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Il Professore va (ancora) al congresso?

Centomila congressi di medicina ogni anno nel mondo. (1) Un insieme disomogeno di occasioni di studio, di scambio, di incontro, di promozione, di costruzione di opportunità di carriera accademica, di lotte tra opposte fazioni… Ma anche di noia: relatori che leggono le diapositive a un pubblico impegnato a dormire, controllare la posta, scrivere alla fidanzata, postare tweet, pubblicare su Instagram foto degli amici…

Le voci critiche sui convegni dei medici non sono mancate in passato e continuano a esserci: sottolineano la povertà didattica delle relazioni, la difficoltà di distinguere l’utile dall’inutile, la prevalente componente pubblicitaria, la mancata chiara distinzione tra informazione indipendente e simposi sponsorizzati. (2) Non manca però anche chi si dichiara favorevole: un buon congresso svolge un ruolo nella diffusione delle conoscenze specialistiche perché alimenta il confronto e aiuta a generare nuove ipotesi di ricerca e soluzioni di problemi. (3)

Il ventesimo congresso dell’Associazione italiana di oncologia medica può essere un esempio. Secondo Francesco Perrrone, direttore della Struttura complessa di Sperimentazione clinica dell’Istituto Tumori di Napoli, “è stata un’edizione di ottimo livello scientifico, partecipata e sobria.” Dunque, sobrietà: nonostante i 28 simposi satellite e la estesa presenza di aziende negli 11 mila metri quadrati di spazi espositivi dell’Hotel Marriott di Roma. “Ho percepito (ma forse è solo dettato dal pre-giudizio) incertezza rispetto al rapporto con le istituzioni“, osserva Perrone. “Per l’oncologia è importante, ai fini della sostenibilità e della equità, e in un momento di incertezza politica ho la sensazione che qualcosa si debba ricostruire. Aumentando l’azione propositiva della (delle) società scientifiche alla luce della mancanza (almeno per ora) di una chiara strategia degli enti governativi. E in questo senso credo si debba rinforzare la coesione tra tutti gli attori tecnici del sistema (ad esempio AIOM, CIPOMO, Alleanza contro il cancro, associazioni di pazienti) per garantire credibilità alle proposte ed efficienza dei comportamenti.”

Commento positivo anche quello di Massimo Di Maio, del Dipartimento di oncologia dell’azienda ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino: “Molto dibattito per declinare le innovazioni terapeutiche nella pratica clinica, ma senza dimenticare l’attenzione globale al paziente come persona.” Per Ivan Moschetti e Michela Cinquini dell’Istituto Mario Negri, “il convegno è stato il coronamento di un’attività che portiamo avanti da sei anni, è questo infatti il tempo che abbiamo dedicato all’oncologia italiana con un duplice obiettivo: l’introduzione di un rigore metodologico condiviso che potesse portare alla produzione di raccomandazioni per la pratica clinica, omogenee e di buona qualità; la multidisciplinarietà nell’affrontare i quesiti generati dalla pratica clinica. Un grande sforzo che è stato premiato durante questa 20° edizione del convegno. Il cambio di paradigma emerge con forza dalle parole chiave, ben interpretate dai big dell’oncologia italiana, che sono state: valori e preferenze dei pazienti, evidence-based medicine, GRADE. Finalmente è stata accettata l’EBM nella sua forma più realistica e matura: le prove di efficacia da sole non bastano serve un ottimale interazione tra operatori sanitari, pazienti e prove scientifiche inquadrate non solo come dimensione del risultato di uno studio ma affiancate anche dalla fiducia/credibilità verso ogni risultato e soprattutto l’importanza del beneficio netto di un trattamento oncologico alla luce degli effetti negativi che esso provoca. Gli effetti negativi, quando nei panel decisionali sono presenti anche i pazienti e altre figure non mediche sono spesso valutati alla luce dell’impatto sulla qualità della vita.”

When patients are in the room with clinicians and others, the nature of the conversation changes.” John Abbott (in: Rich P, cit.)

Quella del paziente è una figura sempre più evocata nel corso dei congressi ma sostanzialmente ancora assente. Tutt’al più, osserva un commento uscito sul Canadian medical association journal, i malati sono coinvolti nel convegno col ruolo del coro delle tragedie greche: che si traduce perlopiù in un’incessante attività sui social media, che amplifica i messaggi degli opinion leader senza che la presenza di voci “libere” di malati possano costituire un inciampo nel percorso congressuale.(4) C’è poco da fare: la presenza dei malati disturba, nelle occasioni e nelle sedi in cui si prendono decisioni: e la scritta “Patients included” – che dovrebbe essere una garanzia di partecupazione quando stampata sui programmi dei convegni – è al tempo stesso una sorpresa e, quando appare, un allarme. Va detto, precisa Pat Rich sul CMAJ, che molto dipende da quali associazioni vengono coinvolte e, in questo caso, non ci sono vie di mezzo: da una parte quelle completamente in linea con le posizioni mainstream e, dall’altra, i gruppi antagonisti. Che sono sempre più rari.

Dati per moribondi una decina di anni fa, i congressi di molte società scientifiche sono più vivi – e più numerosi – che mai. Oasi di ricchezza e di relativa serenità, in una sanità che soffre.

  1. Swash M, Lees A. Medical conferences: value for money? Tesi presso la Barts and London School of Medicine, QMUL – Disponibile online.
  2. Ioannidis J. Are medical conferences useful? And for whom? JAMA 2012:307:1257-8.
  3. Lassmann B, Cornaglia G. Place of international congresses in the diffusion of knowledge in infectious diseases. Clin Infect Dis 2017; Suppl.65;S70-3.

Nella fotografia in alto: Kevin Dooley: Hope for the planet. Flickr Creative Commons.

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Tutto pronto per l'#aperitwitter di domenica al Convegno #SIC2018. Portiamo un po' di Twitter nel mondo della cardiologia italiana. E ci beviamo uno spritz. pic.twitter.com/jvVUOR8Rgn

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…