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Tom Jefferson: Alessandro Liberati, chi era costui?

Solo incrociando le lezioni del passato con gli strumenti del presente potremo disegnare soluzioni alla crisi di giustizia sociale, alle incertezze dello sviluppo economico, allo scandalo delle disuguaglianze, al paventato decadimento culturale. Le conclusioni a cui giunge Alessandro Baricco nel suo recentissimo libro, The game, potrebbero tornare utili a chi pensa che per risolvere i problemi che viviamo sia sufficiente una sorta di colpo di spugna, una specie di spegni e riaccendi che spazzi via ogni traccia del nostro passato, del percorso fatto per arrivare fino al punto in cui siamo. Ne parlavo con Tom a proposito della “soluzione” trovata prima dalla Cochrane e poi dal Ringshospitalet di Copenhagen che, come via d’uscita a una situazione imbarazzante, hanno avuto la splendida idea di liberarsi di Peter Goetzsche, direttore del Nordic Cochrane Center e soprattutto tra i fondatori della Cochrane Collaboration (qui la notizia su Science). La “soluzione” scelta dalla Cochrane potrebbe fare scuola e costituire una tentazione anche in altri Paesi. Nel nostro, nell’avvio di un nuovo corso dell’entità che rappresenta la rete italiana della Cochrane e non avendo più nessuno “da mandar via”, qualcuno potrebbe avere – o sta avendo – la tentazione di fare a meno del nome del fondatore: un appesantimento superfluo, un inutile orpello. Non sarebbe una grande idea, e ho chiesto a Tom di spiegarne le ragioni.

Alessandro Liberati se ne è andato da meno di un decennio e già alcuni cominciano a domandarsi chi fosse e perché dobbiamo continuare a onorarne la memoria.

Ciò, per la verità, in questa che io chiamo la generazione Twitter, non mi sorprende più di tanto. Uno si fa un mazzo così lavorando per decenni per sviluppare e analizzare un concetto, o una nuova disciplina o anche un intervento sanitario e si sente smontare o sminuire l’operato in pochi caratteri, intercalando il tweet fra quello di una rivista di cucina e il racconto fotografico su Instagram di una vacanza alle Baleari.

Il lavoro di ricerca e la produzione scientifica di Liberati si pongono nei primi due decenni di nascita e sviluppo dell’EBM. Alessandro fu anche in prima fila nell’introdurre il pensiero critico e la sintesi delle prove nella scienza biomedica e un pioniere nel trasmettere le conoscenze e l’esperienza acquisita ai nostri colleghi.

Una generazione che ignora la storia non ha né passato né un futuro. Robert Anson Heinlein (1907-1988)

Lo scopo di ciò che scrivo non è stilare un’agiografia ma di ricordare a chi ci giudicasse come dei nostalgici incapaci di affrontare il futuro senza rinunciare al superfluo peso dei ricorsi che è stato possibile migliorare il reporting della scienza biomedica, questo di deve in gran parte agli sforzi di chi ci ha preceduto o ha in passato lavorato con noi in questa direzione. All’impegno di coloro che ebbero delle intuizioni che hanno resistito a pressioni di tutti i tipi per mandare in porto l’operato. Fra questi si pone in prima fila Liberati, con altri fondatori che non sono più fra noi quali Doug Altman, Chris Silagy, David Sackett e Andrew Herxheimer.

Se fra un tweet e l’altro e una partita a briscola virtuale sui social media alcuni giovani social-ricercatori si leggessero la biografia di Liberati (breve, perché completa sarebbe troppo impegnativo) ne trarrebbero beneficio.

Sempre che non abbiano perso l’abitudine a leggere, si intende.

Tom Jefferson

EBM Centre, University of Oxford

 

Comments

1 Comment

Marina

La mancanza di memoria è un grande male… ed è un segno di mediocrità.
Il mediocre cerca di eliminare presto il ricordo di tutti coloro che hanno fatto qualcosa di buono e “grande”, perchè, in fondo, è invidioso…


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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