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La medicina è una vocazione disinteressata?

Di conflitto d’interessi si parla sempre come se esistesse, sì: ma in un altro mondo. La convinzione di Franco Panizon è ripresa in una lettera che il pediatra di famiglia Giuseppe Boschi ha inviato alla rivista Medico e bambino. (1) E’ vero: nonostante una letteratura sterminata, si parla di conflitto d’interessi soprattutto per negare che sia un problema reale e, se in qualche caso lo fosse, riguarderebbe pochi altri colleghi.  Non noi. Non è difficile capire le ragioni di questa prudenza, che sono soprattutto legate all’imbarazzo di dover ammettere che è vero, anche l’offerta di una birra e un panino al bar dell’ospedale da parte di un informatore scientifico del farmaco può contribuire almeno in certa misura a farci preferire – alla pasticca della concorrenza – il medicinale di cui quel signore cortese e pieno di attenzioni ci ha appena parlato.

The pharmaceutical industry is highly effective in purchasing the silence of doctors. IF Tannock, AM Joshua

Se non “la” soluzione definitiva, un possibile passo avanti potrebbe essere l’approvazione della legge istitutiva di una banca dati pubblica dove verificare se e in quale misura un medico abbia percepito del denaro da parte di industrie. La legge – disegnata sulla falsariga di quella che ha avviato il progetto del database Open payment previsto dal Sunshine Act statunitense – è ferma in parlamento e chissà quando potrà essere approvata. Però, nonostante la buona volontà, la proposta di legge non garantisce la trasparenza auspicata. I passaggi di denaro tra le industrie e i professionisti sanitari seguono percorsi poco limpidi e sono quasi sempre intermediati da agenzie o provider di educazione continua. Arginare un problema così rilevante come la mancanza di integrità nelle decisioni cliniche e di politica sanitaria attraverso regole più stringenti potrebbe non essere la strada giusta: è una questione morale, osserva rispondendo a Boschi il direttore di Medico e bambino Federico Marchetti, e l’appello alle coscienze dovrebbe precedere l’approvazione di nuove leggi che d’altra parte riaffermano quanto già scritto nel codice deontologico della FNOMCeO e almeno teoricamente affermato anche nel codice di comportamento di Farmindustria.

Col richiamo alle regole ippocratiche – e quindi con indicazioni di ordine etico – si apre anche uno splendido articolo di Tannock e Joshua rilanciato recentemente su Twitter: lo sviluppo di gran parte dei nuovi farmaci oncologici è stato portato avanti con un’intensa collaborazione istituzionale in termini di denaro e risorse umane dedicate ma nonostante questo “il prezzo dei nuovi farmaci antitumorali negli Stati Uniti supera generalmente i $ 10.000 al mese, e mentre i piani sanitari nazionali possono contrattare per prezzi più bassi in Europa, generalmente sono necessarie negoziazioni che richiedono da mesi ad anni per raggiungere un accordo per rendere i farmaci disponibili al pubblico. Il prezzo elevato dei nuovi farmaci significa che molti pazienti non hanno disponibilità, o possono permettersi solo un programma subottimale di trattamento.” Il prezzo – sostengono gli autori – non ha alcun rapporto con i costi di sviluppo e produzione, l’efficacia del farmaco o la misura in cui i fondi pubblici sono stati utilizzati nello sviluppo industriale; “il prezzo è impostato per massimizzare il profitto”, molto più elevato rispetto alla maggior parte degli altri settori  industriali.

In pochi protestano, fanno notare Tannock e Joshua, e gli ordini e le associazioni che rappresentano i clinici non si fanno sentire: “la posizione dell’American Society of Clinical Oncology sulla sostenibilità dei farmaci antitumorali non considera la pressione pubblica o professionale sull’industria farmaceutica come meccanismo per influenzare i prezzi. Perché? Perché l’industria farmaceutica è molto efficace nell’acquistare il silenzio dei medici.” Un’accusa più pesante per i professionisti sanitari che per le imprese che, dopotutto, dimostrano di saper fare il proprio lavoro. Gli autori puntano il dito soprattutto verso una pratica sempre più diffusa: “Mentre la consulenza di alcuni medici esperti può essere utile per le aziende, molti ‘comitati consultivi’ non sono istituiti per chiedere un consiglio ma per ‘pubblicizzare’, per garantire che i medici prescrittori vengano a conoscenza dei prodotti dell’azienda. In tal modo, la ricezione di pagamenti personali elargiti dalle imprese, sebbene di entità relativamente ridotta, può costituire un ostacolo alla possibilità di formulare critiche all’industria”, compresa la richiesta che i farmaci efficaci siano disponibili per tutti coloro che potrebbero trarne beneficio a prezzi accessibili.

Anche la dichiarazione dei conflitti di interessi non risolve il problema: i medici non dovrebbero accettare pagamenti personali da imprese, come già prevedono i regolamenti di alcuni enti di assistenza e di ricerca. “Organizzazioni come ESMO e ASCO dovrebbero sviluppare programmi che richiedano sia alle organizzazioni che ai loro membri di avviarsi verso l’indipendenza finanziaria; ciò consentirebbe loro di estendere la loro attività di advocacy sia all’industria che al governo per chiedere la disponibilità di trattamenti efficaci a prezzi accessibili, nonché per lo sviluppo di analisi farmaco-economiche indipendenti che favoriscano prezzi ragionevoli.” Un sistema economico interno al sistema sanitario che massimizza profitto a scapito dei cittadini non è etico, concludono Tannock e Joshua.

In conclusione: “la Medicina può ancora essere riconducibile a una vocazione disinteressata?” La risposta alla domanda posta da Gianni Tognoni in un editoriale pubblicato tanti anni fa su MeB (3) è solo apparentemente facile e non è affatto scontata.

  1. Boschi G. Perché abbiamo paura a parlare male del conflitto d’interesse? Medico e bambino 2019;6:351-2.
  2. Tannock IF, Joshua AM. Purchasing silence. Ann Oncology2018;29:1339–40.
  3. Tognoni G. Il conflitto di interesse. Medico e bambino 2006;25:279-80.

La foto in alto: Greta Ceresini, My eyes. Flickr Creative Commons.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…