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Lo sguardo farmacoepidemiologico

Studiare come i farmaci (le medicine?) sono prescritti e utilizzati, i modi con i quali sono valutati, il rapporto tra benefici che promettono e i rischi che (purtroppo) garantiscono tocca l’agire quotidiano del medico e del farmacista, i bisogni di salute dei cittadini e i meccanismi del consumo che determinano la frequenza delle esposizioni, la logica della sperimentazione e la sorveglianza rigorosa dei problemi che possono venire a crearsi.

L’epidemiologia del farmaco è un’epidemiologia a rischio. Gianni Tognoni e Joan-Ramon Laporte (1984)

E’ un’area “a rischio” della sanità pubblica perché è caratterizzata da “un obiettivo esplicito di intervento” ed è un’epidemiologia problematica perché poggia su dati hard (duri, oggettivi, solidi) e di tanti dati che sono più che soft, per definizione non controllati e non controllabili, che hanno “solo” la proprietà di esistere. “Da strumento di intervento terapeutico mirato ed efficace per le patologie e i problemi del singolo paziente o di gruppi di pazienti, e da segno del cammino sicuro del progresso medico, il farmaco si è ri-presentato come elemento problematico, tra i tanti con i quali la medicina ha a che fare. Le potenzialità di successo, terapeutico e preventivo, non sembrano “solo” miracolose, ma anche da sottoporre a ri-verifiche; la ricchezza dei dettagli conoscitivi spesso sofisticatissimi che si è accumulata in questi anni sulla miriade di molecole disponibili ha sempre di più a che fare con la domanda: qual è la rilevanza clinica ed epidemiologica di tutte queste conoscenze?

Sto prendendo in prestito le parole scritte da Gianni Tognoni e Joan-Ramon Laporte nel 1984 come premessa del libro Epidemiologia del farmaco. (1) Era il giugno di un anno particolare, atteso e temuto: il 1984. Un mese terribile, stravolto dalla morte di Enrico Berlinguer colpito da emorragia cerebrale a Padova. Le parole di Tognoni e Laporte – oltre ad essere particolarmente care perché di fatto “spiegavano” anche a chi lavorava nella casa editrice quale valore potesse avere per la cultura sanitaria la nuova disciplina che si andava costruendo – sono illuminanti per chiarezza e attualità: “che cosa determina – chiedevano – il ‘buon uso’ del farmaco oltre, da una parte, l’indicazione terapeutica e, dall’altra, la buona conoscenza della cinetica? Le popolazioni che usano il farmaco si trovano nelle stesse condizioni di pratica medica degli ‘individui’ e dei ‘gruppi’ nei quali il farmaco è studiato? E se la variabile ‘mercato’ o ‘medico’ fossero fattori confondenti principali?”

Ancora un’ultima domanda: “Quanto e come servono farmaci sempre più numerosi e sempre più nuovi, che certo esigono sempre più studi di farmacologia clinica, ma che rendono difficili o ‘fuori moda’ o ‘fuori dal mercato scientifico’ studi di efficacia comparativa dei vari trattamenti nelle condizioni reali e spesso mal controllate della pratica terapeutica corrente?”

L’epidemiologia del farmaco è una materia, uno spazio di confronto “ibrido” chiedevano Gianni e Joan-Ramon, perché “strumento sospeso spesso tra le incertezze diagnostiche e prognostiche e i quasi altrettanto spesso non risolti interrogativi sull’efficacia, il beneficio-rischio o il beneficio-costo? e che cosa significa tutto ciò, la scelta per l’una o l’altra delle tante opzioni suggerite dalle domande fin qui espresse, per lo sviluppo di merce di esportazione per paesi e sistemi sanitari in via di sviluppo che si trovano ad affrontare, contemporaneamente, l’adozione della ‘medicina primaria’ e le ‘promesse di avanguardia’ dei farmaci più di grido?”

Quanto sono ancora attuali queste domande oggi che Roma aspetta i partecipanti al congresso di metà anno della International society of pharmacoepidemiology (qui trovi il programma del convegno:
https://www.pharmacoepi.org/meetings/mid-year-2019/) durante il quale si discuterà soprattutto di biosimilari e biologici. La centralità dei medicinali come punto di contatto (forse) elettivo tra medico e malato. La trasferibilità dei risultati della ricerca all’assistenza clinica reale. La grande assenza di studi comparativi sull’efficacia delle terapie. Il governo dell’incertezza sia del ricercatore sia del clinico sia, più importante di tutte, del cittadino. Il gap tra la sanità dei paesi del primo mondo e quella delle nazioni economicamente svantaggiate.

Soprattutto, però, ritroviamo una cosa che sta andando smarrita: il coinvolgimento nell’attività di ricerca farmacoepidemiologica (e non solo) dei professionisti sanitari che lavorano nelle cure primarie. Uno “sguardo” farmacoepidemiologico sarebbe prezioso per tutti i medici, infermieri, farmacisti del servizio sanitario nazionale.

  1. Tognoni G, laport J-R. Epidemiologia del farmaco. Roma: Il Penisero Scientifico Editore, 1984.

Nella foto in alto: Nick Kenrick All roads lead to Rome. Flickr CC

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…