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Se il fotografo è il “matto”

Gli scatti di Berengo e della Cerati, di D’Alessandro, Lucas e Depardon hanno dato una forte spinta alla riforma psichiatrica di cui oggi celebriamo i quarant’anni. Ma oggi qualcosa è radicalmente cambiato.

Negli anni Sessanta e Settanta, la fotografia ha avuto un ruolo di rivelazione di qualcosa che non era conosciuto. La reclusione dei malati psichiatrici coincideva col tentativo di rimozione del problema dalla vista e dalle coscienze della cittadinanza. È emblematico il racconto della sorpresa e dell’incredulità dei “fotografi borghesi” al momento dell’ingresso nei manicomi. Qualcosa che ricorda la testimonianza dei soldati russi all’ingresso nei campi di concentramento. C’è da chiedersi oggi che ruolo abbia e che funzione sia destinata ad avere la fotografia in rapporto alla sofferenza vissuta dalla persona malata. I luoghi un tempo teatro di reclusione sono ormai deserti nelle fotografie di Giacomo Doni: rovine di luoghi, graffiti, spazi, epistolari. Abitate dal silenzio e dalla memoria.

Talking about my feelings was impossible, so I took photographs instead. Laura Hospes, Status

Se i matti sono stati “perseguitati” dalla fotografia, da tempo l’obiettivo è rivolto a uno specchio. L’attività di documentazione è diventata testimonianza “interna” alla sofferenza psichica. Sono gli stessi malati a documentare il proprio percorso, quasi sempre con modalità meno codificate e “stabili” della fotografia professionale. Tanti gli esempi, a iniziare forse da quello di Laura Hospes che ha nella propria macchina fotografica un formidabile strumento per affrontare le proprie difficoltà. Per finire – per modo di dire – con The one project, che fa del fotografare un momento di cura. (https://theoneproject.co/)

Ogni giorno sono condivise su Instagram 95 milioni di fotografie e video. Chi può riesce a disintermediare la propria testimonianza di sofferenza e dalla libertà di parola approda alla libertà di comunicazione. È il mondo della “post-esperienza”, si dice, perché tutto si svolge almeno apparentemente più in superficie. Anni sicuramente più abili ricchi in termini di capacità di sintesi e di produzione di immagini. L’archivio che un tempo era affidato alle cartelle cliniche degli ospedali psichiatrici si frammenta nei telefoni di milioni di persone. Qualcosa di assolutamente nuovo per molte ragioni. L’obiettivo non centra più solo i “malati” ma anche i curanti ugualmente testimoni della cura, sofferenti e “armati” di smartphone.

“Cercare dal lato delle grida” pone domande nuove riguardo la verità delle immagini. Che è interrogarsi sulla verità della fotografia e della testimonianza. Esiste una verità documentale di chi rappresenta la malattia e molte verità narrate o descritte da chi”vive” la malattia. Ci si può chiedere se abbia senso domandarsi quale sia più “vera”. Più “utile” alla definizione di percorsi di trasformazione. Ma la cosa più importante potrebbe essere un’altra: attraverso le immagini restituite dallo sguardo di chi soffre e di chi cura, avvicinarsi a comprendere quel che non funziona nella risposta ai bisogni dei malati, nell’organizzazione dei servizi, nell’offerta di supporto sociale e sanitario.

Se la follia è il luogo della non comunicazione, andare alla ricerca del sé e comunicarsi può rivelarsi una strada per uscire dalla sofferenza.

Comments

1 Comment

Giacomo Doni

Completamente d’accordo sulla questa lettura Luca: stiamo attraversando un periodo estremamente interessante per il linguaggio fotografico proprio per la sua diffusione capillare.

Secondo un articolo di Wired ( https://www.wired.it/internet/web/2018/01/30/digital-2018-dati/?refresh_ce= ) l’Italia è il terzo paese al mondo per diffusione di telefonini in base alla popolazione (49 milioni di cellulari su 60 di popolazione) e di questi 49 milioni, 30 sono smartphone.

Se le nuove forme di comunicazione Social possono tendenzialmente isolare i giovani utenti, per molte persone sono l’unico rifugio verso la comunicazione.
Strepitoso l’esempio di Laura Hospes e di come la fotografia sia stata in grado di salvarla, come del resto anche il progetto TheOneProject.
Ci stiamo trovando di fronte ad un linguaggio universale, la fotografia, ancora non molto esplorato e che potrebbe essere in grado di dare un forma comunicativa a chi non conosce ancora altri mezzi per far emergere la loro storia.

Siamo di fronte a una grande opportunità e si dovrà a favore di questo meraviglioso linguaggio.

Qua di seguito 2 link a due collettivi fotografici di esplorazione fotografia/salute mentale
https://brokenlightcollective.com
http://fragmentary.org

Grazie per lo splendido contenuto.
A presto


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…