabs che tuttora gli garantiscono introiti da capogiro. Ma sull’affare-squali sono in molti a gettarsi famelici (loro sì, veramente squali), prova ne è il fatto che ancora oggi basta digitare qualche parola-chiave sui motori di ricerca per trovare centinaia di offerte di pillole anti-cancro miracolose a base di cartilagine.</p>
<p>I risultati? Milioni di dollari entrano nelle tasche di affaristi senza scrupoli (ed escono da quelle di malati disperati e purtroppo creduloni), milioni di squali vengono pescati – 200.000 al mese solo nelle acque degli Stati Uniti, si stima. Un disastro ecologico privo di senso, perché le pillole di cartilagine di squalo non servono a niente, non hanno alcun effetto anti-cancro, come numerosi studi clinici da vent’anni a questa parte hanno dimostrato. La Federal Trade Commission nel 2000 ha condannato Lane a una multa di 1 milione di dollari diffidandolo dall’affermare che qualsiasi derivato dalla cartilagine di squalo abbia effetti preventivi o terapeutici su qualsiasi forma di tumore.</p>
<div>Il mito degli squali immuni dal cancro nel 2004 è stato definitivamente smentito dal lavoro dei ricercatori dell’University of Hawaii coordinati da Gary Ostrander che hanno isolato ben 42 tipi di tumore nei Condroitti, o pesci cartilaginei – la classe che comprende squali e razze. Ciononostante la blogger Christie Wilcox ha ‘beccato’ e denunciato sul suo blog un tweet del National Aquarium (4000 follower) rilanciato addirittura dalla Smithsonian Marine Station di Fort Pierce che rilancia la leggenda metropolitana dell’immunità al cancro da parte degli squali: una disinformazione grave perché arriva da addetti ai lavori. O presunti tali.</p>
<div>Fonte: Wilcox C. Ocean of Pseudoscience: Sharks DO get cancer! Observations of a nerd 06/09/2010.</div>
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		<title>Il caffè è il diavolo!</title>
		<link>http://dottprof.com/2010/09/il-caffe-e-il-diavolo/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 14:28:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il tedesco Samuel Hahnemann, padre dell’Omeopatia, non aveva molta simpatia per il caffè. Anzi, per lui se non era la causa di tutti i mali poco ci mancava. Lo dimostra l’esilarante lettura del breve saggio “Sugli effetti del caffè” (On the Effects of Coffee from Original Observations &#8211; 1803), contenuto in un raffinato volumetto  edito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/09/samuelhahnemannstatua.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1172" title="samuelhahnemannstatua" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/09/samuelhahnemannstatua-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il tedesco Samuel Hahnemann, padre dell’Omeopatia, non aveva molta simpatia per il caffè. Anzi, per lui se non era la causa di tutti i mali poco ci mancava. Lo dimostra l’esilarante lettura del breve saggio “Sugli effetti del caffè” (<em>On the Effects of Coffee from Original Observations</em> &#8211; 1803), contenuto in un <a href="http://www.duepuntiedizioni.it/page/catalogo_terrainvague/TV19_Hahnemann_scrittiomeopatici/Hahnemann_scrittiomeopatici_2009.htm" target="_blank">raffinato volumetto </a> edito dalla <strong>:duepunti</strong> di Palermo.</p>
<p>Il caffè (che secondo il medico di Meißen avrebbe un sapore sgradevole proprio perché la Natura vuole avvertirci della sua tossicità o al massimo della sua natura di ‘medicinale’)  viene indicato da Hahnemann in sole 24 pagine come capace nell’ordine di:<br />
- far scomparire fame e sete<br />
- procurare una digestione pressoché immediata ma parziale<br />
- far aprire e contrarre rapidamente l’ano (facilitando l’evacuazione di quanto semidigerito)<br />
- risvegliare l’appetito venereo “con 10 o 15 anni d’anticipo”<br />
- determinare impotenza prematura<br />
- sconvolgere l’umore in positivo e negativo<br />
- stimolare innaturalmente la loquacità facendo “sfuggire i segreti più importanti”<br />
- far assumere un “contegno teatrale”<br />
- indurre grave depressione (per reazione) se non si assume altro caffè<br />
- indurre emicrania e mal di denti<br />
- indurre erisipela con ulcere croniche<br />
- far diventare il sangue “acquoso e mucillaginoso”<br />
- far sostituire (“spesso del tutto”) un flusso leucorroico acre alle mestruazioni<br />
- causare dolore nell’atto venereo<br />
- causare negli uomini emorroidi dolorose e polluzioni notturne<br />
- causare nelle donne sterilità e incapacità di allattare<br />
- rovinare i denti (“nei bambini non si sviluppa quasi nessuna carie che non sia dovuta al caffè”)<br />
- causare “tinta pallida e carni flaccide” nei bambini, che “imparano a camminare molto tardi (…) e chiedono sempre di essere presi in braccio”, “hanno sempre il petto oppresso da un muco tenace”, “sudano non soltanto sulla fronte ma su tutto il cuoio capelluto”, “a volte piangono anche nel sonno”, soffrono di oftalmie che spesso durano per anni e dulcis in fundo “guariscono con difficoltà da ogni malattia”.</p>
<p>Ma l’acme del suo ragionare l’inventore dell’Omeopatia lo tocca quando afferma perentorio: “La tazza di caffè cela spesso l’onanismo, mostro dagli occhi sbarrati, esecrazione della natura che la lettura di romanzi, le fatiche imposte alla memoria, la frequentazione delle società corrotte e l’inattività di una vita sedentaria contribuiscono per parte loro a generare”.</p>
<p>E il bello è che l’autore sostiene nelle prime pagine che il senso del suo lavoro sarà “osservare senza sosta, con rigore, distogliendo per quanto possibile ogni illusione e riconducendo accuratamente i fenomeni alle loro cause”!</p>
<p>Da Starbucks, c’è da giurarlo, il buon vecchio Hahnemann sarebbe <em>persona non grata</em>.</p>
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		<title>Raccontare la malattia con un fumetto</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 13:19:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dfrati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Miscellanea]]></category>
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		<category><![CDATA[fumetto]]></category>
		<category><![CDATA[illustrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Ma l&#8217;illustrazione può davvero: • essere uno strumento efficace ed utile al paziente per capire meglio la sua patologia? • migliorare la comprensione della diagnosi e della prognosi, stimolando domande più consapevoli da parte del paziente? • influire sulle relazioni medico-paziente? • essere uno strumento didattico utile per insegnare cose come l&#8217;etica professionale, ecc? • [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/rughedottprof.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1075" title="rughedottprof" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/rughedottprof-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Ma l&#8217;illustrazione può davvero:<br />
• essere uno strumento efficace ed utile al paziente per capire meglio la sua patologia?<br />
• migliorare la comprensione della diagnosi e della prognosi, stimolando domande più consapevoli da parte del paziente?<br />
• influire sulle relazioni medico-paziente?<br />
• essere uno strumento didattico utile per insegnare cose come l&#8217;etica professionale, ecc?<br />
• migliorare le capacità di osservazione e diagnosi degli studenti di medicina, incidendo positivamente sull&#8217;empatia?</p>
<p>Se lo sono chiesti con fiducia Michael J Green e Kimberly R Myers, aprendo la discussione sulle pagine del BMJ. Fiduciosi hanno concluso la loro riflessione con un verdetto ottimistico: le graphic novel e i fumetti sono un modo creativo ed efficace per capire ed insegnare meglio la malattia. Se non bastasse: i temi trattati, la struttura e la sempre crescente popolarità proprie del mezzo sono caratteristiche che destinano rendono la narrazione per illustrazioni ad essere in sintonia con un numero sempre maggiore di medici.<br />
Sicuramente il raccontare per illustrazioni ha un grande potere, quello di rendere accessibili questioni estremamente difficili e delicate. Basti pensare al <a href="http://www.mangialibri.com/node/5726" target="_blank">Maus</a> di Art Spiegelman e alla sua potenza nel raccontare la vecchiaia, l&#8217;olocausto, l&#8217;amore, la depressione post-partum, il suicidio&#8230;</p>
<p>Ma che succede se proviamo vedere cosa accade quando la creatività di grandi autori del fumetto internazionale si mette al servizio della malattia (quando riguarda la mente), portandoci dal punto di vista del malato? Leggere inciderebbe positivamente sullo stigma? E sull&#8217;empatia?</p>
<p>Miguel Gallardo ci parla di autismo. Gallardo è un disegnatore professionista per il New York Times, l&#8217;Herald Tribune, il New Yorker, ed ha una figlia autistica. Nella graphic novel<a href="http://www.comma22.com/index.php/catalogo/prodotto/nome/Maria+e+io/id/55" target="_blank"> Maria ed io</a>, ci mostra il suo modo di comunicare con la figlia Maria che avviene da sempre per mezzo dei disegni. Il libro, il suo taccuino di viaggio, è diventato un libro sui disturbi dello sviluppo che, con l&#8217;apparato narrativo del fumetto, riesce a spiegare l’autismo agli adulti, attraverso gli occhi di una bambina.</p>
<p>Nate Powell ci parla di schizofrenia in <a href="http://www.mangialibri.com/node/5923" target="_blank">Portami via</a>. Nel racconto, l&#8217;adolescenza e la schizofrenia corrono su due binari paralleli, con un preciso compito: narrare lo spaesamento dell&#8217;adolescenza con i suoi umori e la sua percezione della realtà, riuscendo a smorzare i toni dell&#8217;alienazione propria del disturbo psichico. Leggendo si ha la sensazione che ciò che sta accadendo sulla pagina sia tecnicamente complesso da decifrare. Voci disturbanti e tempi diluiti sono tutti ingredienti perfetti per rappresentare la schizofrenia in parole ed immagini &#8211; senza mai attingere al linguaggio clinico &#8211; e per portarci così vicino ai personaggi da poter stare dentro i loro incubi e percepire le loro distorsioni.</p>
<p>A David B la parola sull&#8217;epilessia. David B è un fumettista francese che tra il 1996 e il 2003 ha pubblicato sei album dedicati alla storia della malattia del fratello. In Italia i racconti sono raccolti in un unico volume, <a href="http://www.coconinopress.com/store/catalogo.asp?scheda=350#cima" target="_blank">Il grande male</a>, per una narrazione che attraverso le immagini parte dalla malattia, passa per la tragedia della sua famiglia, per arrivare a toccare più universalmente la Storia degli uomini, attraverso un susseguirsi di crisi epilettiche, vista con il occhi di un bambino. Un percorso, che dalla malattia arriva all&#8217;analisi storico-sociale, un po&#8217; come Sigmund Freud ne Il disagio della civiltà&#8230;</p>
<p>L&#8217;autore spagnolo Paco Rocha ci parla di Alzheimer, in <a href="http://www.mangialibri.com/node/2924" target="_blank">Rughe</a>, una graphic novel che racconta – con toni leggeri, ma non meno struggenti – di uomo e della sua memoria che sfugge, ma anche di un gruppo di anziani ospiti di una casa di riposo e della loro ricchezza emozionale. Un apologo sulla vecchiaia e la memoria chiudono la storia, che in un susseguirsi di tavole, oltre a commuovere e far riflettere, ci riporta con il tema della vecchiaia a <a href="http://www.mangialibri.com/node/5726" target="_blank">Maus</a>, a Spiegelman, a suo padre&#8230;</p>
<p>Siamo dalla parte della malattia e si può arrivare così vicini a quelle parti della nostra mente con le quali noi forse conviviamo meglio, da uscire arricchiti dalla lettura, riuscendo a coesistere &#8211; stigmatizzando meno &#8211; con chi da quelle parti della mente è abitato. Buona lettura. Meglio: buona visione.</p>
<p><em>di Norina Wendy Di Blasio</em></p>
<p>Riferimenti<br />
Green MJ, Myers KR. Graphic medicine: use of comics in medical education and patient care. BMJ 2010;340:c863<br />
Il blog di <a href="http://miguel-gallardo.blogspot.com" target="_blank">Miguel Gallardo</a></p>
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		<title>Chi (non) ha paura dei ciarlatani?</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 15:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dfrati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qual è il segreto del successo dei ciarlatani? Quali sono i soggetti più a rischio di cadere vittima di questi tristi figuri? Ci si esercita su questo argomento nella rubrica Views &#38; Reviews del British Medical Journal di questa settimana. Theodore Dalrymple, medico in pensione con il pallino della scrittura, cita un presunto saggio francese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/479px-Pietro_Longhi_015.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1062" title="479px-Pietro_Longhi_015" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2010/07/479px-Pietro_Longhi_015-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Qual è il segreto del successo dei ciarlatani? Quali sono i soggetti più a rischio di cadere vittima di questi tristi figuri? Ci si esercita su questo argomento nella rubrica Views &amp; Reviews del <em>British Medical Journal</em> di questa settimana.</p>
<p>Theodore Dalrymple, medico in pensione con il pallino della scrittura, cita un presunto saggio francese del 1867 (“Ciarlatani e ciarlataneria in Medicina: uno studio psicologico” di tale Dr. Verdo – che pronunciato all’anglosassone, si badi bene, diventa “Virdo”, parola foneticamente assai simile a “Weirdo”, appellativo perfetto per scienziati pazzi, chirurghi strampalati e roba simile). Il medico di Marmande, cittadina della regione francese della <em>Lot</em>-et-<em>Garonne, nel suo arguto saggio procederebbe a una classificazione delle vittime dei ciarlatani e poi dei ciarlatani stessi.</em>I ciarlatani invece il nostro ineffabile Dr. Verdo li divide in due macro-categorie: pubblici e privati. I primi vestono in modo sgargiante e gridano nelle piazze (l’equivalente di oggi potrebbe essere il Web, che ne dite?) “sostenendo di aver appreso il segreto della loro panacea nel mistico Oriente”, i secondi si proclamano specialisti ed esercitano la loro arte nefanda al riparo dagli sguardi indiscreti, in studi arredati con finto lusso.</p>
<p>La parte del leone nella prima categoria – guarda un po’ – la farebbero le donne, “impressionabili, volubili, tenere, inclini a giudicare più con l’immaginazione e l’istinto che con la logica e il buonsenso”, seguite a distanza dagli artisti e dai poeti mistici, “anime sensibili e un po’ pazze che volteggiano sulla realtà cercando approdi disabitati e sconosciuti”. Dopo di loro in classifica nell’ordine bari, soldati, marinai, industriali, speculatori (gente che ama il rischio quindi) e braccianti (ignoranti e superstiziosi). I meno suscettibili alle lusinghe dei ciarlatani sarebbero i medici, i filosofi e gli scienziati in genere, “avvezzi a esaminare le cause degli eventi e a svelare i segreti della Natura, sempre attenti a evitare gli errori di giudizio che potrebbero far credere all’azione del soprannaturale”.</p>
<p>Ma dove nasce il fascino dei ciarlatani, la loro capacità invincibile di far presa su migliaia, milioni di persone? “L’inclinazione al meraviglioso è insita nella natura umana, anzi la credulità è uno delgi attributi che distinguono l’uomo dagli altri animali”. Il buon Dalrymple, medico burlone, chiosa sornione: “Succede perché abbiamo paura dell’ignoto ma allo stesso modo del noto, e saltelliamo dall’uno all’altro in cerca di sollievo”.</p>
<p>Fonte: Dalrymple T. Fear of the known. BMJ 2010;341:c3912</p>
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		<title>Diario intimo di una epidemiologa perbene</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 16:26:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Svelato uno dei piccoli grandi misteri del mondo editoriale internazionale: l’identità di Belle de Jour, l’autrice del piccante bestseller “Diario intimo di una squillo perbene” (appena ristampato in edizione economica da BUR Rizzoli), che ha venduto milioni di copie e ispirato anche un’omonima serie tv con Billie Piper. Belle de Jour si chiama in realtà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_794" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-794 " title="News_Review_645478a" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/11/News_Review_645478a-150x150.jpg" alt="Brooke Mangianti" width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Brooke Magnanti</p></div>
<p>Svelato uno dei piccoli grandi misteri del mondo editoriale internazionale: l’identità di Belle de Jour, l’autrice del piccante bestseller “Diario intimo di una squillo perbene” (appena ristampato in edizione economica da BUR Rizzoli), che ha venduto milioni di copie e ispirato anche un’omonima serie tv con Billie Piper. Belle de Jour si chiama in realtà Brooke Magnanti; la notizia-bomba però è che si tratta di una ricercatrice stimata nel campo dell’Epidemiologia oncologica presso il Bristol Hospital.</p>
<p>Il fenomeno Belle de Jour nasce quasi dieci anni fa con un blog nel quale una sedicente ventottenne inglese laureata raccontava la sua scelta di svolgere come secondo lavoro la prostituta d’alto bordo (&#8220;un impiego stabile ma non pesante&#8221;). E, nascosta sotto pseudonimo, ogni giorno descriveva le sue esperienze sessuali su un sito che suscitò subito una spasmodica curiosità e ricevette nel 2003 il premio del Guardian per il blog meglio scritto del Web, diventando quasi subito un libro di enorme successo, tradotto in decine di lingue.</p>
<p>Ora si viene a sapere la storia vera dietro a tutto questo: la Magnanti, mentre stava studiando per ottenere il dottorato, rimase al verde e si rivolse a un’agenzia londinese di escort offrendo i propri servigi. Già dopo appena una settimana il suo conto in banca lievitava al ritmo di 500 euro l’ora, e questo è andato avanti per 14 mesi. “Non ho rimpianti sulla mia pur breve carriera come prostituta, mi sono sentita peggio a scrivere libri su questo che non a fare sesso per soldi”. Perché rivelare la propria identità ora a distanza di anni? “L’anonimato ormai non era più divertente. Non potevo nemmeno fare presentazioni dei miei libri”. Alcuni pagherebbero per questo, Brooke…</p>
<p>Fonte: Ungoed-Thomas J. Belle de Jour revealed as research scientist Dr Brooke Magnanti. Sunday Times 15/11/2009.</p>
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		<title>L&#8217;iPod ci rende persone migliori?</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 13:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dfrati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suoni/Ascolti]]></category>

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		<description><![CDATA[L’iPod rende i ricercatori migliori o peggiori? Un interrogativo che dilania le coscienze e sta spaccando il mondo accademico. Beh, non proprio: ma...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-675" title="In corsia con l'iPod" src="http://dottprof.com/wp-content/uploads/2009/07/iPod2piccola1-150x150.jpg" alt="In corsia con l'iPod" width="150" height="150" />L’iPod rende i ricercatori migliori o peggiori? Un interrogativo che dilania le coscienze e sta spaccando il mondo accademico. Beh, non proprio: ma in tempi di Scienza 2.0 e di Information Technology sono questioni ineludibili, poco da fare. E chi siamo noi per eluderle?</p>
<p>Sempre più spesso nei laboratori delle Università o delle aziende e persino nelle corsie di ospedale si vedono operatori con l’iPod alle orecchie, che sul camice bianco ci sta anche bene. Un tool cool, &#8216;na roba di moda o una volgarità paragonabile a un bubble-gum con palloncino annesso?</p>
<p>Elie Dolgin dell’University of Edinburgh cautamente ammette: “In laboratorio ognuno è libero di lavorare con l’iPod in funzione: personalmente lo adoro, e spesso ascolto podcast di carattere scientifico, non necessariamente musica. Ma una parte di me sospetta che sarei uno scienziato migliore se le mie orecchie fossero aperte alle osservazioni e opinioni quotidiane dei miei colleghi. Avrei avuto idee diverse o sarei riuscito a raggiungere dei risultati scientifici più velocemente se avessi interagito con delle persone e non solo con un iPod?” Il biologo Richard Grant ritiene di sì: “L’iPod rende i laboratori più ‘insulari’, e non sono affatto convinto sia una cosa buona”. “Se hai su l’iPod nessuno ti parla”, sintetizza mirabilmente Marissa Sobolewski-Terry, che si occupa di ormoni di scimpanzè alla Universiy of Michigan. “Magari lavori anche di più, ma non impari nulla da chi lavora con te”.</p>
<p>Fermi tutti: Carl Cohen, presidente di Science Management Associates non ci sta: “Gli iPod aiutano a essere più creativi, non più futili. E alle occasioni in cui ci si incontra e ci si confronta si può arrivare più rilassati e concentrati proprio grazie al fatto che si è stati un po’ della giornata da soli grazie all’iPod”. Del resto, isolarsi è una necessità per molti ricercatori: “Quando gli iPod non esistevano nemmeno mi ricordo gente che si metteva cuffie senza nemmno ascoltare la musica solo perché non voleva parlare o aveva bisogno di concentrarsi”, fa notare Renee Edlund del Baylor College of Medicine di Houston.</p>
<p>Nulla di nuovo sotto il cerume, direbbe qualcuno.</p>
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