Press enter to see results or esc to cancel.

Psicologi e conflitti di interesse

Ogni anno in Italia si svolgono più di 1.200 festival culturali: c’è quello della letteratura a Mantova e delle letterature a Roma e quello della filosofia, della mente e della complessità. Del giornalismo, del giornalismo tv e dei nuovi media e di quello alimentare. Ci sono festival legati a progetti culturali espliciti come le giornate del settimanale Internazionale a Ferrara. Ma anche occasioni ancora più originali come il prolungato Popsophia, in diverse località delle Marche che precede di poco quello della filosofia.

Non è chiaro come si regga, economicamente, questo genere di imprese, ma può rivelarsi un investimento per le amministrazioni locali e per gli sponsor. Chi di sicuro può guadagnare sono i relatori invitati, perché quasi sempre partecipano senza percepire un compenso ma la visibilità ottenuta sostiene le vendite dei loro libri e non solo. Nessuno dichiara conflitti d’interessi di natura economica anche se c’è una correlazione diretta tra la capacità di seduzione dei loro interventi e i guadagni da diritti d’autore. Ma c’è un’altra questione, ancora più intrigante, che inizia ad attrarre l’attenzione.

Money is the opposite of the weather, Nobody talks about it, but everybody does something about it. Rebecca Johnson

Immaginiamo che uno studioso di psicologia inizi ad interessarsi di un fenomeno nuovo, per esempio la fissazione di molti ragazzini di produrre e pubblicare dei video su TikTok. C’è chi la considera una moda passeggera ma qualche genitore inizia a preoccuparsi. Mettiamo allora che quello stesso psicologo decida di andare oltre l’attività di ricerca e immaginiamo non lavori nel servizio sanitario pubblico ma in un istituto privato, una struttura sanitaria convenzionata per esempio. Niente di più facile di aprire un ambulatorio per “curare” i ragazzini fissati col TikTok: con un ufficio pubbliche relazioni efficiente ne parlerebbero tutti i media e in breve la domanda di consulenze e prestazioni sarebbe altissima. Seguirebbero libri sulla “sindrome da TikTok”, conferenze in giro per l’Italia, comparsate televisive e – a chiudere il cerchio – serate ai festival a raccontare quella che è stata definita “la piattaforma del narcisismo a oltranza”.

Il confine tra disease mongering e capacità di prevedere il potenziale di rischio di nuove mode è molto sottile.

Se da noi non ne parla nessuno, per fortuna ci sono riviste come Nature che tirano fuori il problema, a iniziare da quello che è avvenuto con la iGeneration (o iGen): così sono stati definiti i post-millennials da Jean Twenge, psicologa alla San Diego State University in California, che studia chi è nato dopo la metà degli anni ’90, la smartphone generation ossessionata da YouTube e che trascorre gran parte del proprio tempo su Instagram, Snapchat e altre piattaforme di social media. Grazie agli smartphone e alle app di condivisione, la iGen pare sia diventata più narcisista, ansiosa e depressa rispetto alle generazioni più anziane, sostiene. “E nel 2010 – spiega l’articolo su Nature – ha avviato un’attività, iGen Consulting, per consigliare le aziende e le organizzazioni in merito alle differenze generazionali in base alla propria esperienza e ricerca sull’argomento”. Twenge ha fatto consulenze a PepsiCo, McGraw-Hill, nGenera, Nielsen Media e Bain Consulting, con un’offerta che va dai briefing di 20 minuti ai seminari di mezza giornata. “Disponibile a parlare con gruppi di genitori, organizzazioni no profit e istituti scolastici.”

Sugli articoli scientifici pubblicati a firma di Twenge non c’è traccia di queste attività, nonostante tutte le linee guida editoriali sui conflitti di interessi raccomandino di segnalare qualsiasi collaborazione o consulenza svolta. Paradossalmente, anche le collaborazioni prestate a titolo gratuito dovrebbero essere segnalate, in quanto pure in assenza di un compenso economico potrebbero innescarsi delle dinamiche di riconoscenza. Secondo gli autori dell’articolo uscito su Nature è un’abitudine comune nel campo della psicologia, al punto che c’è chi sostiene che le regole (peraltro molto spesso disattese) sui conflitti di interesse in medicina non dovrebbero valere per chi si occupa di psicologia: non è scontato che ricevendo incarichi o consulenze da aziende determini un conflitto di interessi dice Steven Pinker, noto autore e docente della Harvard University di Cambridge, nel Massachusetts, anche lui a disposizione per conferenze e consulenze. A pagamento, s’intende.

Non che la ricerca accademica nel campo della psicologia sia immune da problemi: alcuni dei casi più clamorosi di frode o falsificazione hanno visto protagonisti ricercatori di importanti facoltà di psicologia e neuroscienze, e spesso l’obiettivo era proprio quello di enfatizzare risultati modesti (o inesistenti) trasformando gli “studiosi” in autori e conferenzieri di successo, ambiti – oltre che da festival ed editori – anche da aziende private. Conferenzieri come Adam Grant, magari, citato da Nature, che sul proprio sito web dichiara essere il “professore più votato” alla Wharton Business School di Filadelfia in Pennsylvania, e noto soprattutto per gli studi di sulla psicologia delle organizzazioni e aziendale, enfant prodige dell’accademia statunitense e relatore presso centinaia di aziende, dalla Credit Suisse alla Goldman Sachs, dalla Merck a Facebook.

Girano bei soldi: tra i 10 e i 20 mila dollari di compenso per parlare nelle università e fino a 40 mila per una conferenza in un’azienda. Consultando il web, Nature ha trovato il cachet richiesto dalla Twenge (dai 20 ai 30 mila) e da Grant (ben più alto, beato lui, variando da 100 mila dollari a un milione: ma con quel cognome c’era da aspettarselo). Tutto questo non viene dichiarato o se lo si esplicita – magari in pagine un po’ nascoste dei siti delle riviste online – si sottolinea come i compensi (generici) per conferenze ad aziende (non meglio specificate) non sarebbero correlati all’argomento dei paper pubblicati. Se per raccontare i risultati della tua ricerca ti danno così tanti soldi, possibile tu non abbia neanche la tentazione di enfatizzare qualcosa rendendola – come dire… – più sexy?

Qualunque cifra tu guadagni dovresti dichiararla, dice a Nature Alan Carson, neuropsichiatra dell’Università di Edimburgo, associate editor del Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry e componente del comitato editoriale della rivista Brain Injury. Dello stesso parere il caporedattore di PLoS One Joerg Heber (“Tutto ciò che può essere percepito come un conflitto d’interesse dovrebbe essere dichiarato” compresi i compensi per le conferenze.) e Adam Dunn della Macquarie University di Sidney in Australia, che (giustamente) non si spiega perché le norme dell’International Committee of Journal Medical Editors non possano essere applicate anche all’ambito della ricerca in psicologia, che è davvero un terreno minato.

Sarà anche poco elegante parlare di soldi, ma il rischio è che diventi ancor meno elegante nasconderli.

Stoevenbelt AH, Nuijten MB, Pauli BE, Wicherts J. Avoiding Conflicts of Interest in Awards: Assessing the Availability of Conflicts of Interest Statements of Psychological Societies. Nature 2019;571, 20-3.

Nella foto in alto: Two pence, di William Warby. Flickr Creative Commons.

Comments

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tweet

We need new rules for defining who is sick. Step 1: remove vested interests theconversation.com/we-need-n… via @raymoynihan & @PaulGlasziou @janewilcock . @escardio needs to read this!

Tag Cloud

Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…