Press enter to see results or esc to cancel.

Tutti insieme disinteressatamente

“In privato, i medici si mostrano davvero prostrati per le loro assurde condizioni di lavoro e la compromissione della relazione col malato. Ma non ci sono state manifestazioni a Washington, né picchetti, né campagne sui social media. Perché? Perché i medici non si fanno sentire a tutela propria e dei loro pazienti?” (1)

È la prima volta che Eric Topol scrive sul New Yorker e ha scelto un argomento insidioso che, se non fosse  per l’indiscusso credito di cui gode nel suo paese, avrebbe potuto provocargli qualche guaio: la medicina e la sanità, dice Topol, attraversano anni di grande cambiamento ma la voce dei medici si sente poco, nonostante il loro ruolo sia sempre più importante. Dopo tutto, il cambiamento climatico ha un impatto grave sulla salute, l’invecchiamento della popolazione e i flussi di migranti possono modificare il quadro epidemiologico delle nazioni del primo mondo, le questioni legate alla sanità hanno uno spazio importante nell’agenda della politica statunitense: eppure sembra che tutto questo riguardi solo una minoranza dei medici americani.

“In teoria, i medici potrebbero esprimere una forza potente. Ci sono più di un milione di medici negli Stati Uniti e circa novecentomila sono attivi nella professione. Ma la più grande organizzazione medica del paese, l’American Medical Association, ha solo circa duecentocinquantamila iscritti. (La seconda, l’American College of Physicians, che rappresenta gli specialisti in medicina interna, ne ha circa centosessantamila). La maggior parte delle società più piccole rappresenta una sotto-specialità e ha un numero di iscritti proporzionalmente inferiore. Un tempo, l’AMA rappresentava i tre quarti di tutti i medici americani; la crescita delle società sub-specialistiche potrebbe aver contribuito al decremento di associati. In ogni caso, non esiste un’unica organizzazione che unifica tutti i medici. La professione è balcanizzata.

Non solo, ma le priorità delle associazioni professionali mediche non solo non coincidono ma sono spesso in contrasto con quelle dei cittadini. Facendo riferimento all’esperienza avuta con l’American College of Cardiology, Topol sostiene che le società scientifiche statunitensi sono di fatto degli organismi a difesa degli interessi economici e corporativi dei medici che rappresentano.

Per mantenere gli onerosi carrozzoni organizzativi – dagli organismi centrali a quelli periferici, dalle sedi nazionali a quelle regionali, le attività congressuali e editoriali – le società scientifiche scendono a patti con il diavolo accettando di prestare nome e marchio per pubblicizzare prodotti di dubbio valore. Oltre a riflettere sugli esempi citati da Topol, possiamo guardare quel che accade nel nostro paese. Dalla Società italiana di urologia che premia i due migliori lavori originali e inediti che contribuiscano allo sviluppo delle conoscenze sull’efficacia di un prodotto nei sintomi dell’incontinenza da stress e da urgenza (parliamo di un integratore alimentare di vitamina C e vitamina D con glutammina, resveratrolo ed estratti vegetali di zucca e peperoncino) ad associazioni di cardiologi che sostengono i programmi di marketing di Philip Morris per promuovere anche nel nostro paese le sigarette a tabacco riscaldato (https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/09/philip-morris-sponsor-e-relatore-ai-congressi-di-medicina-societa-scientifiche-ministro-e-iss-dicano-se-e-lecito/5239552/)

La leggerezza con cui alcune organizzazioni professionali cedono alla tentazione di accettare denaro in cambio di prestazioni è solo uno degli aspetti critici. Quello forse più rilevante riguarda l’interpretazione del ruolo di rappresentanza nel confronto più generale sulle politiche sanitarie. Come ha fatto rilevare Jerry Kassirer ormai quasi quindici anni fa (2), un organismo come l’American Medical Association ha quasi sempre avuto una posizione conservatrice e attenta soprattutto “a mantenere il potere politico e i livello di reddito dei propri iscritti.” Dal 1920 in avanti, è sempre stata contraria alla copertura sanitaria universale e alla gestione pubblica dell’assistenza sanitaria, contrastando sistematicamente la “political medicine” e la “socialized medicine”, fino ad arrivare ad opporsi prima al progetto MEDICARE e poi ai piani sanitari di Bill Clinton con un’intensa azione di lobbying.

I legami delle società scientifiche con le industrie sono noti e il primo passo dovrebbe essere interrompere il flusso di denaro dalle aziende alle associazioni (3). Ma il problema è più generale. “È possibile immaginare una nuova organizzazione di medici che non abbia nulla a che fare con il business della medicina e che abbia a cuore la promozione della salute dei pazienti, affrontando con intelligenza le sfide che attendono la professione. Un’associazione che non avrebbe una funzione di protezione corporativa di interessi ma che sarebbe dedicata ai pazienti. La sua massima priorità potrebbe essere il recupero del fattore umano – l’essenza della medicina – che è andato perduto, portando con sé la relazione tra il malato e il medico. Potrebbe opporsi alle posizioni degli anti vaccinisti, contrastare i prezzi dei farmaci e le pubblicità dirette al consumatore, denunciare le strutture che propongono terapie con cellule staminali  non regolamentate, promuovere la consapevolezza dei rischi per la salute che comportano i cambiamenti climatici e denunciare i messaggi fraudolenti di celebrità come Gwyneth Paltrow e Mehmet Oz. È un elenco parziale ma dà un’idea di quante questioni importanti non siano state affrontate dalle organizzazioni che rappresentano i medici.” (1)

Professional associations should be self-supporting. Marcia Angell (3)

Il panorama delineato da Topol è forse troppo negativo: in Italia non sono mancate iniziative importanti da parte di società scientifiche, ordini professionali e gruppi di lavoro sia per condurre attività di ricerca indipendente (per esempio la Fondazione GIMEMA in ematologia o il GIVITI in terapia intensiva), sia di advocacy politico-sanitaria. (4) Appaiono però come episodi isolati in un contesto prevalentemente orientato a incentivare la medicina industriale. Cosa fare?  Serve un cambiamento radicale, una “rivoluzione”, come sostiene Victor Montori. (5) Se è vero che i determinanti di salute e malattia sono soprattutto di ordine non sanitario (reddito, lavoro, stress, trasporti, supporto sociale, ecc.), sarebbe giustificato che l’attenzione dei medici – come degli altri professionisti sanitari – si rivolgesse anche agli aspetti economici, affettivi, relazionali, ambientali che segnano la vita delle persone che hanno in cura. Potrebbero farlo unendo le forze in organizzazioni trasversali alle discipline mediche o agli interessi specialistici, che non siano finalizzate ad accomodare i risultati dei concorsi o ad assecondare le ambizioni di carriera degli iscritti.

Saranno le nuove generazioni di medici a innescare il cambiamento?  “Il futuro secondo @EricTopol  – scrive Salvo Fedele in un post che ha provato a stimolare l’attenzione italiana su questi argomenti – è della nuova generazione di medici? Certamente è vero, ma sono davvero diversi da noi? Più disposti alla rivolta? E il cambiamento è nella mani della loro padronanza delle piattaforme digitali? O anche in questo la nostra realtà è molto diversa?” (6)

Quello della medicina è un ambiente strano, in cui non vale quella famosa legge per la quale si è rivoluzionari a 18 o 20 anni e poi si diventa via via liberali, conservatori e reazionari. Anzi, è il contrario, e in molti si scoprono radicali al momento di andare in pensione, dopo essersi serviti dell’industria per farsi la villa al mare e delle amicizie accademiche giuste per garantirsi il progresso di carriera. Tanto più la rivoluzione serve, eccome se serve, iniziando da un capovolgimento dei valori che motivano alla scelta professionale. E sarebbe meglio, oltre che bello, se a ribellarsi tornassero ad essere i più giovani.

  1. Topol E. Why doctors should organize. The Newyorker 2019; 5 agosto. https://www.newyorker.com/culture/annals-of-inquiry/why-doctors-should-organize
  2. Kassirer J. On the take. New York: Oxford University Press, 2005.
  3. Angell M. The truth about the drug companies. New York: Random house, 2004.
  4. A questo riguardo, FNOMCeO è costantemente attenta a richiamare l’attenzione sull’imperativo etico e deontologico di tutelare i diritti dei migranti in viaggio verso l’Itala e ha incluso nel proprio programma formative anche il corso a distanza gratuito “Salute e migrazione: curare e prendersi cura”, realizzato in collaborazione con l’Osservatorio nazionale per la salute.
  5. Montori V. Perché ci ribelliamo. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2018.
  6. Fedele S. Riflessioni su un saggio di Eric Topol. Medium 2019; 10 agosto. https://medium.com/@salvo_fedele/riflessioni-su-un-saggio-di-eric-topol-8db835649d4b

La foto in alto è di Matthew G ed è intitolata Free hugs (Flickr Creative Commons).

Comments

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tweet

We need new rules for defining who is sick. Step 1: remove vested interests theconversation.com/we-need-n… via @raymoynihan & @PaulGlasziou @janewilcock . @escardio needs to read this!

Tag Cloud

Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…