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Vaccini: dobbiamo dar retta agli attori?

I media dedicano sempre meno spazio a notizie e contenuti di argomento scientifico: negli ultimi anni, molte riviste e siti web hanno chiuso le pagine dedicate alla salute e, in generale, alla scienza. Secondo Paul Offit, direttore della divisione di Pediatria al Children Hospital di Philadelphia, non è una buona notizia perché diminuisce la familiarità dei cittadini con l’informazione scientifica. Le conseguenze le vediamo in occasione dei frequenti allarmi di salute pubblica, riguardino la demonizzazione di alcuni alimenti, il terrore della pandemia o le vaccinazioni: i cittadini sono smarriti e hanno pochi strumenti per farsi un’idea.

Science is losing its rightful status as a source of truth. Paul Offit

In una discussione sempre più aperta, sono molto presenti i personaggi famosi: attori, cantanti, presentatori televisivi. Di fronte a loro, per un ricercatore non c’è partita: perde comunque. Offit – molto noto negli Stati Uniti anche per aver lavorato a lungo ai Centers for Disease Control and Prevention – racconta in un’interessante conferenza la sua partecipazione al programma tv di Oprah Winfrey insieme a Jenny McCarthy, l’attrice, convinta che la malattia di suo figlio autistico sia stata causata da una vaccinazione.”Oprah era là per raccontare una storia. E la sua storia aveva tre ruoli: l’eroe, la vittima e il cattivo. Jenny era l’eroe. Suo figlio la vittima. Restava solo un ruolo ed era il mio. Sarei stato quello che avrebbe dovuto dire a Jenny che si sbagliava e, indirettamente, avrei dovuto dire anche a Oprah che aveva sbagliato anche lei a invitare la McCarthy alla trasmissione. Jenny conosceva la causa della malattia del figlio (l’autismo). Io no. Jenny aveva una cura per l’autismo (megavitamine, camera iperbarica, ecc.). Io non ne avevo.”

Andare in televisione è una trappola, soprattutto se si ha l’imprudenza di infilarsi in un cul de sac. “Quando vai in televisione la gente non  vuole ascoltare te e saperne di più, ma aspetta le battute dell’intervistatore, che sono familiari a chi guarda da casa”. In televisione il ricercatore è la vittima designata. A meno che non sia consapevole di una cosa: è lui il grande potenziale storyteller.

In una conversazione con Eric Topol in Medscape, Offit ha parlato dell’argomento del suo ultimo libro, Bad advice. “Credo che tendiamo a fidarci delle persone famose perché ci sembra di conoscerle. Le celebrità vendono prodotti dai tempi dei tempi. Perché li vedi sul grande o sul piccolo schermo e questo ispira fiducia. I ricercatori non li conosciamo. Dai un nome a uno scienziato famoso negli ultimi 10 anni che la gente avrebbe conosciuto a prima vista: non penso che riusciremmo a nominarne uno.” Ecco le regole secondo Offit: difendi la scienza, nessun media è superfluo, nessun pubblico è troppo esiguo, non lasciare senza smentita le false informazioni, non dare per scontato che gli altri facciano come te, ricordati che come ricercatore sei pagato dai cittadini, con le loro tasse.

L’influenza delle celebrità è una cosa poco studiata, nonostante sia molto importante. “E’ un processo profondamente radicato che può essere sfruttato per il bene o abusato per il danno”, hanno scritto Hoffman e Tan sul BMJ qualche anno fa. (1) “Bisognerebbe prendere sul serio questo fenomeno e utilizzare gli incontri con i malati per educare il pubblico sulle fonti di informazione sulla salute e sulla loro affidabilità.” Le autorità sanitarie pubbliche potrebbero cercare di arginare la presenza pubblica di persone famose libere di dire qualsiasi stupidaggine in tema di salute. “Oppure inventarsi iniziative di marketing che vadano controcorrente, magari anche in collaborazione con personaggi conosciuti, per promuovere interventi sanitari basate su prove.”

Questione non banale: se si critica il fronte no-vax per il continuo ricorso a testimonial famosi, ha senso affidare la promozione della salute a personaggi dello spettacolo o dello sport che con la ricerca non hanno nulla a che fare?

  1. Hoffman SJTan CFollowing celebrities’ medical advice: meta-narrative analysis. 

 

Comments

6 Comments

ivana truccolo

Veramente importanti considerazioni da diffondere e da mettere in pratica avendo cura di coinvolgere i pazienti.

Francesco

Se volessimo contestualizzare i contenuti del suo articolo alla realtà del nostro Paese, allora direi che la questione proprio non si pone: nei mass media nostrani scorre un flusso informativo a senso unico, sia in quanto espressione del mondo scientifico (e al suo interno qualche voce critica – sia pur nettamente minoritaria – esiste), sia di quello dei cosiddetti “influencer”.

Forse sbaglio, e in tv mi son perso qualche dibattito “aperto”?

Andrea

Ma come è andata a finire con Oprah?
(E come faccio a sapere se arriva una risposta se non posso ricevere una notifica?)

Luca De Fiore

Buongiorno Francesco, a me non sembra che il flusso informativo in tema di vaccinazioni sia stato o sia a senso unico. Non soltanto sui social media, molte voci radicalmente contrarie ai vaccini o più ragionevolmente dubbiose su alcune vaccinazioni si sono manifestate.

Luca De Fiore

Eh, credo che con Oprah sia andata a finire … male per l’infettivologo pediatra messo in mezzo durante la trasmissione. Buona domenica.

Francesco

Buongiorno De Fiore,
una precisazione in merito al mio precedente commento e alla sua cortese risposta.
Nel suo articolo lei accenna inizialmente ai media, ma si rifà principalmente ad un’esempio che coinvolge il mezzo di comunicazione di massa per antonomasia – quello televisivo – e il talk show made in USA per eccellenza, “The Ophra Winfrey Show”.
Ciò che intendevo dire è che a manifestazioni critiche o dubbiose, in tv e nell’ambito di talk al pari, che so, di “Porta a Porta” o “MCS” (vogliamo includere anche format come “La Vita in Diretta” o “Piazzapulita”?), io proprio non ho assistito, e neanche me ne è giunta voce.
L’ultimo “flash” televisivo che ricordo è quello di Sigfrido Ranucci, che l’anno scorso ha osato interrogarsi su farmacovigilanza e vaccinazione anti-HPV, salvo poi, qualche giorno dopo, doversi spargere pubblicamente il capo di cenere a seguito della generalizzata levata di scudi, con annesse minacce di chiusura di Report.


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