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Fact checking sulla salute: sembra facile

Ne ha parlato anche Augias su Repubblica commentando il nuovo libro dei curatori di Butac, Michelangelo Coltelli e Noemi Urso. Le fake news sono da qualche tempo il nemico numero uno della medicina accademica. Tutti – ma proprio tutti – si dichiarano paladini dell’informazione corretta e rigorosa. Anche Facebook ha da tempo dichiarato guerra alle false informazioni prevedendo la verifica dell’attendibilità dei contenuti pubblicati (vedi qui).

Vediamo la disinformazione spuntare come parte di quasi tutte le principali notizie ed eventi in tutto il mondo. Rebecca Blumenstein, New York Times

Il debunking è un lavoro particolare e può rivelarsi più difficile quando ha a che fare con notizie improbabili, solo apparentemente più facili da smontare: riguardano assurdità sulle quali però non è stata (giustamente) svolta attività di ricerca, non esiste letteratura e tantomeno revisioni sistematiche che abbiano selezionato, valutato e sintetizzato i risultati di studi seri. Insomma, se ti chiedono Dottore, ma è vero che indossare occhiali con le lenti blu fa dimagrire? sarai più in difficoltà di quando qualcuno ti domanderà se con l’omeopatia puoi curare il raffreddore…

I problemi, però, non finiscono qui: fare debunking è un’attività politica perché implica la scelta delle informazioni da decostruire e, soprattutto, perché chi analizza queste informazioni si muove necessariamente all’interno di una cornice culturale e ideale dalla quale non può non essere condizionato. “I progetti di verifica dei fatti possono essere colorati dalle persone che li pubblicano” scrive Gary Schwitzer, giornalista scientifico animatore del progetto HealthNewsReviews.org. “In effetti, tali sforzi si presentano in molte forme con vari gradi di qualità e utilità. I consumatori attenti dovranno affinare il loro pensiero critico e le loro capacità analitiche per trarre il massimo profitto da qualsiasi progetto di verifica dei fatti. (…) In questo ambiente folle, anche i verificatori di fatti devono essere verificati. Nelle notizie sull’assistenza sanitaria, che accompagnano un’industria piena di conflitti di interessi e condizionamenti finanziari che possono influenzare l’integrità della ricerca e dell’assistenza clinica, i pazienti e i consumatori devono essere particolarmente attenti a ciò che leggono. Compreso ciò che leggono negli articoli che pretenderebbero di verificare i ‘fatti’ che riguardano la salute. Se i fact checker non rivelano chi svolge la verifica dei fatti, come lo fa e se anche a quel livello esistono potenziali conflitti di interesse, conviene guardare altrove.”

Un’altra questione importante è nella relazione tra notizie non vere e interessi economici. Anche nella dichiarazione con cui Facebook annunciava il proprio impegno, uno dei punti sottolineava l’importanza di intercettare le false informazioni guidate da un’utilità finanziaria: “Abbiamo scoperto che molte notizie false hanno finalità di guadagno. Gli spammer fanno soldi mascherandosi da famose testate giornalistiche e pubblicando bufale che portano le persone a visitare i loro siti, che spesso sono per lo più pubblicità. Stiamo facendo diverse cose per ridurre gli incentivi finanziari. Per quanto riguarda gli acquisti, abbiamo eliminato la possibilità di falsificare i domini, il che ridurrà la prevalenza di siti che fingono di essere pubblicazioni reali. Per quanto riguarda l’editore, stiamo analizzando i siti degli editori per rilevare dove potrebbero essere necessarie azioni di applicazione delle norme.” . È quasi ovvio sottolineare che le false informazioni che fanno maggiori danni alla salute dei cittadini e alle casse degli Stati non riguardano la pipì che placherebbe il dolore causato dal contatto con una medusa ma – per fare un esempio – nuovi medicinali introdotti sul mercato dopo sperimentazioni affrettate, pressioni sulle associazioni di pazienti, approvazioni accelerate. “Innovazioni” che sono annunciate e sostenute da pubblicazioni che non avvengono su siti pirata o di secondo piano ma sulle più conosciute riviste accademiche internazionali, ai congressi scientifici più frequentati, tramite gli uffici stampa più accreditati. È azzardato considerare “fake news” anche la “falsa informazione” di cui parlava John Ioannidis ormai 15 anni fa? I risultati di studi mal condotti, di piccole dimensioni, condizionati da interessi industriali?

Un articolo interessante di Emily Bell, direttore della Tow Center for Digital Journalism at Columbia Journalism School, uscito sulla Columbia Journalism Review diceva una cosa importante: “L’attività di pubblicazione e monetizzazione delle informazioni non è mai neutrale; è sempre profondamente politica. Modella l’opinione, informa i mercati, rafforza i pregiudizi, crea comprensione e diffonde confusione. Facebook ha affermato più volte che non vuole essere un arbitro della verità, ma non vuole nemmeno essere il fornitore di bugie. I giornalisti sanno da molto tempo cosa stanno scoprendo i tecnici: che ciò che non pubblichi è definitivo come quello che fai.” La cosa più importante nell’attività di debunking è la scelta di cosa occuparsi.

Quello che decidi di non passare al vaglio della tua analisi conta di più di quello di cui, invece, ti occuperai.

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We need new rules for defining who is sick. Step 1: remove vested interests theconversation.com/we-need-n… via @raymoynihan & @PaulGlasziou @janewilcock . @escardio needs to read this!

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…